Tankstelle, Berlin, Germany.

Il gallerista Jürg Judin vive in una ex stazione di benzina, nel cuore del quartiere di Schöneberg, a Berlino.

Per quasi cinque anni il gallerista Jürg Judin era passato accanto alla fatiscente stazione di benzina Shell della Bülowstrasse, nel quartiere di Schöneberg a Berlino, fantasticando su un possibile recupero di quel gioiello di design degli anni 50 incompreso, abbandonato all’incuria e senza proprietario da oltre quindici anni. Poi un giorno lo choc: il cartello “vendesi” all’ingresso del terreno era stato rimosso. “Fu come accorgersi che una persona amata si è improvvisamente innamorata di un altro”, racconta il gallerista originario di Zurigo ma berlinese d’adozione, cofondatore della galleria Nolad-Judin, che a Berlino rappresenta artisti del calibro di George Grosz e Adrian Ghenie. Alcune settimane, spuntandola su un investitore che su quel terreno pianificava la costruzione di un palazzo di sette piani, il rudere era di sua proprietà. “Ho acquistato questa stazione di benzina d’istinto, per salvarla dalle ruspe, senza aver ben chiaro cosa ne avrei fatto”, spiega Judin, tradendo fin dalle prime battute una natura romantica. “Inizialmente pensai che avrei potuto ricavarci una residenza per artisti, ma presto fui sedotto dall’idea di venirci a vivere io stesso”. Per tener fede ad entrambi i progetti, la superficie complessiva della stazione – 93 metri in tutto tra sala vendite e officina meccanica -, non era tuttavia sufficiente. Judin decide allora di costruirle accanto un’estensione a forma di parallelepipedo, così da raggiungere la superficie attuale di 385 mq. Per il rivestimento esterno del nuovo edificio, che dall’alto dei suoi due piani sovrasta la stazione (nel 2016 diventeranno tre), Judin opta per vetro industriale “Profilit”, un materiale opacizzato, di color bianco con riflessi bluastri, che trova spesso impiego nei moderni autolavaggi. “Un tributo all’antico uso di questi spazi, ma soprattutto una scelta motivata dalla necessità di creare uno sfondo neutro in grado di mettere in risalto le linee morbide dell’edificio originario, senza mai rubargli, a dispetto della maggiore altezza, i riflettori”. Il profilit, racconta, si è rivelato  una scelta quanto mai azzeccata: “di giorno lascia filtrare una luce diffusa, ideale per creare ed esporre arte; di notte l’intero edificio si “accende” a mo’ di “scatola di luce”, conferendo al giardino un’atmosfera onirica, sospesa nel tempo”. L’assenza delle pompe di benzina, rimosse da Shell già nel 1985, non ha mai suscitato particolare rammarico in Judin: “l’imponente pensilina in cemento che torreggia in giardino acquisisce, in loro assenza, un carattere scultoreo che altrimenti non avrebbe. Del resto”, prosegue il gallerista, “per questo restauro ho cercato di evitare di scadere in facili nostalgie. L’edificio è concepito per mantenere solo all’esterno il suo aspetto di stazione di benzina, mentre per gli interni ho bandito ogni riferimento esplicito alla sua vecchia funzione, a favore di soluzioni più discrete: nei bagni, ad esempio, alcuni tasselli del mosaico Bisazza che ne decora pavimenti e pareti sono stati realizzati, su mia commissione, in tonalità “rosso Shell” “. Poco o nulla è rimasto, racconta, delle piastrellature originali, eccezion fatta per quelle della vecchia officina meccanica, staccate laboriosamente una ad una ed impiegate nuovamente per il suo rivestimento esterno. “Al suo interno oggi abbiamo ancora un’ “officina”, quella del cibo”, ironizza il gallerista varcando la soglia della cucina, indicando con un gesto della mano un impressionante arsenale di utensili culinari. “L’idea era quella di lasciare a questi spazi, come allora, la funzione di centro operativo, creando così un nesso implicito  tra passato e presente”. Per il restauro dell’ex-sala vendite, la parte della stazione dove il richiamo architettonico al design degli anni ’50 è più evidente, la parte più difficile, racconta, è stato trovare un artigiano in grado di realizzare delle vetrate con la stessa curvatura di quelle originali. Roba di poco conto rispetto all’impegno richiesto dal reperimento dei ciclopici pini con cui Judin decide di adornare il giardino. “Li volevo rigorosamente coevi all’edificio. Dopo una ricerca durata mesi, ho trovato i “giusti esemplari” sulle coste del Mare del Nord”. Poco o niente può fermare un uomo che insegue un’idea romantica: Judin ne organizza il trasporto fino a Berlino su un Tir speciale scortato dalla polizia; per piantarli fa costruire una gru telescopica di 60 tonnellate di peso che blocca il traffico della strada laterale per due giorni. Per la composizione del giardino, Judin si è ispirato al principio cinese dei “Tre amici in inverno”,  che prevede l’utilizzo combinato di soli tre alberi: pino, bambù e susino.  “Al posto del susino ho optato per il ciliegio”, racconta, “il primo albero a fiorire in primavera. Il bambù, pianta sempre verde e resistente al gelo, caratteristiche che lo rendono particolarmente adatto alle alte latitudini berlinesi, cresce fino a 6 metri di altezza, creando un bel muro di verde”. Uno schermo alla vista quanto mai desiderato nella Bülowstrasse, nota ai berlinesi per essere, da sempre, una delle principali strade a luci rosse. “Non che prima dell’acquisto non lo sapessi”, racconta, “ma solo dopo aver iniziato a vivere nella stazione ho capito quanto questa nota di degrado avrebbe impattato il mio umore nel quotidiano. Ho avvertito immediatamente l’esigenza di erigere un muro attorno al terreno della stazione, così da accentuarne il carattere di “oasi urbana”. È l’inizio dell’ennesima battaglia per il gallerista: a Berlino i muri che circondano le abitazioni private non possono superare i 1,5 m di altezza; Judin, a colpi di carte bollate, riesce a strappare alle autorità un permesso speciale per un muro alto 2 m. “Col tempo”, racconta col tono affettuoso di chi, dopo anni di convivenza, sente di aver accettato anche i lati più spigolosi del carattere della persona amata, “ho imparato a convivere col “dark side” di questo spazio. L’ho fatto quando, libri di storia alla mano, ho realizzato che la prostituzione è nel DNA di queste strade da oltre 150 anni, da quando cioè la vicina stazione del Gleisdreieck si trasformò in un importante centro per il commercio del carbone e dell’acciaio, con successiva fuga dei ricchi ed arrivo in massa di operai e prostitute”. Mentre Judin parla, una famiglia di anatre, i suoi animali da compagnia, gli si fa incontro festosa. Altre anatre si muovono indifferenti negli idilliaci bacini di acqua, illuminati da lampade subacquee, al cui effetto luce si deve se, al calare del sole, l’oasi urbana di Judin acquisisce improvvisamente un carattere “californiano”, da villa di Beverly Hills, assente di giorno. A completare il quadro surreale, una minacciosa balestra appoggiata sul tavolo, già caricata con una freccia e pronta all’uso. “Pochi giorni fa, un procione mi ha ammazzato un’anatra. Ebbene sì, da quando sono scappati da un circo anni fa, la città è infestata di questi roditori. Sono determinato a far sì che non avvenga di nuovo”.

Pubblicato si Casa Vogue, Aprile 2015

Photo credit: Steven Kohlstock

 

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