Interview with Tahar Rahim

A quattro anni di distanza dal successo planetario de “Il profeta” di Jacques Audiard, l’attore francese Tahar Rahim, poche settimane fa, è tornato a calcare il tappeto rosso della Croisette per presentare le sue ultime due fatiche: “Il passato”, del regista iraniano vincitore del premio oscar Azghar Fahradi, in concorso, e “Grand Central” di Rebecca Zlotowski, selezionato nella categoria ‘Un certain regard”, al fianco di Léa Seydoux. «Si può ben dire che io sia nato a Cannes, almeno professionalmente parlando», spiega l’attore. Fu infatti il suo indimenticabile ruolo di protagonista nel film d’ambientazione carceraria del regista francese Jacques Audiard, a detta di molti critici il suo capolavoro e vincitore del Grand Prix  a Cannes nel 2009, a farlo conoscere al grande pubblico: quello di un giovane carcerato arabo (Malik El Djebena) costretto dall’ostilità del nuovo ambiente a intraprendere un tormentato cammino di formazione che lo trasformerà da spaesato ed ingenuo neofita della prigione a boss di una banda criminale, da preda a predatore. Per l’attore di origini magrebine, pressoché sconosciuto fino a quel momento, è l’inizio di una travolgente carriera da star cinematografica, che lo ha portato, in soli quattro anni, a girare ben nove film, tra cui “Il principe del deserto” di Jean-Jacques Annaud. Chissà se Audiard ripeterebbe oggi la frase: “Non vi è dramma sul volto di Tahar. Non vi è tragedia. Ha lo sguardo di un bambino”, con cui, subito dopo il termine delle riprese de “Il profeta”, intese celebrarne la “verginità attoriale” in un’intervista ad un quotidiano americano. A dire dalla disinvoltura con cui Rahim ha saputo restituire la complessità psicologica di Samir, il tormentato co-protagonista del nuovo film di Azghar Fahradi, viene da credere che il regista sceglierebbe con tutta probabilità parole diverse per omaggiare la sua pupilla di un complimento, andando a cercare nuove sfumature nel suo sguardo. «Ne “Il Passato” interpreto il ruolo di un padre di famiglia schiacciato dal peso della vita», racconta l’attore. «Un uomo traumatizzato, che, poco a poco,  scopre un segreto terribile: sua moglie ha tentato di suicidarsi davanti ai suoi figli. Il  ruolo di un uomo decisamente più maturo di me, estremamente complesso sotto il profilo psicologico, che, non ne faccio mistero, mi ha dato del filo da torcere». Un padre disilluso che ricorda, sotto vari aspetti, l’Antonio Ricci protagonista di “Ladri di biciclette” di Vittorio De Sica, pellicola che non a caso Fahradi inserisce nelle referenze cinematografiche consigliate a Rahim per prepararsi al ruolo. «Come Antonio, anche Samir è un padre molto duro col proprio figlio, e tuttavia capace, nel corso del film, di conquistare l’amore dello spettatore, perché rivela una natura moralmente integra, ed irresistibilmente umana». Sul set de “Il Passato”, Rahim rivela di aver sperimentato un nuovo metodo recitativo a lui sconosciuto, incentrato sulla calma”, che consiste “nel controllo assoluto di ogni movimento ed ogni emozione”. «Fahradi si aspetta dall’attore un rispetto pedissequo della sua visione. Questo non significa, mi preme sottolinearlo, che l’attore venga ridotto ad una marionetta: egli ha modo di tratteggiare insieme al regista il personaggio, ma rigorosamente prima delle riprese. Dopo il ciak, è lui il maître absolu. Ho riscoperto così lo stato più puro di interprete, sentendomi come un violinista davanti ad uno spartito musicale. Più libero, nonostante avessi più vincoli». Lavorare con Jacques Audiard, rievoca l’attore, era completamente diverso. «Una volta plasmato il personaggio, ed avergli infuso il suo spirito vitale, Audiard si aspetta che viva da solo, che cammini con le proprie gambe. Egli dirige il gioco, ovviamente, ma spera segretamente ad ogni scena di  essere sorpreso dalla sua “creatura”, sulla quale si rifiuta di esercitare un controllo completo». Nell’altro film presentato a Cannes, “Grand Central” di Rebecca Zlotowski, un’insolita storia d’amore all’ombra di una centrale nucleare, Rahim interpreta il ruolo di un operaio che verrà contaminato da una doppia scarica di radiazioni: quelle dell’uranio e quelle, non meno tossiche, di un’irresistibile relazione proibita. «La sceneggiatura del film è ispirata a La Centrale, il libro di Elisabeth Filhol che aveva fatto scalpore documentando le condizioni di vita dei lavoratori del nucleare in Francia, ben prima dei fatti di Fukushima», spiega. «Ho accettato di girare questo film senza aver letto attentamente lo scenario, come faccio abitualmente, ma fidandomi dell’entusiasmo con cui la regista mi ha pregato di entrare a far parte del progetto. Mi ha spiegato il suo desiderio di far emergere da me una sensibilità, che potremmo definire “femminile”, a cui non avevo mai voluto dar voce in passato. Incuriosito, ho detto sì.» «Ogni uomo, credo, ha molto da guadagnare dall’imparare ad accettare la propria sensibilità per quello che è, invece di combatterla ostinatamente», prosegue. «Piangere, se se ne ha voglia, davanti alla scena di un film, commuoversi all’ascolto di una canzone, o semplicemente essere esclusivi in amore. La posta in palio è molto alta: imparare a vivere al cento per cento». Dopo “Love and bruises”, del cinese Lou Ye e “The eagle”, dello scozzese Kevin Macdonald, Tahar Rahim continua a farsi corteggiare dai registi internazionali. Attualmente è impegnato in Giordania nelle riprese di The Cut, di Fatih Akin. A fine anno sarà invece sul set del nuovo film di Kusturica, “L’amore e la pace”, una rocambolesca quête d’amour tra il Marocco e la Francia. In autunno lo vedremo invece in una pellicola thriller francese sul narcotraffico: “Gibraltar”, costata ben 20 milioni di euro, al fianco di Riccardo Scamarcio. Con una carriera così lanciata, viene da chiedersi cosa è rimasto di quel ragazzo di provincia figlio d’immigrati che, solo quattro anni fa, riceveva gli onori di una standing ovation a Cannes con occhi increduli e smarriti. «In questi anni, il cinema ha finalmente ripreso il posto che doveva avere nella mia vita: da ossessione, è tornato ad essere una passione. Se prima vivevo per ottenere un ruolo, e, dopo “Il profeta”, per non lasciarmi sfuggire dalle dita la fama giunta così all’improvviso, oggi, finalmente, mi godo il mio lavoro. E posso dire di avere imparato a vivere il presente». 

Michele Fossi

Pubblicato su L’Uomo Vogue, Luglio 2013

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