“Qualcosa di famigliare”: Interview with Alison Jackson

In mostra a Berlino i lavori di Alison Jackson. Che con i suoi sosia praticamente perfetti gioca su voyerismo, manipolazione e celebrità.

 

C’è la foto con Mick Jagger che stira in mutande; quella in cui Kim Kardashian partorisce in compagnia di Kanye West e la troupe di un reality show; i sempre presenti reali inglesi, ritratti anche nei più improbabili momenti intimi; e poi l’immagine forse più divertente di tutte, con Donald Trump impegnato sulla scrivania della Oval Room in un rapporto sessuale con una modella: niente meno che Miss Mexico, si scopre leggendo la fascia del concorso di bellezza da lui indossata come un trofeo di guerra. Non foto originali, ovviamente, bensì opere d’arte, firmate da uno degli obbiettivi più dissacranti e beffardi di sempre: quello di Alison Jackson, alla quale la galleria Camera Work di Berlino (dal 7 marzo al 18 aprile 2020) dedica una retrospettiva con oltre quaranta lavori intitolata Fake vs. Reality. Ingaggiando dei sosia di personaggi famosi per inscenare voyeuristiche immagini al limite dell’assurdo (senza mai risultare però del tutto inverosimili), da quasi vent’anni l’artista britannica indaga e mette a nudo il dirompente potere della fotografia – e non solo quella più prettamente scandalistica – di mistificare e distorcere il reale, così come di alimentare la curiosità morbosa del pubblico per la sfera intima delle celebrità. La parola “fake” nel titolo della mostra, precisa subito, non si riferisce ai suoi lavori. «Mentre le fotografie ritoccate digitalmente si discostano in varia misura dal reale, fino al caso estremo di immagini interamente generate al computer, le mie – rigorosamente analogiche – sono da considerarsi, a tutti gli effetti, autentiche; con protagonisti delle controfigure al posto delle celebrità, certo, ma pur sempre autentiche. Non falsi, dunque, ma – per usare una distinzione cara al filosofo francese Jean Baudrilliard – “simulazioni”: volte a ricordarci, con la loro ambiguità, di come la fotografia, per la sua stessa natura riduttiva e frammentaria, e per la facilità con cui può essere oggetto di manipolazioni, renda di fatto superflua la presenza fisica del soggetto fotografico. Che ci piaccia o meno, siamo tutti rimpiazzabili da immagini, con tutti i rischi che questo comporta». In parallelo, il lavoro di Jackson è da leggersi come ironico commentario al culto della celebrità, e alla morbosa curiosità che lo accompagna. Tra i pezzi forti della mostra figurano gli scatti che ritraggono il presidente americano John Fitzgerald Kennedy e Marilyn Monroe – dei sosia, ancora una volta – colti nell’intimità di una stanza. Del presunto flirt tra i due non esistono prove storiche né conferme ufficiali, ma solo dicerie, incoraggiate dal tono ammiccante con cui l’attrice intonò quell’“Happy Birthday, Mr. President” passato alla storia; eppure, davanti a queste delicate simulazioni della Jackson, è difficile non abbandonarsi, anche solo per qualche istante, alla voyeuristica illusione di trovarsi al cospetto della prova di quell’amore. «Nella mente, trasformiamo le celebrità in ciò che vogliamo», spiega Jackson. «E diventiamo così ossessionati da quelle fantasie, che le nostre “immagini mentali”, seppur immaginarie, possono sembrare ancora più autentiche di quelle reali». La fotografia può essere cioè utilizzata per dare forma e corpo a immagini “pre-esistenti” nell’animo dello spettatore: passi per il sospetto di un amore proibito tra un’attrice e un presidente sposato; ma se a essere visualizzati, e così corroborati e incoraggiati, sono pregiudizi e paure del diverso, questo medium – l’avvento dei social ce lo ha sbattuto in faccia – può rivelarsi un formidabile strumento di manipolazione di massa. E torna in mente il monito della scrittrice tedesca Christa Wolf: «Non c’è menzogna troppo grossolana a cui la gente non creda, se essa viene incontro al suo recondito desiderio di crederci».

La fotografia è solo uno dei media artistici con cui Jackson porta avanti la sua ricerca sul vero e il falso. Con i suoi sosia, organizza infatti anche delle “action”: quando nel 2016 portò quello di Trump davanti alla Trump Tower a New York, inscenando una protesta di donne inferocite, armate di cartelli “Don’t snatch my pussy” e “I am not a slut”, si venne a creare un tale assembramento di curiosi che la polizia fu costretta a bloccare il traffico; più di recente, si è dedicata alla creazione di iperrealistiche sculture di personaggi famosi, non meno ironiche e irriverenti delle sue foto. Nel 2014, al Centre Pompidou, ne ha esposta una che ritrae l’ex presidente americano George W. Bush nell’atto di sparare col fucile contro delle gigantografie di Hillary Clinton e Putin. «Non finirò mai di stupirmi di come la presenza di una copia realistica di un personaggio famoso, poco importa se si tratta di un sosia in carne e ossa o di una scultura in plastilina, susciti immancabilmente nel pubblico attrazione morbosa, e talvolta reazioni viscerali, persino violente: al mio povero Bush un visitatore del museo ha tentato addirittura di staccare la testa!».

 

Testo di Michele Fossi

Pubblicato su Vogue Italia, marzo 2020

 

Photo Credit: Alison Jackson  “Queen Outside William Hill, (This Is Not Queen Elizabeth)”, 2003, una delle immagini dell’artista Alison Jackson esposte nella mostra “Fake vs. Reality”, alla galleria Camera Work di Berlino (dal 7/3 al 18/4).“Kim and Kanye Reality-Tv Birth (This Is Not Kim Kardashian and Kanye West)”, 2013. “Jagger Ironing (This Is Not Mick Jagger)”, 2003. “Diana and Marilyn Shopping (This Is Not Diana and Marilyn Monroe)”, 2001.

 

 

 

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