Interview with architect Ricardo Bofill

“L’architettura è la vittoria dell’Uomo sull’irrazionale: la costruzione di uno spazio familiare, domestico e umano”, dichiarò Ricardo Bofill nel 1989, al termine di un lungo ciclo di trent’anni di carriera. «A distanza di altre tre decadi, continuo a riconoscermi in questa affermazione», commenta l’architetto catalano, che quest’anno festeggia gli ottant’anni di vita e i sessanta di attività. «Spiega cosa amo di più del mio mestiere: l’inebriante sensazione di creare nuovi spazi dal niente. E ribadisce l’assoluta centralità dell’Uomo nella mia pratica di architetto. In tutti questi anni, la mia attenzione per la felicità ed il benessere di chi abita i miei progetti non è mai venuta meno». Quando Bofill parla di “creare nuovi spazi”, occorre leggere “nuovi mondi”: mai semplici edifici, ma microcosmi a se stanti; costruzioni titaniche dipinte con colori sgargianti, espressione di una personalità esuberante, pienamente conscia della propria unicità. La magniloquenza del suo linguaggio architettonico, tuttavia, lungi dall’essere una mera forma di auto-celebrazione, è sempre unita ad una forte sensibilità sociale.

Con il suo “Taller de Arquitectura” — un rivoluzionario studio multidisciplinare dove invita anche sociologi, economisti e persino poeti —sperimenta utopiche nuove forme dell’abitare, volte conciliare gli estremi di un apparente ossimoro: alta densità abitativa e qualità di vita. Si pensi al “Gaudi District”: un ciclopico ed innovativo progetto di edilizia popolare per una periferia di Barcellona, dove la presenza di numerose piazzette e  scalinate crea la piacevole illusione di trovarsi in un piccolo borgo. O ai non meno ambiziosi “Kafka’s Castle” e “Walden7”: macro-strutture scomponibili in micro-unità concepite per essere facilmente riconfigurabili col mutare delle esigenze di chi le abita. «Nel corso di tutta la mia carriera, mi sono adoprato per contaminare l’architettura moderna di elementi che la “umanizzassero”, che la rendessero meno “aliena”, attingendo soprattutto da quella vernacolare e da quella classica», racconta Bofill, che per il suo stile eclettico, unito alla chiarezza di linee tipica del Movimento Moderno, è considerato universalmente uno dei padri dell’architettura post-moderna. «In particolare, in numerosi miei progetti ho voluto incorporare il genius loci. Ho sempre avversato un’architettura che ambisce ad essere internazionale, come proponeva Mies Van der Rohe: buona sia per Manhattan che per una foresta tropicale. I riferimenti regionali aiutano a sentirsi a casa». Oltre alla sfida di creare atmosfere “familiari, domestiche e umane” all’interno di maxi-complessi abitativi, vi è un altro fil rouge, spiega, che tiene insieme la sua eterogenea produzione nel corso degli anni. «È il tema della città. Pur avendo attraversato innumerevoli fasi stilistiche, da quella moreggiante di “La Muralla Roja” e di “Walden 7”, ispirata alle cittadelle fortificate del Sahara, passando per quella classica negli ’80, col recupero di colonne e archi, fino alla mia più recente fascinazione per l’high-tech, nel corso della mia carriera mi è interessato progettare esclusivamente per contesti urbani. Forse perché, nella mia testa, immagino tutti questi progetti sparsi per il mondo uno accanto all’altro, componenti di una città immaginaria, la cui progettazione è la missione della mia vita».

La possibilità di progettare per davvero una sua città ex novo gli è stata offerta recentemente dal governo cinese, che gli ha commissionato una “smart city” sostenibile per la provincia di Hebei. «In questa città del futuro si respirerà aria pulita: sarà infatti una città a zero emissioni, verdissima, dove si muoveranno solo auto elettriche e senza conducente. Non vi saranno semafori. Grazie all’intelligenza artificiale — il grande spartiacque che divide l’architettura di ieri da quella di domani — sarà un’entità pensante, in grado di autoregolare gran parte dei propri processi, a partire dal traffico». «Progettare una città intera è una sfida avvincente», aggiunge, «perché ti obbliga a confrontarti con una delle questioni più trascurate dall’architettura contemporanea: il mantenimento dei rapporti di scala tra i vari livelli della città. Come si passa dalla progettazione dell’abitazione privata e dei quartieri fino a quella di un intero centro urbano, senza perdere di vista la coerenza del progetto? E, soprattutto, senza dimenticare l’Uomo? Nel Rinascimento Italiano ho trovato molte risposte».

Il segreto della sua inesauribile creatività alle soglie degli ottant’anni? «Il mio amore per il deserto», risponde senza esitazioni. «Da nomade contemporaneo quale sono, lo considero la mia vera casa. Mi ci rifugio, non appena posso, per riposare gli occhi con le sue forme pure, fatte solo di cielo, vento e sabbia. La mia mente, rigenerata, può poi tornare a creare».

 

Pubblicato su Casa Vogue, Aprile 2019

Photo: Courtesy of Gestalten

 

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