When in Berlin: Interview with six talented berliners (Marcel Dettmann, Philipp Fürhofer, Lucio Vidal, Jannis Niewöhner, Jannik Schümann, Etapp Kyle)

L’incontro con Marcel Dettmann,  il primo dei sei protagonisti di questo servizio dedicato al talento ed alla creatività “Made in Berlin”, si svolge nel Volkspark Friedrichshain, nella parte Est della capitale tedesca. “Vengo spesso in questo parco a passeggiare con mia figlia, o a cercare un momento di pace. Molti hanno un’idea distorta della vita di un Dj. Sempre a giro, orari impossibili. La verità è che passo gran parte del tempo a casa, insieme alla mia famiglia, o rinchiuso in studio ad ascoltare tracce, mixare e creare musica». Chiedere ad un qualsiasi amante della techno se conosce il suo nome è un po’ come chiedere ad un londinese se ha mai sentito parlare di una certa regina Elisabetta. Insieme al collega ed amico Ben Klock, è infatti lui il volto del Berghain, il celebre tempio della musica elettronica berlinese, osannato dai cultori del genere come il migliore club del mondo, dove è resident dal ’95, quando il club ancora rispondeva al nome di “Ostgut”. Ci omaggia poi della sua ultima creazione, “Dettmann I Klock”, l’atteso doppio EP realizzato insieme a Ben Klock uscito a fine gennaio (l’ultima collaborazione tra i due mostri sacri della tecno berlinese risaliva a dieci anni fa) con cui l’etichetta del Berghain, “Ostgut Ton”, ha voluto celebrare la sua pubblicazione numero cento. «La mia traccia preferita si chiama “The Room”», racconta. «perché vi sono confluiti molti suoni presi in prestito dalla wave music dei tardi anni ’80, alla Cabaret Voltaire per intendersi, che mi hanno ricordato la musica che ascoltavo da ragazzino. Mentre la componevo, ho cercato di evocare la sensazione straniante di svegliarsi in una stanza fredda e buia». Dettmann racconta poi del suo rapporto con le continue innovazioni tecnologiche che, nel corso degli ultimi venti anni, hanno rivoluzionato il lavoro del Dj. «Quando sono arrivato a Berlino, spendevo fino all’ultimo centesimo dei miei guadagni nell’acquisto di vinili: non vi era infatti altro modo per farsi una vasta cultura musicale. Oggi, nell’era di internet e dell’immateriale, basta un click per avere accesso a milioni di tracce musicali. Da un lato si sono moltiplicate le possibilità, dall’altro, lo confesso, guardo con nostalgia ad un’era in cui era molto più facile concentrarsi sulla ricerca di nuovi suoni». «Tra le conseguenze più positive della rivoluzione tecnologica di questi anni», prosegue,  «vi è senz’ombra di dubbio la democratizzazione del nostro mestiere. Solo vent’anni fa occorrevano notevoli investimenti per acquistare sintetizzatori ed altre costose apparecchiature, col risultato che gran parte degli aspiranti Dj venivano tagliati fuori dal business per mere questioni economiche. Oggi basta un laptop. Se avessimo avuto questo trent’anni fa, se tutto il talento inespresso di queste decadi avesse avuto modo di dare il proprio contributo, chissà dove saremmo arrivati con la techno oggi.». Chissà, davvero, ci troviamo a chiederci dopo esserci congedati, mentre ci spostiamo nella Heide Strasse, nel quartiere di Mitte, dove si trova lo studio di Philipp Fürhofer, eclettico pittore Berlinese, noto per lavorare all’interfaccia tra arte, opera e teatro. Oltre che per la produzione di “Oggetti di luce” (“Lichtobjekte”), imponenti sculture di plexiglas ed altri materiali dipinte ed illuminate dall’interno con luci al neon, Fürhofer negli ultimi anni si è imposto anche come scenografo visionario, con al suo attivo importanti  collaborazioni con la De Nationale Opera di Amsterdam e la Royal opera house in Covent Garden. «Mi considero un pittore che ha trovato qualcosa da fare in teatro», racconta, spiegando come i suoi due mondi, l’arte contemporanea ed il teatro, siano molto più vicini di quanto non si possa credere in un primo momento. «Cos’altro è un’opera lirica, se ci pensiamo bene, se non un’immensa istallazione artistica dove confluiscono innumerevoli elementi, dal canto alla danza, dalle scenografie alle luci, pensati per lavorare in concerto per un breve lasso di tempo, per poi dissolversi nel nulla? Questa componente effimera, che da piccolo mi ha sempre affascinato quando mi portavano a teatro, è presente anche nei miei “Oggetti di luce”: i neon incorporati al suo interno si accendono e si spengono, col risultato che l’opera d’arte è viva, respira. Quando sono accesi, veniamo invitati a sbirciare all’interno dell’opera, ed a perdersi nelle sue viscere, dove finiscono fagocitati numerosi oggetti di uso comune, spesso trovati per la strada. Quando improvvisamente si spengono, ci ritroviamo a contemplare il nostro riflesso sul plexiglas: l’opera ci ha improvvisamente respinto al di fuori. Proprio come avviene al termine di un’opera lirica, ci troviamo di colpo soli con noi stessi, testimoni di un miracolo svanito nel nulla, col dubbio che si sia trattato solo di un’illusione». Il terzo incontro della giornata ci porta su uno dei palcoscenici più interessanti e meno noti della capitale tedesca, la “Tischlerei der Deutschen Oper”, un nuovo teatro aperto nel 2013 negli ex locali della falegnameria della vicina Deutsche Oper, dedicato alle produzioni di danza, teatro e musica più audaci e sperimentali. Ci viene incontro la nuova stella dello Staatsballet, il ballerino argentino Lucio Vidal: classe ’84, un carnet ricco di collaborazioni con coreografi del calibro di Nacho Duato e Mats Ek ed oggi, mosca bianca, l’unico dei circa cento membri del celebre corpo di ballo berlinese a non avere un background classico ma contemporaneo. «La forma mentis del ballerino contemporaneo è completamente diversa da quella del ballerino classico. Eseguire alla perfezione una coreografia non gli basta. Per tutta la sua carriera, il suo scopo ultimo è maturare un linguaggio espressivo personale, unico ed irripetibile. In altre parole, essere un “artista della danza”, e non solo un ballerino» Nonostante i tanti impegni di calendario dello Staatsballet, talvolta anche otto produzioni in contemporanea dislocate su tre diversi teatri, Vidal trova il tempo di lavorare come coreografo. Proprio sul palco della Tischlerei,  il 4 Marzo presenterà “Danceruption”, uno spettacolo di musica e danza da lui scritto e coreografato insieme al cantante australiano e drag queen Mikey Woodbridge. «Mi piacerebbe ripetere presto l’esperimento, invitando sul palco in futuro altri artisti provenienti dalle discipline più disparate.  L’unione di danza, musica e performance ha portato me e Mike a fare scoperte inattese, a riprova di quanto sia importante sbarazzarsi di ogni visione dell’arte a compartimenti stagni. Se imparassimo a sbarazzarsi di queste barriere mentali, le possibilità di interazione, e l’innovazione che ne deriverebbe, crescerebbero in maniera esponenziale». Lasciamo Vidal alle sue prove e ci dirigiamo  verso il cuore pulsante della capitale tedesca nei freddi giorni della Berlinale: la Potsdamer Platz. In questo moderno centro della città,  sorto dalla macerie del Muro nel corso degli ultimi venti anni e dove si concentrano gran parte delle proiezioni del festival, abbiamo appuntamento con uno dei nuovi volti del cinema tedesco: Jannis Niewöhner, vincitore del prestigioso Bayerische Filmpreis 2016 come miglior attore emergente. Già noto in patria per la sua partecipazione alla trilogia fantasy “Rubinrot”, “Saphirblau” e “Smaragdgrun”, è il suo ruolo di protagonista in “Jonathan” del regista Piotr J. Lewandowski,  tra i film in concorso più apprezzati all’edizione 2016 della Berlinale, a lanciare in modo definitivo la sua carriera. «Lavorare  per una piccola produzione come Jonathan mi ha permesso di capire che, quando si riesce a creare la giusta sinergia tra un regista ed un team di attori di talento, si possono fare film di alta qualità anche con mezzi economici limitati.», racconta. Gli occhi gli si illuminano quando parla del suo ultimo progetto “Jugend ohne Gott – Ein Film über die Liebe” (Tr. “Gioventù senza Dio, un film sull’amore”), il nuovo film di ambientazione distopica del regista Alain Gsponer in uscita nelle sale tedesche a fine agosto. «In mezzo a così tanti film poco coraggiosi, tutti costruiti con la solita ricetta per paura di far fiasco al botteghino, “Jugend ohne Gott”  ha il pregio di essere un film estremamente anticonvenzionale ed innovativo, soprattutto sotto il profilo stilistico: gli eventi vengono raccontati secondo il punto di vista di cinque personaggi diversi, a ciascuno dei quali corrisponde un diverso uso della telecamera: sfuocata, traballante, impostata sul grandangolo ecc.. Non ho dubbi, sarà un film che farà parlare di sé, anche fuori dall’area tedescofona». Tra i protagonisti di “Jugend ohne Gott” abbiamo anche Jannik Schümann, un altro giovane attore tedesco in rapida ascesa. Quindici anni di carriera alle spalle nonostante i soli ventitre anni di età, a regalargli la notorietà è stata, nel 2011, la sua interpretazione al fianco di Jonas Nay in “Homevideo”, il primo film tedesco a trattare in maniera esplicita il tema del Cyber-mobbing tra adolescenti. Il prossimo anno lo vedremo invece in “The aftermath” di James Kent, al fianco di Keira Knightley e Alexander Skarsgard, una grossa produzione hollywoodiana ambientata nell’Amburgo occupata dall’esercito britannico nell’immediato dopoguerra. «In entrambi questi due film, come del resto in gran parte delle produzioni cui ho preso parte fino ad oggi, interpreto il ruolo del cattivo», racconta l’attore, seduto al bar del Cinema Arsenal. «Uccidere, picchiare, ricattare… sono queste le mie specialità davanti alla telecamera!», racconta con tono scherzoso. «La cosa non mi dispiace affatto: fin da piccolo ho sempre trovato i cattivi molto più interessanti dei buoni! Cosa li ha portati a diventare tali? Sono stati, a loro volta, vittime di un carnefice?  Nel tentativo di rispondere a queste domande, mi trovo spesso ad inventarmi una biografia fittizia di questi personaggi, precedente alle vicende raccontate dal film, che non di rado risale fino alla loro infanzia. Questa tecnica mi aiuta a creare col mio personaggio un rapporto empatico, e a darne un’interpretazione il più possibilmente umana, credibile, e non caricaturale». Il suo ruolo più impegnativo fino ad oggi, a suo dire, è un altro: quello del protagonista trans di “Mein Sohn Hellen“, il primo film per la TV tedesca a parlare  di transessualità in termini non drammatici. «Da bambino ero spaventato dai clown, da grande, lo confesso, ho trasferito questa paura alle drag queen, cui ho sempre guardato con una certa dose di disagio e sospetto. Poi è arrivato questo film, che mi ha fatto capire quanto sia importante che il cinema e la TV diano il loro contributo a spazzar via i tanti pregiudizi di cui ancora sono vittime travestiti e transessuali. Mi auguro che il futuro ci riservi molti più film come “Priscilla nel deserto”, che veicolino il messaggio che si può essere trans… e pienamente felici!».

Dopo l’assaggio mattutino con Marcel Dettmann, Il sesto ed ultimo appuntamento della giornata ci porta a chiudere il cerchio all’interno del Berghain, dove siamo stati invitati ad ascoltare il closing set di Etapp Kyle, considerato insieme a Kobosil e Somewhen tra i giovani resident Dj  più apprezzati del momento. Nato in un piccolo paese dell’Ucraina, il suo sound innovativo, ispirato a paesaggi naturali di volta in volta diversi, lo porta, come in una favola moderna, a diventare prima resident dell’Arma17 di Mosca, il più importante techno-club dell’Est Europa, e due anni fa, ad approdare al celebre club berlinese , dove la sua carriera decolla definitivamente. Lo incontriamo poco prima della sua lunga maratona alla consolle del lunedì mattina (ben 11 ore di mixing ininterrotto) nel bar Babette, nella sovietica Karl-Marx Allee, a pochi minuti dal club. «La musica elettronica è il mio strumento per avere un impatto con la realtà.  Come ogni forma d’arte degna di questo nome, le affido la mia personalità, il mio vissuto, il mio messaggio. Quando mixo, la mia mente vola altrove, in luoghi immaginari, spesso perfetti ed immacolati, da cui attingo a piene mani ispirazione per i miei suoni. Uno dei paesaggi che più spesso ricorre nella mia mente è una foresta fitta e scura, come quella che circondava la casa di mia nonna in Ucraina, dove ho vissuto gran parte della mia infanzia». Quando, alcune ore dopo, dal centro del dancefloor lo vediamo mettersi le cuffie e mettere mano alla console, dalla folla si leva un grido che fa tremare le pareti del club. Note dark e scure, impreziosite qua e là da melodie più dolci e rassicuranti, ci catapultano presto nella foresta di suoni di Etapp Kyle: un mondo parallelo, misterioso e seducente, labirintico, dove perdersi è dolce e da cui non vorremmo più far ritorno.

Pubblicato su L’Uomo Vogue, Marzo 2017

Photo credit: Steven Kohlstock

Fashion Editor: Sarah Grittini

 

 

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