Nel mare diafano: Intervista con Massimo Vitali

Per il primo lavoro di moda della sua carriera, Massimo Vitali ha scelto uno dei suoi luoghi iconici.

E immerge le protagoniste nell’acqua, simbolo di rigenerazione

Di Michele Fossi

«Non sono mai stato un fotografo di moda, e confesso di aver avuto all’inizio delle perplessità alla richiesta di scattare per Vogue Italia. Poi, col passare dei giorni, l’idea di realizzare per la prima volta nella mia carriera fotografie di moda nel mio stile ha preso i contorni di una sfida». Per la quale Massimo Vitali decide di tornare sul “luogo del delitto” e ambientare il servizio pubblicato in questo numero in uno dei luoghi più significativi del suo percorso, le Spiagge Bianche di Rosignano Solvay. Lì, a metà degli anni Novanta, il fotografo comasco scatta le sue prime monumentali immagini di bagnanti: composizioni brulicanti di vita, raffiguranti centinaia di persone riprese a grande distanza e tuttavia con impressionante profusione di dettagli, grazie all’uso di pellicole ad altissima risoluzione. Opere voyeuristiche, meritevoli di essere osservate con la lente d’ingrandimento per ore, che segnano l’inizio di un interesse ossessivo di Vitali per i luoghi affollati. Una pratica che lo porterà negli anni non solo su spiagge gremite di villeggianti, ma anche in discoteche, piscine e piazze in festa, nel tentativo da un lato di documentare la vita dei singoli individui, ignari di essere fotografati, nell’anonimato della massa, e dall’altro di restituire ritratti storicizzati dei luoghi pubblici di aggregazione, visti come specchi fedeli delle mode e delle consuetudini del momento. 

Protagonisti di questo nuovo servizio balneare di Vitali non sono bagnanti bensì ragazze del luogo e due modelle arrivate apposta per il servizio (Tina Diedhiou e Dara Gueye), tutte immersi fino alla vita nell’acqua e vestite Prada, quasi fosse in corso un surreale rituale di purificazione collettivo. «L’acqua è simbolo per eccellenza di rigenerazione, redenzione, ritorno alla vita», spiega, «un’idea evocata in maniera ancor più convincente dall’eccezionale luminosità delle acque di Rosignano Solvay», dovuta, com’è noto, alla finissima (ed inquinante) polvere bianca sversata in mare dal vicino stabilimento produttivo di soda caustica: di fatto, un luogo dal forte valore simbolico. «Il giorno precedente allo shooting, per colpa di una tempesta, lo scarico della fabbrica che porta “il bianco” al mare, un misto di calcare e gesso,  era stato temporaneamente chiuso. Quando sono arrivato in spiaggia, mi sono messo le mani nei capelli: ad attendermi ho trovato con orrore un banale mare blu. Alle sette di mattina del giorno successivo, fortunatamente, lo scarico è stato rimesso in funzione e il mare, recuperati i suoi caraibici fondali, è tornato a essere giusto in tempo innaturalmente diafano. Benvenuti nella vita di un fotografo», commenta, «puoi fare tutte le pensate che vuoi prima di scattare ma non potrai mai esser certo di quello che ti attenderà sul set. Come sfondo di questo servizio, mi ero figurato la spiaggia di Rosignano affollata di bagnanti, ma con mio disappunto la mattina dello shooting l’ho trovata semideserta. E tuttavia, l’umanità, quell’umanità senza filtri e inibizioni che sempre cerco di ritrarre nelle mie foto, non è mancata. Sul set si sono presto venuti a creare piccoli malumori, rivalità, epifanie. A un certo punto una modella, perso l’equilibrio, è caduta nell’acqua vestita, suscitando l’ilarità generale. E così,  per quanto freddo e asettico  fosse il setting del servizio che avevamo in mente, con il bianco della sabbia come sfondo e la composizione studiata e rigida, la  macchina fotografica ha finito col registrare, ancora una volta, la vita». 

Per fotografare le masse dall’alto, Vitali rivela di essersi ritagliato nel tempo dei punti di osservazione sempre più raffinati. «E soprattutto sempre più stabili: sono partito con una sorta di treppiede in alluminio, traballante e fuori norma, per approdare, solo tre anni fa, a un futuristico trabattello in tubi di carbonio tenuto insieme da funi di Kevlar. Col quale ottengo non solo di poter scattare, ovunque lo desideri, da cinque metri circa di altezza, ma anche di catalizzare immancabilmente la curiosità dei passanti», spiega. «A un fotografo non rimane del resto che munirsi di un trabattello oggi per attirare un po’ di attenzione», ironizza. «Un tempo non lontano, bastava tirare fuori la macchina perché i passanti si fermassero incuriositi, tanto il nostro mestiere era considerato speciale. Oggi, nell’epoca in cui i cellulari ci hanno reso tutti fotografi, l’interesse attorno a questa professione è andato progressivamente scemando quasi fino a scomparire».

Pubblicato su Vogue Italia, settembre 2021

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