Eine Alpensymphonie: Casa Ebelin Bucerius di Richard Neutra, Brione sopra Minusio

“Credo di aver dato il meglio di me in questo progetto”. Queste le parole con cui il maestro del “desert modernism” californiano Richard Neutra, in una lettera inviata all’amico Bruno Honegger nell’autunno del 1965, parla della “Casa Ebelin Bucerius” a Brione sopra Minusio, in Ticino, come del proprio capolavoro. «È giusto attribuire a quella lettera il tono nostalgico di chi sente vicina la fine della propria carriera. Neutra, all’epoca settantatreenne,  considerava quel progetto il suo “canto del cigno”, l’ultima chance a sua disposizione per superare se stesso», spiega Klaus Leuschel, autore del bel volume “Richard Neutra in Europa: Bauten und Projekte, 1960-1970”. Bisognava del resto essere folli per sperare che il futuro avrebbe riservato un’occasione migliore per riuscire nell’impresa: da un lato la posizione da sogno del cantiere, da cui si gode una vista mozzafiato sul lago Maggiore; dall’altro l’eccellenza della committenza, quella di Gerd Bucerius, danaroso fondatore ed editore del settimanale tedesco Die Zeit, che per questo progetto accordò all’architetto Viennese emigrato in California negli anni ’20 uno dei budget più importanti della sua carriera. Il risultato di questo fortunato connubio è una delle ville private più imponenti, sotto il profilo delle dimensioni, mai costruite da un architetto modernista, eccezion fatta per la “Kaufmann Desert House”, realizzata sempre da Neutra a Palm Spring nel 1946, e la ciclopica  “Villa Savoye” di Le Corbusier a Poissy. «A dispetto di certe somiglianze stilistiche, come la predilezione per il tetto piatto e materiali come acciaio, vetro e cemento, l’approccio dei due grandi maestri del modernismo non poteva essere più diverso: se la “Villa Savoye” ci appare come un UFO atterrato a Poissy per sbaglio, un corpo alieno che niente ha a che vedere con il paesaggio circostante, anzi, che al paesaggio si oppone programmaticamente, per meglio segnalare l’alterità dell’utopia sociale di cui vuole essere latrice, la Casa E. Bucerius, al contrario, nasce dalla ricerca di una simbiosi  tra architettura e Natura già presente nell’architettura wrightiana. Per riuscire nello scopo, egli si adopera per annullare sistematicamente i tradizionali confini tra “dentro” e “fuori” che nella Casa E. Bucerius sono volutamente molto labili». Per portare la valle “in salotto”, Neutra opta anche a Brione, come in numerose delle ville da lui progettate in America (si pensi alla “Hailey House” e la “Wirin House” in California o la “Rice House” in Virginia), per imponenti finestre sovradimensionate, vere e proprie “pareti trasparenti” concepite per dominare il paesaggio circostante con il minimo impedimento; sempre per limitare il meno possibile la libertà dell’occhio, per il salotto progetta un caminetto “panoramico” ad hoc, aperto da un lato. «Ovunque si guardi, nella Casa Bucerius si scorgono dei  “ponti” tra dentro e fuori, che di fatto ne rendono i confini più sfumati: la spettacolare piscina, per metà interna alla villa e per metà a cielo aperto, si sostituisce di fatto ad una parete; egli sceglie inoltre la stessa pietra del posto per la pavimentazione del salotto e della veranda (lucida all’interno e ruvida all’esterno) ottenendo così di creare l’illusione di essere in salotto anche quando si è seduti in veranda e viceversa; a rafforzare l’impressione di compenetrazione reciproca tra paesaggio ed edificio, muri  portanti e travi di metallo sono prolungati ad arte verso l’esterno, mentre delle vasche d’acqua rettangolari, disposte strategicamente lungo le finestre e sul tetto, creano delle superfici specchianti in cui le montagne ed il cielo sono liberi di riflettersi, diventando a tutti gli effetti parte integrante della villa. Se il risultato è indubbiamente di rara armonia cromatica (il grigio delle montagne sfuma in quello dei pavimenti, l’azzurro del cielo ed il bianco delle nuvole dialogano con i loro riflessi negli specchi di acqua) sarebbe sbagliato ricondurre l’inclusione del paesaggio nell’architettura di Neutra a mere considerazioni  estetiche. «Formatosi nella Vienna dell’inizio del secolo, egli ebbe modo di assorbire in prima persona le idee rivoluzionarie di Sigmund Freud su cognizione e percezione sensoriale», spiega Leuschel, «maturando, fin dall’inizio della sua carriera in California, un approccio insolitamente “psicologico” alla sua architettura modernista, che egli battezzò “Biorealismo”. Egli era convinto che tra i compiti dell’architetto vi fosse anche quello, prettamente “terapeutico”,  di rimettere l’Uomo in contatto con la Natura, creando abitazioni concepite per esaltare le facoltà percettive e sensoriali di chi le abita». Proprio come un medico al primo appuntamento con un nuovo paziente, Neutra era solito somministrare ai propri clienti un lungo questionario, per poterne interpretare al meglio i desideri: la Casa E. Bucerius, nata da un fittissimo carteggio durato ben 4 anni, dal 1962 al 1966 tra Neutra e l’editore tedesco, non fa eccezione. «Anche sotto l’aspetto della relazione architetto-committente, in Neutra si riscontra un elemento di “sensibilità”, di “capacità d’ascolto”, che lo pone agli antipodi dall’approccio dogmatico di Le Corbusier. La villa fu progettata per soddisfare al meglio le esigenze di Gerd Bucerius, anche le più inconfessabili: in questo paradisiaco buen retiro situato in territorio neutrale, munito di ben quattro camere per gli ospiti e, nel vicino rustico, addirittura di una macchina “distruggi documenti”, Bucerius riceveva infatti in gran segreto uomini politici e magnati dell’industria potendo garantire la più assoluta discrezione, come documenta il giornalista Ralf Dahrendorf nella sua dettagliata biografia dell’editore». Proprio nelle tante soluzioni pratiche che Neutra studia, nei minimi dettagli,  per venire incontro alle necessità di Bucerius si manifesta del resto quella sua ricerca maniacale della funzionalità dove più la sua forma mentis modernista è evidente, e dove più va cercato il suo genio. «La porta divisoria scorrevole del salotto, ad esempio, si trasforma all’occorrenza anche da schermo per il proiettore; gli specchi d’acqua, disposti lungo il bordo del tetto e nelle vicinanze dei dislivelli del giardino, fungono anche da “barriere invisibili” a protezione dei visitatori, liberando così dalla necessità di “inquinare “ la vista della valle con ingombranti ed antiestetiche ringhiere di metallo». Funzionale, per Neutra, fa infatti rima con essenziale: egli bandisce i punti luce ad emissione diretta, come i lampadari, a favore di una luce diffusa proveniente, in ogni stanza, da controsoffitti in legno; i radiatori vengono nascosti da opportuni mobili nelle nicchie delle finestre; per limitarne l’impatto visivo, gli interruttori sono collocati, contro ogni convenzione, a 65 cm da terra, così da poter essere raggiunti ancora più comodamente senza dover alzare il braccio. Persino i cardini delle porte, giudicati de trop, sono incassati nelle cornici delle porte. «Sotto l’aspetto dell’essenzialità e della funzionalità di ogni dettaglio, Casa E. Bucerius rappresenta un’opera davvero radicale, senza compromessi, come si conviene ad un progetto che punta ad essere il coronamento di una lunga carriera, il capolavoro da lasciare in consegna alla posterità», conclude Leuschel.  Neutra non fece, tuttavia, i conti con l’oste: pochi giorni dopo la consegna delle chiavi, la Signora Bucerius, ignara con tutta probabilità di commettere un sacrilegio, dette ordine che la villa fosse arredata con mobili fin siècle, carichi di ornamenti ed inutili orpelli, il peggior dispetto che potesse fare ad un anziano architetto affetto da una forma acuta di idiosincrasia per il superfluo.

Pubblicato su Casa Vogue, Aprile 2015

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Richard Neutra in his Bucerius House. Photo credit: Martin Hesse.

Richard Neutra in his Bucerius House. Photo credit: Martin Hesse.
Richard Neutra in his Bucerius House. Photo credit: Martin Hesse.
Richard Neutra in his Bucerius House. Photo credit: Martin Hesse.
Richard Neutra in his Bucerius House. Photo credit: Martin Hesse.
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