Dimmi che tattoo fai e ti dirò chi sei

Da simbolo di RIBELLIONE a decoro mainstream, i TATUAGGI sono tornati di grande TENDENZA. E lo psicologo FULVIO TASSI, nel suo libro appena uscito, li suddivide in tre categorie: GRANDIOSO, INTERIORE E SENZA PENSIERO.

Di MICHELE FOSSI

Il passaggio del tatuaggio da fenomeno prettamente sottoculturale – prerogativa, soprattutto a partire dagli anni ’70, di punk, dark, goth, primitivi moderni, movimento femminista, comunità LGBTQ e cultori del New Age –, a fenomeno pandemico, mainstream, diffuso un po’ ovunque nella popolazione generale, è da collocarsi temporalmente agli inizi degli anni 2000. A partire dal nuovo millennio, grazie anche all’endorsement di sportivi e celebrità del mondo dello spettacolo vistosamente tatuati come David Beckham e Angelina Jolie, il tatuaggio entra di prepotenza nel costume e nella moda, apparendo un po’ ovunque sulle spiagge affollate, praticato ormai un po’ da tutti, a prescindere da specifiche appartenenze socio-culturali. In base a un sondaggio del 2016, il 29% della popolazione maggiorenne statunitense ha almeno un tatuaggio, con un impressionante 55% nella fascia dei trentenni.

In Italia, stando a un’indagine dell’Istituto Superiore di Sanità conclusa nel 2015, il popolo dei tatuati rappresenta invece il 12,8% della popolazione sopra i dodici anni, percentuale che balza al 29,9% per la fascia d’età compresa tra i 35 e i 44 anni. Che il tatuaggio, da simbolo di ribellione, significante di appartenenza a sottoculture ai margini, sia divenuto un bene di consumo di massa, lo certifica nel 2016 anche l’Istat, includendolo nel paniere dei generi di consumo per il calcolo dell’inflazione. Tre anni dopo,l’approdo al Festival di Sanremo di un artista ipertatuato come Achille Lauro non susciterà partic olare clamore. La barriera che un tempo marcava un’inconciliabile contrapposizione tra una cultura normativa non tatuata e sottoculture tatuate non c’è più. Il più nazional-popolare dei palcoscenici italiani è ormai per il tatuaggio – persino quello estremo, praticato sul volto – un habitat perfettamente naturale.

«Il “Rinascimento del tatuaggio” –  l’espressione con cui, in ambito sociologico e antropologico, è denominata la fortunata stagione attuale del tatuaggio dagli anni ‘70 ad oggi – prende avvio dopo il ‘68 come “reazione ad una generalizzata “crisi del senso del sé” nel mondo occidentale», spiega Fulvio Tassi,  psicologo e docente alla Scuola di Psicologia dell’Università di Firenze, autore de Il Rinascimento del tatuaggio. Il significato psicologico di un’arte millenaria. «Furono quelli anni di profondo smarrimento e crisi delle grandi ideologie: con il disastro del Vietnam, il sogno americano si trasformò per molti giovani in un incubo nel quale era di colpo impossibile riconoscersi. Quando stentiamo a trovare certezze nel mondo che ci circonda, e religione e credi politici cessano di fornirci un binario chiaro sul quale impostare la nostra esistenza, una tipica reazione psicologica è rifugiarsi nella propria individualità, e cercare conforto e appagamento nella sua celebrazione. Il tatuaggio, contribuendo a renderci ancor più unici e irripetibili e dandoci una piacevole sensazione di essere artefici della nostra autotrasformazione, offre un ottimo mezzo per indulgere nell’autocelebrazione, e non a caso nei primi anni ‘70 tornò in voga nel mondo giovanile». «A colpi di ago e inchiostro», prosegue, «le sottoculture tatuate di quegli anni avviarono un inesorabile processo di superamento di quella morale normativa, greco-romana prima e cristiano-borghese poi, che celebra il corpo naturale come creazione divina e aborre e stigmatizza quello tatuato, contribuendo ad un epocale cambio di percezione collettiva del corpo: da Tempio di Dio, sacro e intoccabile – creazione perfetta, come quell’Uomo Vitruviano perfettamente inscrivibile in un cerchio tracciato col compasso, attraverso la quale la divinità agisce nel mondo – a Tempio del Sé, appagante luogo di sperimentazione e re-design di se stessi».

Nel suo nuovo libro,  “Il Narciso tatuato” (Edizioni Maddali e Bruni),  Tassi suddivide il tatuaggio contemporaneo in tre diverse tipologie, ascrivibili ad altrettanti approcci psicologici: Il Tatuaggio Grandioso, il Tatuaggio Interiore ed il Tatuaggio Senza Pensiero. «Nel primo di questi tre casi, il soggetto usa il tatuaggio per forgiare un nuovo sé più forte e potente», spiega. «Sotto il  profilo psicologico, è a tutti gli effetti un processo dissociativo, una fantasia ad occhi aperti, una fuga dalla realtà: ci si immagina onnipotenti, in grado di ricreare se stessi, ma soprattutto, ci si immagina come non si è». È quella che Tassi battezza “La sfida di Lucifero”: proprio come l’angelo ribelle, ci si inebria dell’illusione di poterci sostituire alla divinità e autoforgiarci. «Un’illusione forte, corroborata dalla presenza di sangue e dolore, gli elementi contraddistintivi di ogni nascita. L’esaltazione che deriva dall’aver mutato il proprio corpo, tuttavia, è effimera. Motivo per cui l’affermazione del sé grandioso richiede, nella norma, che l’operazione venga reiterata più volte, di volta in volta con tatuaggi sempre più grandiosi ed estesi. Più sano, sotto il profilo psicologico, il caso dell’altrettanto diffuso Tatuaggio Interiore: non, come nel caso precedente, una strategia per fuggire dalle proprie tensioni e dinamiche profonde, ma al contrario un talismano attraverso cui entrarci in contatto, e portarle in superficie. In questo caso il tatuaggio, come l’oro del kintsugi giapponese che unisce i frammenti di una tazza rotta, va a toccare dei punti di rottura o potenziale, fissandoli, visualizzandoli, rendendoli comunicabili». A caratterizzare il Tatuaggio interiore sono le cosiddette tattoo narrative: un vero e proprio genere espressivo dei nostri tempi, che vede il tatuato costruire storie riguardo a come è arrivato a decidere di tatuarsi e a scegliere quel disegno specifico, quanto a lungo ha esitato prima di operare la scelta,  il significato del disegno ecc..   «Col tatuaggio Senza Pensiero, infine,  il tatuaggio si svuota di ogni significato profondo, facendosi  mera moda: vengono meno le tatoo narrative; ci si tatua per conformismo e poco più», conclude lo studioso. «Con questo fenomeno senza spessore ormai dilagante», avverte, «rischia di venire meno quel lavoro psicologico che dovrebbe dare forma e valore al tatuaggio. Dico “dovrebbe”:  a prescindere dalle credenze e dai costumi che si succedono nel corso della storia, modificare il corpo naturale con segni indelebili nella sua essenza è un qualcosa di grave e solenne, che non si addice a essere svilito nella forma di “una cosa così… tanto per fare”, senza pensiero. Il corpo naturale è il fondamento del Sé o, per usare un termine non psicologico, dell’Anima. È proprio nella pelle naturale che rimangono vive, anche se spesso nascoste o comunque a un livello preverbale, le memorie di vita più profonde e autentiche, che danno al Sé un’assoluta consistenza soggettiva, come pure un’effettiva continuità e stabilità nel tempo. Riserviamo al prezioso scrigno dove è conservata l’essenza della nostra persona il rispetto che merita». 

Pubblicato su Vogue Italia, maggio 2022


Un’immagine tratta da un servizio di Steven Meisel per Vogue
Italia e pubblicato sul numero di dicembre del 2007.

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