Su la maschera

Tecnologie per leggere il volto. Manipolarlo, alterarlo. Nell’era del controllo digitale, inquietanti implicazioni e nuove resistenze ai furti di identità.

 

La decade appena conclusa verrà ricordata come quella in cui abbiamo perso in maniera definitiva la potestà sul nostro volto. Grazie ai progressi nel campo del riconoscimento facciale, con l’ausilio di una telecamera l’intelligenza artificiale può ormai risalire dai tratti somatici all’identità anagrafica. I governi di Russia, Cina e Hong Kong fanno già uso di questa tecnologia per identificare e rintracciare dissidenti e manifestanti. Clearview, una piccola start-up statunitense, ha costruito silenziosamente un’impressionante banca dati con miliardi di volti trovati sul web, così efficace nell’identificare le persone a partire da un’immagine che la polizia americana ne ha acquistato una licenza. Sempre negli Stati Uniti, Walmart e Amazon stanno invece sviluppando dei sistemi di analisi facciale in grado di saggiare in tempo reale l’umore dei clienti. Già, perché dalle distanze relative di zigomi, occhi, naso ed estremità delle labbra l’intelligenza artificiale può ormai evincere non solo l’identità anagrafica, ma anche carpire emozioni quali gioia, tristezza, sorpresa e rabbia. Il viso, insomma, si rivela un punto scoperto attraverso il quale possiamo essere hackerati.

La soluzione al problema messa in campo da un movimento studentesco tra i più alfabetizzati digitalmente al mondo – quello che ha animato le recenti ondate di proteste a Hong Kong – sorprende per il suo carattere squisitamente analogico: coprire il volto con una maschera. Le immagini delle strade dell’ex colonia britannica gremite di manifestanti mascherati hanno fatto il giro del mondo, contribuendo ad arricchire questo accessorio, nell’immaginario collettivo, di connotati guerreschi e antagonisti. «Lo streetwear ha sempre avuto una forte componente sovversiva », ha dichiarato Henry Navarro Delgado, professore di arte e moda presso la Ryerson University di Toronto. «La resistenza alla sorveglianza e, in particolare, al riconoscimento facciale, sarà sicuramente una delle nuove battaglie che la moda di strada farà propria. Il bisogno di occhiali e accessori a tutela della privacy diventerà sempre più mainstream». Adversarial Fashion è una linea di giacche, felpe e maglie interamente tappezzate di numeri che promette di proteggere dallo sguardo indiscreto delle telecamere, inducendole a credere che chi le indossa sia un’automobile e non un umano.

Operando al confine tra arte e moda, il designer olandese Jip van Leeuwenstein ha progettato la “Surveillance Exclusion Mask”: una maschera trasparente che, come una lente, deforma leggermente i tratti facciali di chi la indossa, quanto basta per trarre in inganno gli algoritmi di riconoscimento, senza precludere la normale interazione con gli umani. Che intanto la maschera griffata – come quella, firmata Gucci, sfoggiata da Billie Eilish ai Grammy Awards – sia stata definita “accessorio fashion del 2020” non stupisce. Si fa interprete, infatti, di almeno tre delle maggiori inquietudini dei nostri tempi, accomunate dal vedere nel volto un punto scoperto, suscettibile di attacchi: la paura, in un mondo sempre più inquinato, della contaminazione attraverso le vie aree; quella, simile, del contagio da virus; ma anche e sempre di più quella legata all’erosione della privacy nell’era della sorveglianza digitale. Soprattutto quando copre gran parte del volto, come quella rivestita di chiavi indossata da Cardi B durante la fashion week parigina, o se accompagnata da occhiali da sole – i rapper hanno fatto scuola –, è quest’ultima valenza a prevalere, insieme a un che di ribelle e, ovviamente, a un alone di mistero.

Di pari passo alla capacità della tecnologia di leggere il volto come un libro aperto, cresce anche quella per manipolarlo e falsificarlo. Il sito thispersondoesnotexist.com snocciola ritratti realistici di persone che semplicemente non esistono, giacché creati al computer. Saranno questi avatar digitali con sembianze magari calibrate sui nostri gusti personali, così da ottimizzarne il potere suasorio, a cercare di convincerci a comprare un prodotto online o a votare per un particolare candidato? Con sofisticate tecniche di manipolazione digitale ormai alla portata di tutti, grazie ad app come FakeApp si possono generare video iper-realistici, i cosiddetti “deepfake”, nei quali si può far dire e fare a chiunque qualsiasi cosa si desideri. Uno strumento mistificatorio di inaudita potenza che, se non si riuscirà a regolamentarne l’uso, potrebbe dare la spallata definitiva al vacillante muro che separa il vero dal falso nella nostra società, già indebolito dai continui attacchi delle fake news. Nel corso degli ultimi due anni è già stato impiegato per screditare politici e personaggi pubblici, minacciare e fare stalking, e, aspetto forse più inquietante di tutti, per creare falsa documentazione storiografica a supporto della teoria revisionista di turno. E persino falsi video porno: Scarlett Johansson e Kim Kardashian sono state tra le prime star, già nel 2018, a subire il “furto del volto” e a ritrovarsi, loro malgrado, protagoniste di realistici video hard che hanno fatto il giro del web. Oggi, con decine di migliaia di video caricati su innumerevoli siti porno dedicati, e centinaia di star coinvolte, il “celebrity porno” è un genere di pornografia a se stante, e nessuno ci fa più caso: essere coinvolti in un deepfake porno è diventato un inevitabile corollario della fama. Non mancano, ovviamente, divertenti applicazioni di questa tecnologia a fini di satira, come il video, opera degli artisti britannici Bill Posters e Daniel Howe, che vede Mark Zuckerberg confessare candidamente di voler dominare il mondo.

L’industria del cinema, com’era facile immaginarsi, nelle tecnologie che rimodellano a piacimento il volto vede più che una minaccia un’opportunità. In The Irishman di Martin Scorsese, Robert De Niro è digitalmente tornato giovane. Ma perché fermarsi al ringiovanimento e non affidare, già che ci siamo, tutto al deepfake? A tale riguardo, viene in mente il personaggio interpretato da Robin Wright nel fantasy futuristico The Congress, diretto da Ari Folman: un’attrice in declino, in cambio di una buonuscita, accetta che il suo corpo venga scannerizzato affinché una sosia digitale possa interpretare i ruoli al suo posto. E questo a breve sarà davvero possibile, il che ci obbliga a rivedere la nostra nozione di “longevità” del talento, che potrebbe svincolarsi dai limiti del corpo e assumere una vita propria. La voce e il volto delle nostre star preferite, resi eterni dai software e amministrati da fondazioni, continueranno a emozionare con materiale inedito anche i nostri pronipoti? __

 

Pubblicato su Vogue Italia, Marzo 2020

 

Testo di Michele Fossi

 

Immagini:

Alba Zari, “Physiognomy Analysis, Process

of Exclusion”. L’artista è nata a Bangkok nel 1987

ed è membro di una setta chiamata Children of God. Le

immagini fanno parte del progetto “The Y”, un’indagine

fotografica alla ricerca del padre biologico che utilizza, tra

i vari mezzi, anche i software di ricostruzione facciale 3D.

 

Alba Zari, “Physiognomy

Analysis, Process of Similarity” e “Physiognomy Analysis,

Process of Exclusion”, dal progetto “The Y”, pubblicato

nell’omonimo libro edito da Witty Books con design di

Studio Iknoki. Selezionato tra i Foam Talent 2019, “The Y”

è in mostra dal 16 maggio al 16 giugno alla Beaconsfield

Gallery Vauxhall durante Photo London.

 

 

 

 

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