A nomadic garden: Prinzessinnengarten in Berlin

A partire dall’estate del 2009, la compagnia no-profit “Nomadisch Grün” (Verde nomade) ha preso in affitto un’area dismessa nel quartiere di Kreuzberg a Berlino e l’ha trasformata in una fattoria urbana mobile: Il “Prinzessinnengarten”, progetto vincitore del premio del pubblico e della giuria degli UTOPIA AWARDS 2010, un orto dove accanto a verdure biologiche si seminano e si raccolgono idee per la città del futuro.

Berlino è una città che obbliga il visitatore a rivedere la sua nozione di “centro cittadino”. Tagliata fino a pochi anni fa in due dal muro, la capitale Tedesca presenta aree relativamente distanti dal suo centro geografico che paiono, per vivacità e densità di ristoranti e negozi, quartieri centrali, e viceversa zone centralissime che emanano il grigio squallore di periferie abbandonate. E’ il caso della Moritzplatz, nel quartiere di Kreuzberg, ex-Berlino Ovest. Pur essendo in pieno centro, la sua eccessiva vicinanza al confine con Berlino Est prima, ed il muro poi, ne ha decretato per oltre mezzo secolo il degrado: qualche brutto palazzone degli anni ’60, un distributore, un hotel da quattro soldi ed uno squallido venditore di Kebab fanno da cornice ad una trafficata rotonda priva di vita dove, notte e giorno, confluisce il traffico assordante di due tra le principali arterie del traffico cittadino. Sul terreno non edificato situato a Sud della piazza, esteso all’incirca come un campo di calcio, nel corso dei decenni si sono avvicendati pigramente mercati delle pulci e concessionarie di auto, intervallati da rugginose parentesi di vero e proprio abbandono. Questo fino al 2009, anno in cui Robert Shaw e Marco Clausen, rispettivamente un documentarista e un fotografo, decidono di affittare dalla città il terreno dismesso e trasformarlo in un “orto urbano”. Dopo aver rimosso, grazie all’aiuto di 20 volontari, oltre due tonnellate di erbacce, lamiere e rifiuti, l’inverno di quell’anno il Prinzessinnengarten – “il giardino delle principesse”, così battezzato dal nome della strada, la Prinzessinnenstrasse, su cui si affaccia – viene alla luce. Con loro immenso stupore, pochi mesi dopo l’iniziativa riesce non solo a sedurre gli abitanti del quartiere, che prendono a frequentarlo e coltivarlo regolarmente, ma anche a catalizzare su di sé l’attenzione della stampa tedesca ed internazionale. Dalla CNN al New York Times, dalla Die Zeit alla Süddeutsche Zeitung, tutti vogliono saperne di più di questo orto al centro della metropoli. Il fatto è che il Prinzessinnengarten è divenuto in breve tempo molto più di un semplice appezzamento di terreno adibito alla coltivazione di ortaggi biologici, rivelandosi innanzi tutto un interessante esperimento sociologico. “Qui si sperimenta infatti una nuova modalità di vita urbana basata sulla collaborazione e sullo scambio, che vede vicini, curiosi e amici, fino a poco tempo prima perfetti sconosciuti, lavorare gomito a gomito per un progetto comune di riqualifica del quartiere”, spiega il co-fondatore Robert Shaw. “Ci consideriamo un laboratorio per la città del futuro”.

“Aiutaci anche tu a ‘far crescere’ una nuova città”, si legge sulla verde homepage del sito dell’associazione (www.prinzessinnengarten.de). “Non ce la facevamo più ad aspettare, per questo abbiamo deciso di iniziare da qualche parte. Vieni anche tu, trova il tuo ruolo: insieme stiamo costruendo il futuro della nostra città”. “È così, amo pensare al Prinzessinnengarten come un giardino della mente, dove accanto agli ortaggi si coltivano idee. Si seminano interrogativi. Come vivremo quando, entro il 2050, sul pianeta ci saranno 9 miliardi di persone, l’80% delle quali stipate in metropoli sempre più grandi e affollate? Come lavoreremo? Come mangeremo? Come consumeremo? Ci sono positive alternative al modello di sviluppo imperante? Il nostro scopo principale non e’ dare risposte, ma creare domande”. Mentre passeggiamo tra i viottoli dell’orto, Shaw spiega che il prinzessinnengarten nasce da una visione: ricreare a Berlino la piacevole atmosfera di collaborazione e condivisione che si respira nei tanti orti cittadini de L’Avana, gli “ortopònicos”, che Robert Shaw ha visitato a lungo alcuni anni fa nel corso di un viaggio sull’isola caraibica. “A seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica, l’embargo internazionale ha spinto Cuba a spingere l’acceleratore sull’autoproduzione. Nel giro di pochi anni, L’Avana, città di 3,5 milioni di abitanti, si è organizzata per arrivare produrre il 90% del proprio fabbisogno in ortaggi all’interno del perimetro cittadino”, spiega Shaw, “un risultato che infonde ottimismo riguardo alla capacità dell’umanità di sfamarsi in futuro”. Una tale diffusione dell’orticoltura urbana in Europa e in Occidente, dove esistono la proprietà privata ed un mercato immobiliare, non sarebbe ovviamente possibile: un largo uso dei terreni urbani che non sottostia alla logica del profitto sarebbe impensabile. “E infatti non sono mosso da velleità autarchiche, e non ho infatti mai pensato di riempire Berlino di orti, così da renderla autosufficiente dalla campagna. L’aspetto che più mi premeva importare da Cuba era soprattutto quello sociale: l’orticoltura urbana a Cuba è una realtà cittadina a noi sconosciuta, che permette alle persone di incontrarsi, scambiarsi conoscenze, rilassarsi in compagnia. E’ il luogo dove le vecchie generazioni trasmettono i loro saperi alle generazioni successive”.

A differenza della normale orticoltura urbana –  come quella ad esempio praticata nel vicino Tempelhofer Feld, il vecchio aeroporto di Tempelhof oggi dismesso, dove ciascuno coltiva in privato il proprio metro quadrato di terra ricevuto in concessione dal comune – qui al Prinzessinnengarten si lavora in maniera collettiva, come in un kibbutz. Ogni profitto viene reinvestito nel progetto, i cui scopi principali sono la riqualifica del quartiere e attività educative. Queste si svolgono essenzialmente nei due giorni in cui l’orto è aperto al pubblico, il giovedì e il sabato: in questi giorni si può partecipare ad una visita guidata e farsi una cultura sulla coltivazione di erbe aromatiche e ortaggi, l’allevamento delle api e la preparazione delle conserve. L’orto rimane comunque aperto sette giorni su sette. “Chiunque abbia voglia di partecipare alle attività di giardinaggio può farlo in qualsiasi momento della settimana. In cambio del tempo messo a disposizione del progetto”, spiega. “i visitatori dell’orto imparano a piantare, raccogliere i semi, a preparare il terreno. Ma l’insegnamento più grande, credo, è imparare a  condividere il proprio sapere”. “A questo si aggiunga l’effetto di responsabilizzazione che deriva dal prendere parte all’intera catena produttiva di un alimento. Viviamo in un’epoca dove il cibo ha perduto la sua sacralità, il suo valore. Per esso siamo disposti a spendere sempre meno, ma poi paradossalmente ne gettiamo gran parte. Coltivare un alimento, anche una sola volta nella vita, aiuta chiunque a capire, senza bisogno di troppe parole, che l’attuale sistema alimentare è completamente impazzito. Com’è possibile che ci siano melanzane tutto l’anno? Perché non ci sono buchi nelle foglie della lattuga? Com’è possibile che in certi supermercati un chilo di carote costi pochi centesimi? L’orto porta spontaneamente chiunque a porsi queste domande. Non c’e’ bisogno di salire in cattedra, assumere toni didascalici. Basta coltivare con le proprie mani per capire che solo spendendo di più possiamo sperare di favorire la diffusione di sistemi agricoli più virtuosi. E che lo spreco di cibo è un delitto”. Il Prinzessinnengarten è dunque innanzitutto un esperimento di “knowledge-sharing”, di scambio di conoscenze. “Siamo quasi tutti dilettanti di orticoltura. Stiamo imparando insieme, mese dopo mese,  l’uno dall’altro”, prosegue Shaw. Ciascuno dà il suo contributo. Dall’anziana signora Turca al professore della Freie Universität, la nostra iniziativa attrae un pubblico straordinariamente eterogeneo. E’ un esperimento sociale che mostra come il cibo sia uno dei pochi elementi capaci di accomunare persone molto diverse per estrazione sociale, provenienza e livello culturale ed interessi. ”

Al lato dell’orto sono stati costruiti dei capannoni rudimentali con delle lamiere di vecchie navi. Da uno di essi esce del fumo: esso ospita la principale attrazione del prinzessinnengarten, il ristorante, che nei mesi caldi arriva a servire fino a 200 pasti caldi, e che, a prezzi modici,  consente di assaggiare ricette cucinate rigorosamente con i prodotti raccolti nell’orto. “Si tratta al 99% di piatti vegetariani: quando la verdura è di qualità, non c’è infatti bisogno di carne per cucinare un piatto saporito e gustoso.” Qui finiscono in pentola le 460 diverse specie vegetali che, nel totale rispetto della stagionalità, vengono coltivate al Prinzessinnengarten: 15 diverse varietà di patate, 20 di pomodori, 9 di carote, venti di menta; bietole e zucchini, insalate e porri, fagioli e finocchi, solo per fare qualche esempio. “In Germania esistono 560 varietà di insalata, ma solo quindici di esse soddisfano i requisiti estetici e di conservazione imposti dalle esigenze logistiche dei supermercati. Pranzare o cenare al nostro ristorante educa all’amore per la biodiversità. Tra queste fumose lamiere svolgiamo anche numerosi workshop del gusto. Spesso ci divertiamo a ricreare, con i nostri ingredienti di altissima qualità, le ricette protagoniste del mondo del fast-food, come il ketchup. Ne vuole assaggiare un po’? E’ fatto con pomodori dell’orto: le assicuro che è un’esperienza”.

La vera peculiarità del Prinzessinnengarten è di essere un orto “nomade”, predisposto cioè fin dall’inizio per essere traslocato in un qualsiasi momento in un altro angolo della città.  La società no-profit a cui fa capo il progetto, “Nomadisch Grün”, si limita infatti ad affittare dal comune il terreno sui cui sorge l’orto per la cifra di 30 000 euro all’anno. Il contratto viene rinnovato con scadenza annuale. “Ora che il muro che divideva la città è solo un lontano ricordo, la piazza è divenuta molto più appetibile sul mercato immobiliare, soprattutto da quando nelle sue vicinanze è stato inaugurato un grande shopping centre”, spiega. “Col crescere dell’interesse immobiliare per questi terreni – il loro valore commerciale è stimato in 15 milioni di euro – aumentano le probabilità che il nostro contratto di affitto non venga rinnovato”.  Per questo motivo, e per il fatto che il terreno è in parte contaminato da olii esausti di automobili, tutti gli ortaggi crescono in contenitori per la terra facilmente trasportabili, come cassette di plastica, cartoni di tetrapack, sacchi di iuta. “Abbiamo calcolato che il trasloco ci costerebbe 90 viaggi con un autocarro da dodici tonnellate, con l’aiuto di tre TiR per il trasporto dei sei container.” “Berlino è una città profondamente colpita dalla speculazione immobiliare”, lamenta Shaw. “Troppo spesso il comune vende i propri terreni per progetti immobiliari di cui non indaga il reale impatto sul tessuto urbano. Prendiamo questo shopping centre: nessuno dei suoi impiegati vive nel quartiere, nessuno del quartiere vi si reca per fare acquisti. E’ il tipico esempio di pianificazione urbana improntata al profitto. Presto, temo, dovremo sloggiare. Ma il comune si è detto interessato a collaborare con noi per trovare una soluzione per questa area che soddisfi sia noi che la collettività, come ad esempio un palazzo suddiviso in una parte adibita a progetti comunitari, e una parte per il business. E perché no, un roof-garden sul tetto. Se riuscissimo a dimostrare che con un orto si può ottenere di influenzare con successo la pianificazione urbana, avremmo fatto centro”.

Pubblicato su SLOWFOOD 53, 2012

Courtesy of Marco Causen
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