Sustainable desert farming

Il prossimo grande business nel settore dell’immobiliare? Acquistare terreni desertici vicini al mare. Questa almeno la previsione che verrebbe da fare osservando i rapidi sviluppi di un nuovo, promettente settore dell’agricoltura: il “sustainable desert farming”, ovvero la coltivazione in pieno deserto di cereali e ortaggi biologici, all’interno di moderne serre alimentate da acqua di mare dissalata con l’energia solare (e non, come da tempo avviene nei paesi del Golfo, per mezzo di inquinanti impianti di dissalazione alimentati da combustibili fossili). Coltivare quantità illimitate di cibo in condizioni impossibili, il tutto senza inquinare: un eco-dream che è già realtà nel Sud dell’Australia, a Port Augusta. Qui un’azienda dal nome eloquente, la Sundrop, goccia di sole, ha messo a punto un futuristico impianto che, grazie ad una serie di specchi ustori di pitagorica memoria, sfrutta il calore raccolto per dissalare in maniera sostenibile l’acqua marina e, al contempo, per regolare la temperatura all’interno delle serre dove avvengono le coltivazioni. “Dopo il petrolio, il prossimo oro del deserto sarà commestibile”, promette Philipp Saumweber, cofondatore dell’azienda. “La tecnologia è pronta per essere esportata nel resto del mondo e non vi sono limiti alla sua implementazione: le risorse di cui necessita per il suo funzionamento – sole, acqua marina e superfici desertiche – sono infatti illimitate”. Lungi dall’essere un fenomeno isolato, il sustainable desert farming si sta delineando come una nuova, promettente tendenza nel mondo dell’agricoltura, che potrebbe aiutare l’umanità a far fronte al crescente bisogno di cibo e acqua potabile (si stima che la popolazione mondiale nel 2050 potrebbe raggiungere i 9,5 miliardi), senza dover aggravare ulteriormente il consumo di risorse e territorio. Grazie ad un accordo firmato tra i governi di Giordania e Norvegia, lo scorso anno ha preso avvio in prossimità della città di Aqaba, sul Mar Rosso, il “Sahara Forest Project”, il primo progetto pilota su larga scala (ben 20 ettari) destinato alla conversione di distese desertiche in aree coltivabili grazie al solare. “Tra gli obiettivi del progetto, oltre a dare una risposta sostenibile alla crescente domanda di cibo sul pianeta, vi è quello di assorbire CO2 dall’atmosfera creando vere e proprie nuove foreste in pieno deserto”, spiega Joakim Hauge, CEO del progetto. “La più grande sfida? Perfezionare l’integrazione tra le varie tecnologie e le varie colture agricole e non (produrremo anche pesci e gamberetti), così che i rifiuti dell’una diventino nutrimento per l’altra”. È quello a cui sta lavorando l’astrofisico Carl Hodges che, fruttando un approccio completamente diverso, da anni propone in Eritrea e Messico innovativi sistemi di “agricoltura desertica integrata”, dove la coltivazione di vegetali è accoppiata ad allevamenti di gamberetti, piantagioni di mangrovie ed altri animali, alimentati da acqua marina dissalata per via biologica. “L’agricoltura integrata è il futuro del desert farming, se vogliamo che sia per davvero sostenibile”, spiegano dal Masdar Institute negli Emirati Arabi Uniti, dove si lavora con successo all’utilizzo del solare per produrre biocarburante da coltivazioni di alghe in mezzo alle dune. Non solo cibo dunque: i deserti possono fornirci anche biocombustibile politicamente corretto, che non sottrae né acqua dolce né terra fertile all’agricoltura. In quantità pressoché illimitate. Parrebbe un miraggio del deserto, ma c’è chi vi investe già milioni di dollari.

Pubblicato su Vogue Italia, Settembre 2013

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