Via col vento

Vi sono pochi argomenti capaci di mettere le associazioni ambientaliste una contro l’altra come l’eolico. Una vera e propria diatriba, che da anni vede affrontarsi nel nostro paese organizzazioni come “Amici della terra”, “Comitato nazionale del paesaggio”, “Italia Nostra” e “Mountain Wilderness Italia”, più sensibili alla tutela del paesaggio, che ritengono che l’istallazione di pale eoliche nel contesto paesaggistico italiano sia un inutile scempio, ed altre, come Legambiente e Greenpeace, che promuovono  invece l’eolico come irrinunciabile sorgente di energia pulita, indispensabile per il raggiungimento degli obiettivi energetici che ci impone Kyoto per il 2020: produrre il 20% dell’energia da fonti rinnovabili.

“Negli ultimi anni l’eolico nel nostro paese è stato fatto oggetto di speculazioni da parte di affaristi spregiudicati e non di rado di organizzazioni mafiose, più interessati ad incassare soldi pubblici nella forma di sussidi statali alle energie rinnovabili, tra i più alti in Europa, che a voler contrastare il cambiamento climatico nel rispetto del territorio”. È l’amara denuncia contenuta in un bel saggio dato recentemente alla stampa, “Controvento. Il tesoro che il Sud non sa di avere”, di Antonello Caporale (Ed. Strade blu), nel quale l’autore denuncia il lassismo delle tante, troppe amministrazioni comunali del meridione (ma non solo) che, allettate dalla possibilità di far cassa, hanno concesso a loschi affaristi l’autorizzazione alla costruzione di pale eoliche nell’assoluto disprezzo dei vincoli paesaggistici. Sono ormai innumerevoli gli esempi di parchi eolici nel nostro paese costruiti nei siti sbagliati, come ci si può rendere facilmente conto seguendo le numerose battaglie di associazioni come “Comitato nazionale del paesaggio”, “Italia Nostra” e ‘Amici della terra”, e “Viadalvento”, strenuamente impegnate a combattere l’eolico industriale in tutte le sue forme a difesa del paesaggio. “Per dare un’idea della gravità di questa deriva”, racconta il portavoce di quest’ultima associazione, “si pensi che recentemente sono stati proposti parchi eolici addirittura all’interno di aree protette di rara e immacolata bellezza, come il parco dell’isola di Capraia, nell’arcipelago Toscano, o in quello dei Monti Paduli, in Puglia”. Non si può che convenirne: costruire “piantagioni” di torri-eoliche in tali luoghi è un crimine contro quello che forse il nostro paese ha di più prezioso, il paesaggio, perché dalla sua integrità estetica dipende la buona salute del nostro settore turistico. Ma si tratta, soprattutto, di un crimine contro il buon nome di una fonte di energia che, se usata con criterio e intelligenza, avrebbe tutte le carte in regola per essere definita “perfetta”: l’eolico non produce infatti né emissioni né scorie, è inesauribile, funziona anche di notte, ed è in grado di compensare in pochi mesi il dispendio di energia necessaria alla costruzione e al trasporto degli impianti.

L’altra grande controversia legata all’eolico riguarda, com’è noto, il suo impatto sull’avifauna. Secondo alcune associazioni, le turbine a vento sono responsabili di un’ecatombe di uccelli e pipistrelli che, ignari del pericolo, finiscono nella traiettoria delle pale rimanendone uccisi. “L’incidenza di questi impatti può cambiare drasticamente da zona a zona e da specie a specie”, spiegano dal WWF .“In alcuni casi l’impatto sulla biofauna può essere quasi nullo, in altri molto invasivo”. Negli Stati Uniti, la “U.S. Fish and wildlife Service” stima che le pale eoliche uccidono ogni anno 440 000 uccelli, un numero apparentemente molto alto, di molto superiore al numero di volatili uccisi dagli aerei (80 000), ma comunque insignificante rispetto al numero di uccelli uccisi annualmente dai gatti americani, ben 500 milioni. Certamente non è una buona idea, come ahimé è avvenuto più di una volta nel nostro paese, trascurare in toto il problema,  installando ad esempio estese wind-farm lungo le rotte migratorie, come si è fatto per la centrale eolica sul Colle del San Bernardino, al confine tra Piemonte e Liguria. Ancor più inopportuni sono i progetti di parchi eolici in contesti naturali rimasti particolarmente intatti, come i nostri crinali Appenninici sfuggiti miracolosamente all’antropizzazione, che per questo motivo danno oggi rifugio a numerose specie minacciate di estinzione: si sospetta, ad esempio, che sui Monti Dauni le torri eoliche esistenti dal 2005 abbiano gradualmente causato la scomparsa di coppie nidificanti di Nibbio reale su un’area di ben 40mila ettari. Se questi dati dovessero essere confermati, tali aree dovrebbero divenire al più presto off-limits per le pale, a vantaggio di quelle dismesse o industriali, o comunque già compromesse a livello paesaggistico, anche in quota, che in un paese ad alta cementificazione come il nostro certamente non mancano. Molte speranze vengono riposte nell’imminente pubblicazione di un documento congiunto redatto dall’ANEV – l’Associazione Nazionale Energia dal Vento – insieme a Legambiente e Greenpeace, basato sui lavori dell’ “Osservatorio di Monitoraggio” – una piattaforma di ricerca che ha coinvolto, oltre a Legambiente, anche l’ISPRA, e che per la prima volta ha effettuato un dettagliato studio dell’impatto dell’eolico sull’avifauna nel nostro paese. Il documento introdurrà nuovi, importanti vincoli alla creazione di impianti eolici, come il divieto di costruzione su aree interessate da rotte migratorie e l’obbligo di eliminare a fine lavori eventuali strade e ponti costruiti per consentire il trasporto delle pale sui versanti montani più impervi e ventosi, in modo da ripristinarne il più possibile il carattere primigenio. Fino a quando tali vincoli non avranno forza di legge, tuttavia, è lecito dubitare che l’avanzata dell’eolico selvaggio nel nostro paese ed il suo impatto sui volatili in via di estinzione subirà per davvero una significativa battuta d’arresto.

Pur concordando sul fatto che le speculazioni dei “cowboy del vento” debbano essere combattute e represse, e che e per le torri eoliche si debbano trovare collocazioni più consone di quanto fatto in passato per proteggere sia il paesaggio che l’avifauna, per Greenpeace ogni atteggiamento antieolico preconcetto è infondato ed altrettanto inaccettabile. “Mentre la casa brucia, a causa del riscaldamento globale, qualcuno anziché portare l’acqua per spegnere il fuoco si preoccupa se qualche goccia cade sul tappeto”, si legge sul sito dell’associazione. Per Greenpeace, ed altre associazioni ambientaliste, tra cui Legambiente, l’eolico è infatti un’arma irrinunciabile a nostra disposizione per portare avanti la lotta ai combustibili fossili, che non possiamo concederci il lusso di accantonare. Se è da tempo chiaro a tutti che nessuna fonte energetica rinnovabile da sola è decisiva per contrastare il cambiamento climatico, e che la strategia per liberarsi dalla dipendenza del petrolio, gas e carbone deve necessariamente comporsi di un mosaico di fonti rinnovabili, non tutti sanno che l’eolico è proprio quella che da sola può generare la maggiore quantità di elettricità senza emissioni di CO2. Secondo un proiezione dell’ANEV, il potenziale dell’eolico al 2020, limitato dai vincoli paesaggistici,  è di ben 16 GW,  per una produzione totale di 27 TWh: tenendo conto che gli obiettivi europei al 2020 prevedono, per il settore elettrico in Italia, un incremento della produzione da fonti rinnovabili di 50-54 TWh (miliardi di kWh), ciò significa che addirittura metà dell’obiettivo del  2020 potrebbe essere coperto con l’eolico, un fiume di energia pulita e rinnovabile, sufficiente a soddisfare i consumi  domestici di oltre 23 milioni di italiani

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Già oggi il volume di energia eolica prodotta nel nostro paese ha già raggiunto valori di tutto rispetto, ed è in costante crescita: stando ai dati contenuti in un recente comunicato dell’ANEV, la potenza delle nuove istallazioni eoliche create nel corso del 2011 è stata dell’ordine di 950MW, in linea con ciò che si è verificato nel 2010. Sono inoltre 30mila i posti di lavoro creati dal settore, con una crescita media annua di circa 5.000 unità. “Sempre in termini di sviluppo economico”, spiegano dal Kyoto club Italia,  “va ricordata la positiva esperienza di centinaia di migliaia di agricoltori Americani e Nord-Europei che traggono parte del loro reddito proprio dalla produzione di elettricità da fonte eolica”. Stando ai dati forniti dall’American Wind Energy Association, i contadini negli Stati Uniti ricevono dai 3000 ai 5000 dollari all’anno per ogni turbina che ospitano sui loro terreni, continuando comunque a coltivare la terra o ad allevare il bestiame fino ai piedi della torre eolica. Ma ancora più interessante, a tal riguardo, è la prospettiva di trasformare il contadino da mero locatario di terreni alle grandi aziende del settore, a vero e proprio “imprenditore del vento” grazie al “mini-eolico”, una nuova tecnologia basata su piccoli impianti capaci di produrre solo alcune decine di KW, di minori dimensioni e quindi con un impatto paesaggistico decisamente inferiore rispetto alle torri eoliche convenzionali. Un settore ancora agli albori, per cui gli analisti prevedono tuttavia un futuro più che roseo: in base ad un recente rapporto pubblicato dalla società specializzata in analisi di business Global Data, la crescita di questo nuovo settore energetico nei prossimi anni sfiorerà il 30% annuo, per un totale di 3,4 GW di energia prodotta nel 2020, ovvero quasi un quarto di quella che, si prevede, produrranno per quella data i parchi eolici industriali. Questo nonostante richieda al momento investimenti iniziali certamente più onerosi del fotovoltaico,  che negli ultimi anni ha visto scendere i costi in modo vertiginoso: l’acquisto di una micro-torre costa 140 000 euro circa, un investimento che si riassorbe in circa 6-7 anni, passati i quali l’energia generata produce un reddito attorno ai 20 000 euro l’anno, a seconda della ventosità del sito. “È la cenerentola delle rinnovabili”, spiega il presidente del Consorzio Produttori di Energia da Mini-eolico (CPEM) Carlo Buonfrate, “e si trova attualmente al livello in cui era il fotovoltaico nel 2005”, ovvero difficoltà a convincere le  banche a elargire finanziamenti e mancanza di leggi appropriate e di incentivi a riguardo. A beneficiare di questa ultima arrivata tra le varie forme di energia pulita (che ha dalla sua il vantaggio di essere autoprodotta e di superare quindi il modello, a detta di molti desueto, della produzione centralizzata di energia tipica delle wind-farms e delle grandi centrali nucleari), saranno soprattutto gli agricoltori e gli allevatori, promette Buonfrate. “Li aiuterà a non abbandonare la campagna, integrando stabilmente i loro guadagni”. E, chissà, trattandosi comunque di marchingegni imponenti alti una ventina di metri, magari anche a mandare in pensione gli spaventapasseri

Pubblicato su SLOWFOOD 54, agosto 2012

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