Interview with French “Design Hacker” Ora-Ïto

Un giorno d’estate del 1999, i telefoni degli uffici di Vuitton, a Parigi, furono improvvisamente presi d’assalto da numerosi buyer Giapponesi  fermamente intenzionati a non lasciarsi sfuggire il futuristico, audace, nuovo modello di zaino, così poco in linea con lo stile tradizionalmente sobrio della maison Francese,  di cui avevano trovato un’immagine su un catalogo on-line. Peccato che di questo zaino… alla Vuitton nessuno aveva mai sentito parlare! Trattavasi infatti di una beffa bella e buona,  ordita da un giovane studente di design poco più che ventenne di nome Ora-Ïto,  sedicente “Design Hacker”,  con la passione per la violazione del copyright delle grandi marche  per le quali concepiva e addirittura pubblicizzava on-line oggetti… che nessuno gli aveva commissionato! Lungi dal pagar care queste bravate, il giovane pirata del design ne uscì fuori milionario. I dirigenti delle marche prese di mira (oltre a Vuitton  anche Swatch, Apple e Levi’s… ), invece di denunciarlo, seppero apprezzare il suo irriverente talento e intuirono che avrebbero fatto migliori affari assoldandolo alle loro dipendenze che denunciandolo. Nasce così uno dei più ricercati, coccolati e  ben pagati designer del mondo, come testimoniato dalla folta schiera di clienti illustri (l’Oreal, Heineken, Adidas, Kenzo, Honda, Guerlain, Nike… solo per citarne alcuni) con cui Ora-Ïto, seppur giovanissimo (oggi ha 31 anni), ha già collaborato. Ora che, a quasi dieci anni di distanza da quello zaino immaginario, il suo nome è diventato esso stesso – ironia della sorte –  un apprezzato marchio di fama internazionale, cosa ne è di quello spirito provocatore a cui Ora-Ïto deve originariamente la sua fortuna? “Non sono poi così cambiato.” – commenta. “La voglia di stupire e provocare è un tratto saliente del mio carattere che conserverò per tutta la vita, credo. E nonostante il successo internazionale, mi sorprendo ancora, come a diciannove anni, a concepire oggetti immaginari dal design troppo audace perché possano essere messi in produzione. Oggi, tuttavia,  ho ben  più chiaro il mio obiettivo artistico,  ben descritto dal neologismo inglese “simplexity”: ricercare la semplicità senza per questo dover sacrificare la crescente complessità della società contemporanea. Riuscire a concepire oggetti che, a dispetto della complessità delle ricerche che ne hanno preceduto la fabbricazione, trovano proprio nella semplicità del design la loro forza commerciale, equivale per me a mettere a segno la più sottile delle provocazioni”. 

Pubblicato su L’Uomo Vogue, Aprile 2008

Photo credit: Andrea Spatorno

 

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