Kim Jones in conversation with Demi Moore

L’attrice americana si è messa a nudo, rivelando come ha saputo trasformare un antico dolore in qualcosa di positivo. Poi si è rivestita di abiti couture, per sfilare sulla passerella dell’amico Kim Jones. In omaggio a una scrittrice e musa: Virginia Woolf.

Un dialogo intimo fra amici, in cui l’attrice racconta dei suoi anni difficili e di una collezione di bambole, si parla di moda e del sogno finalmente coronato di sfilare per una collezione Haute Couture, la prima di Kim. Uniti da un libro e dalla fascinazione per la sua autrice, Virginia Woolf. 

Demi+Kim

Qual è la forza misteriosa che ci spinge a dedicare così tante energie alla ricerca degli oggetti che consideriamo speciali? Una conversazione tra Demi Moore e Kim Jones sulla bellezza, e il conforto, che ci danno le cose che scegliamo di amare. 

Kim Jones: Cara Demi, se ho pensato di affidare a te l’apertura della sfilata Fendi Haute Couture  primavera 2021 per me così importante — la prima sfilata couture e donna della mia carriera — è perché sei una figura di riferimento e fonte d’ispirazione per migliaia di donne nel mondo.  Come del resto lo sono anche  tutte le muse e amiche che,  in questo giorno per me così speciale, ho voluto fossero al tuo fianco: Kate Moss, Christy Turlington, Cara Delevingne, Naomi Campbell e Bella Hadid.

Demi Moore: Mi sono davvero sentita in ottima compagnia! E grazie per queste parole gentili. Ma sono io a doverti ringraziare: hai finalmente coronato un mio sogno di ragazzina, sfilare su una passerella di Alta Moda!

K.J. Non è mai troppo tardi per coronare i propri sogni! Non sai quanto ho apprezzato il coraggio con cui,  nel tuo libro autobiografico Inside Out, ti metti a nudo, raccontando della tua infanzia non sempre felice. Sono certo che migliaia di  donne si sono riconosciute in quelle pagine, trovandovi grande conforto.

D.M. È proprio questo il motivo che mi ha spinto a scriverlo. Il dolore non conosce età, colore di pelle, credo religioso o conto in banca: tutti, in un modo o nell’altro, lo incontriamo nel corso della nostra vita. Sapere di non essere soli ad affrontarlo ce lo rende un po’ più sopportabile.

K.J. Verissimo.

D.M. Immagino che debba esserti parso proprio strano che questa sfilata così importante per la tua carriera sia svolta a porte chiuse, senza l’abbraccio del pubblico. Ma posso assicurarti che tutto è mancato, quel giorno, fuorché il calore umano: hai portato in passerella l’amore per i tuoi amici, le tue passioni più autentiche e viscerali, e questo ha fatto sì che l’energia che si respirava sul set fosse davvero speciale. Al termine delle riprese eravamo tutti commossi, e ho visto scorrere anche delle lacrime!

K.J. Speciale, per me, è stata soprattutto la serata che abbiamo passato tutti insieme  dopo l’evento. I party che seguono le sfilate, sai, sono magari divertenti, ma mai intimi. Ma questa volta eravamo solo noi amici, ed è stato davvero indimenticabile. Quante conversazioni ci siamo regalati, così sincere e profonde.

D.M. Ne avevamo tutti un gran bisogno, caro Kim: che ci piaccia o meno, stiamo attraversando a tutti gli effetti una guerra, e avvertiamo l’esigenza di essere fisicamente vicini e farci forza l’un l’altro. Che ripercussioni sta avendo questo strano periodo sulla tua creatività?

K.J. Cerco di non pensarci troppo e andare avanti, continuando a produrre e creare, senza lasciarmi buttare giù. Di questi tempi, mi sono trovato a pensare spesso a Christian Dior. Come sai, creò la sua casa di moda nell’immediato dopoguerra (nel 1947, ndr), e tra le sue ambizioni vi era anche quella di riportare, attraverso la moda, la joie de vivre nel mondo dopo tanti anni di sofferenze e privazioni. Pensare a lui mi aiuta a non perdere la fiducia che seguiranno tempi migliori. 

D.M. Voglio mostrarti a tale proposito una foto di Dean Loomis appesa qua nel mio ufficio, che amo molto. 

(Demi Moore si alza e inquadra la foto)

D.M. Ritrae un giovanissimo Yves Saint Laurent, il giorno del funerale di Christian Dior (24 ottobre 1957, ndr). Appoggiato, con lo sguardo abbassato, al muro di una strada di Parigi, addolorato e spaesato per la perdita del suo grande mentore, in quel momento, ignaro di quanto da lì a poco la sua stella avrebbe brillato, il giovane Yves deve aver provato una profonda inquietudine per il suo futuro. Ultimamente trovo molto conforto in questa immagine, che per me simboleggia l’importanza di non perdere mai la speranza: anche se il futuro ci appare oggi più fosco e insondabile del solito, dobbiamo sforzarci di ricordare che potrebbe avere in serbo per noi felicità e piacevoli sorprese. 

K.J. Anch’io trovo conforto negli oggetti della mia collezione privata in questo periodo. Solitamente passerei questi giorni di vacanza da qualche parte al mare. E invece questa volta sto a casa, tra gli oggetti a me più cari. Finalmente trovo il tempo di fare ricerca, e scoprire invisibili e inattesi nessi e correlazioni tra un’opera all’altra, ad esempio scoprire che un libro ne ha ispirato un altro. 

D.M. Durante la sfilata, e nello scatto per Vogue Italia, mi hai concesso l’onore di avere in mano uno dei pezzi forti della tua collezione di libri rari: la copia di Orlando che Virginia Woolf regalò a Vita Sackville-West, la donna che ispirò quel personaggio, e amore di una vita. 

K.J. È un libro per me speciale, al quale a casa riservo un posto speciale: un angolo della mia scrivania. L’ho voluto con noi, quel giorno, perché, con la sua energia straordinaria, aggiungesse al tutto un livello aggiuntivo di autenticità,  e di emozione. 

D.M. Come sai anch’io, come te, sono un’appassionata collezionista. Da anni mi chiedo quale sia la forza misteriosa che ci spinge a dedicare così tante energie alla ricerca degli oggetti che consideriamo speciali. E sono giunta alla conclusione che questa pulsione nasca, spesso, dall’esigenza di colmare un vuoto. 

K.J. Come spieghi il tuo interesse di collezionista per le bambole? (Demi Moore possiede circa duemila bambole vintage, raccolte nel corso di decenni e assicurate per milioni di dollari, ndr).

D.M. Come hai capito dal mio libro, da piccola mi sono sentita sovraccaricata di responsabilità, costretta a crescere troppo velocemente, e non sempre libera di esprimere le mie emozioni. La mia collezione di bambole è il mio modo di riprendermi quell’infanzia vissuta a metà. Un’ossessione, certo: ma non priva di lati gradevoli e gioiosi, al punto che amo definirla “la mia dolce follia”. 

K.J. Oltre alle bambole, so che collezioni anche miniature e oggetti sovradimensionati. 

D.M. Sì, e non sai quanto mi diverte farlo! Tra le mie ultime acquisizioni, figurano delle forbici giganti perfettamente funzionanti, lunghe oltre un metro. E una meravigliosa vasca da bagno in ceramica lunga dieci centimetri, in tutto identica a una vera, non fosse per le dimensioni. Non è bellissima?

(Demi Moore mostra la vasca in miniatura)

D.M. Il collezionismo è il mio modo di trasformare il dolore che mi porto dietro dall’infanzia in qualcosa di positivo e, perché no, persino di divertente! In questo mi sento vicina a Virginia Woolf: una donna la cui vita è stata segnata dal dolore, e che pur ha saputo farne tesoro, trasformandolo in pagine di rara bellezza. 

Testo raccolto da Michele Fossi, pubblicato su Vogue Italia, aprile 2021

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