Un SMS per un pesce: l’iniziativa di filiera corta Fisch vom Kutter in Germania

  Slow Food Germania festeggia quest’anno i suoi venti anni di attività. Tra le iniziative per celebrare il giubileo dell’associazione, il 20 Aprile si è svolta a Berlino, nella suggestiva sede della Markthalle Neun nel quartiere di Kreuzberg, uno dei pochi mercati coperti della capitale rimasti in attività, una conferenza sulle responsabilità della sovrapesca nel determinare la scomparsa del pesce dal mare, dal titolo quanto mai eloquente: “L’ultimo pesce”.

La data non è stata scelta a caso. Il 20 Aprile cade il “Fish dependence day” tedesco,  cioè il giorno in cui, virtualmente, la Germania esaurisce il pesce pescato all’interno delle proprie acque ed inizia ad importarlo dall’estero. L’Italia, a dispetto della sua tradizione marinara e i suoi oltre mille chilometri di costa, non è messa meglio: il suo “Fish dependence day” cade solo un giorno più tardi, il 21 Aprile. Germania e Italia sono quindi autosufficienti solo per il 30% del pesce che consumano, a fronte del 51% della media dei 27 Paesi UE.

Alla conferenza non sono intervenute solo associazioni ambientaliste, come “Ocean 2012”, o illustri esponenti della gastronomia, come il pluripremiato chef Berlinese Thomas Kammeier, ma anche organizzazioni attive nel sociale, come “Welthungerhilfe”, associazione tedesca da decenni in prima linea contro la fame nel mondo, e “Evangelischer Entwicklungsdienst”, l’organismo della Chiesa Evangelica Tedesca che coordina gli aiuti umanitari nei paesi poveri. Gli effetti della pesca indiscriminata sono infatti molteplici, e si ripercuotono pesantemente non solo sugli equilibri degli ecosistemi marini (l’ultimo rapporto dell’associazione Ocean 2012 denuncia che l’82% degli stock ittici d’interesse commerciale sono sovrasfruttati), ma anche  sulle fragili economie del Sud del mondo, dove la pesca artigianale dà lavoro a 12 milioni di persone e fornisce a più di un miliardo di individui la principale fonte di proteine. Consumare più pesce di quanto ne peschiamo nelle nostre acque ha dunque pesanti ripercussioni anche sul fronte sociale ed umanitario che non possiamo ignorare.

Ma dalla Germania arriva anche una novità informatica che potrebbe svolgere un ruolo cruciale, anche nel nostro paese, per rilanciare la pesca artigianale come pratica e conveniente alternativa al pesce offerto dai canali della grande distribuzione: l’iniziativa di filiera corta “Fisch vom Kutter”, presentata alla conferenza Berlinese,  di cui diamo conto nell’articolo che segue. Chi ha detto che le nuove tecnologie soppiantano gli antichi mestieri? Se ben utilizzate, possono scongiurarne la scomparsa.

Lungi dall’essere mero folklore, la pesca artigianale che ancora si pratica nel tratto di costa che va da Hohwacht a Heikendorf, sul Mar Baltico, è un’attività che dà lavoro a numerose famiglie. A garantirne la sopravvivenza, in un’epoca dove il mestiere di piccolo pescatore è sempre meno redditizio, è la possibilità di vendere il pesce direttamente ai consumatori finali al porto, al rientro dalla battuta di pesca. Il tutto coordinato alla perfezione grazie ad un portale on-line aggiornato in tempo reale da SMS inviati dai pescatori direttamente dal mare, durante la battuta di pesca.

I pescatori artigianali figurano, com’è noto, tra i grandi sconfitti della globalizzazione dei mercati mondiali. Da un lato la pesca industriale e non sostenibile, praticata da poco più di 300 000 navi-fabbrica ipertecnologizzate, ha contribuito ad un progressivo esaurimento degli stock ittici, rendendo di fatto il lavoro dei piccoli pescatori sempre più arduo e meno redditizio.  Dall’altro essa pratica nei loro confronti una concorrenza sleale, immettendo sul mercato grandi quantità di pesce a basso costo. Anche nella ricca Germania, motore trainante della fiacca economia Europea, la situazione in cui versa la pesca artigianale non è delle più rosee. I numeri, anzi, sono quelli tipici delle specie prossime all’estinzione: nell’area della baia di Kiel sul Mar Baltico, nel tratto che va da Hohwacht a Heikendorf, per fare un esempio, il numero di piccole imbarcazioni dedite alla pesca locale è sceso progressivamente da 319 nel 1902, a 247 nel 1951,  fino a 155 nel 1970. Oggi ne sono rimaste solo nove a praticare la pesca come attività principale. Proprio in questa regione, un tempo tra le più pescose della Germania, è tuttavia in corso un esperimento informatico che mira a salvare la categoria del pescatore artigianale dalla scomparsa certa. L’idea al centro di questa singolare iniziativa di filiera corta è così semplice che sorprende che non sia già stata implementata prima ed altrove nel mondo: un portale online (“www.fisch-vom-kutter.de”, tradotto: “pesce direttamente dalla barca”), coordina la vendita diretta senza intermediari tra pescatori e consumatori finali. A conclusione della battuta di pesca, i pescatori comunicano al portale via SMS, direttamente dal largo, quale e quanto pesce è finito nelle loro reti, dove e quando attraccheranno. I clienti, così informati, possono accorrere al porto in tempo per lo sbarco dei pescatori, evitando così lunghe, se non inutili attese ed assicurandosi un pesce ancora freschissimo, locale, pescato con metodi sostenibili, e, dulcis in fundo, ad un prezzo inferiore di quello praticato dai supermercati. E mentre gli amanti del pesce risparmiano, le undici piccole aziende di pescatori partecipanti, miracolo della filiera corta, realizzano guadagni decisamente superiori che in passato, quando il pesce finiva negli oscuri canali della grande distribuzione, raramente vantaggiosi per i primi anelli della catena. “Un tempo svendevamo quasi tutto il pescato alle aste olandesi”, racconta Leif Roennau, uno dei pescatori. “Da quando esiste il portale, piazziamo quasi tutto qui al paese, ad un prezzo equo per tutti.”

Eppure nel 2010, quando l’idea è stata proposta per la prima volta ai pescatori, la loro reazione non è stata delle più calde. “Con mio disappunto, i pescatori ci hanno fatto sapere di non essere interessati a figurare sul nostro portale”, racconta Uwe Sturm, ideatore del progetto. “Ho deciso allora di inserirli comunque per prova: quando hanno visto il numero di clienti moltiplicarsi, lo scetticismo iniziale ha lasciato rapidamente posto all’entusiasmo. » Con circa 12 000 utenti che lo consultano regolarmente ogni mese, a meno di due anni dal suo lancio, il sito è ormai decollato. Nel corso dei primi dodici mesi di esistenza del sito, sono 17 i piccoli pescatori che hanno aderito all’iniziativa.  Tutti lavorano su piccole imbarcazioni, da soli o con l’aiuto dei propri figli. Più di recente, si sono aggiunti anche un paio di pescatori facenti riferimento a porti danesi o svedesi. Uwe si dichiara particolarmente soddisfatto del fatto che i pescatori, da quando sono stati coinvolti nel progetto, sembrano aver messo da parte ogni antica rivalità. “Spesso si chiamano a vicenda per scambiarsi clienti quando non riescono a soddisfare da soli l’offerta. Hanno capito che l’unione dei piccoli pescatori fa la forza”. Tra i diciassette pescatori figurano anche Jan e Erik Meyer,  gli ultimi della regione  a praticare ancora oggi una tecnica di pesca antica, un tempo ampiamente diffusa nel Baltico ed oggi pressoché scomparsa: la “Strandwade” , consistente nel fissare due estremità della rete a riva, e nel trascinarne la parte centrale in  mare, fino a formare un arco, per poi alzarla di livello con dei mulinelli a mano, così da far rotolare il pesce fino al bagnasciuga.

“La vendita di pesce fresco è intrinsecamente irregolare, e mal sopporta orari fissi e regolari”, spiega Erik Meyer accarezzandosi la barba incolta, appoggiando la schiena ad uno dei tipici “Fischerhütte”, i tipici rifugi per pescatori in legno verniciati di verde acceso, che, qua e là, spezzano la monotonia delle interminabili spiagge baltiche. “Del mar, si sa, non c’è certezza: basta che il vento lo ingrossi, a volte, per rendere vana ogni speranza di trovar del pesce nelle sue acque, o, nel caso di vere e proprie tempeste, addirittura di poter salpare, senza mettere a repentaglio la propria vita”. Certezze, spiega, non si hanno nemmeno sulla varietà di pesce pescato. “A volte le reti si gonfiano solo di merluzzo; a volte, se non è stagione, è pressoché introvabile. Lo stesso discorso vale con le aringhe. L’informazione dinamica offerta dal portale consente di ovviare, in parte, a queste incertezze”. Solo in parte, ovviamente. I tanti imprevisti a cui è soggetta la pesca in mare  mal si coniugano col desiderio, tutto contemporaneo, di tornare a casa sempre e comunque con il prodotto desiderato. “Inevitabilmente qualche cliente deve tornarsene a casa a mani vuote. Optare per il pesce sostenibile significa anche accettare con filosofia il fatto che la scelta si restringe necessariamente alle varietà presenti nei mari locali, e sia disponibile in quantità limitata. Il mare non è un supermercato!”.

L’interesse mediatico sorto attorno al progetto di vendita diretta al consumatore “Fisch vom Kutter” ha recentemente attirato l’attenzione anche del presidente dell’ “Associazione dei piccoli pescatori dell’Africa Occidentale” (CAOPA), Gaoussou  Gueye, che la scorsa estate si è recato a Wendtorf, dove ha incontrato i pescatori di “Fisch vom Kutter” e ha visitato il “Porto-museo Probstei”, un piccolo centro espositivo dedicato alla storia della pesca artigianale sul Baltico.  “L’incontro con Gueye ha permesso di mettere in luce numerosi, inattesi,  parallelismi tra la condizione dei piccoli pescatori nel Nord e nel Sud del mondo”, spiega Uwe Sturm. “Abbiamo scoperto di essere tutti… sulla stessa barca, poco importa a che latitudine ci troviamo: la grande industria del pesce, con solo un milione di addetti e con al suo servizio flotte armate di sonar e reti lunghe fino a cento chilometri, sabota di fatto il lavoro dei dodici milioni di pescatori che ancora praticano tecniche di pesca tradizionali.”  Con conseguenze infinitamente più tragiche per i pescatori del Sud del mondo, ed in particolare dell’Africa Occidentale. “In quella regione,  il danno arrecato va ben al di là della scomparsa di un’antica cultura gastronomica e di un mestiere che per secoli è stato trasmesso di padre in figlio. Ad essere messa a rischio è l’autosufficienza alimentare della regione”. Per i paesi del Sud del mondo, infatti, il mercato del pesce rappresenta non solo un commercio più importante del business delle banane, del te e del caffè presi insieme, ma innanzi tutto una fonte primaria ed insostituibile di proteine.  “Se in Germania le proteine del pesce coprono solo il 5% del fabbisogno proteico, in Africa questa percentuale sale al 30%”. L’oceano è infatti la maggior riserva di proteine esistente al mondo: la FAO stima che  per oltre due miliardi e mezzo di persone il mare rappresenti, ancora oggi, la fonte principale di cibo.  “Attraverso i canali della grande distribuzione, l’Europa oggi importa, enormi quantitativi di pesce dal Sud del Mondo. Di fatto, ne stiamo saccheggiando i mari. È né più né meno che una forma di neocolonialismo del mare”. “Contribuendo ad aumentare le entrate dei pescatori nostrani,  l’iniziativa “Fisch vom Kutter” spera di fornire un correttivo a questa deriva”, commenta Uwe Sturm.  “Ma per garantire la sopravvivenza della pesca artigianale in Europa, inutile illudersi, non basta accorciare la filiera. Occorre che la società nel suo complesso, e di riflesso il mercato, maturi la necessità di premiare chi dimostrerà di pescare localmente, con tecniche sostenibili. Preparandosi a pagare un prezzo più alto. È tempo che impariamo a mangiare meno pesce, preferendogli di tanto in tanto piatti vegetariani, per poterne acquistare di migliore qualità e più rispettoso dell’ambiente. Anche se questo comporta talvolta un prezzo superiore”. Indirizzare gli acquisti verso il pesce fresco pescato in loco, è più facile a dirsi che a farsi, si può obiettare. Eppure qualcosa, anche in Italia, si sta già muovendo. Il 21 Maggio è stato presentato in Senato un disegno di legge per introdurre un marchio di qualità filiera corta e sgravi fiscali per chi vende direttamente il pesce entro un raggio di 70Km dalla zona di prelievo. Alcuni gruppi di acquisto solidale del pesce, come « Fish Box » (www.fishbox.it), organizzano da tempo la spedizione di pesce locale e sostenibile sfruttando i canali distributivi dei Gruppi di Acquisto Solidale, pensati per chi non abita in prossimità di un litorale. Se invece si abita sul mare, l’invito è, invece, ad andare al porto e prendere il numero di telefono dei pescatori del posto. Con l’augurio che anche nel nostro Paese a segnalarci il loro arrivo sia, quanto prima, un comodo portale aggiornato in tempo reale da un servizio di SMS. Perché non importare un’idea così semplice e geniale?

Pubblicato su SLOWFOOD 56, Settembre 2012

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