Il timone della felicità: Intervista a Maya Shankar

Che fare quando la vita ti nega un sogno? Non certo stare a guardare, spiega Maya Shankar, oggi appassionata neuroscienziata. Identità che ha scoperto dopo aver perso quella di violinista, trasformando la perdita in opportunità.

di Michele Fossi

Forte della benedizione niente meno che di Itzhak Perlman, che l’aveva scelta come sua allieva personale, Maya Shankar si sentiva avviata a una brillante carriera di violinista solista. Il suo sogno si infrange improvvisamente a diciannove anni, quando, eseguendo un virtuosistico passaggio del Capriccio N.13 di Paganini, si lesiona irrimediabilmente un tendine della mano. Un’improvvisa e (apparentemente) improvvida piega degli eventi, che, dopo averla fatta sprofondare nella disperazione e averla derubata della sua identità di violinista, la obbliga a impartire una brusca sterzata alla sua vita e a dedicare le proprie energie a un nuovo interesse: lo studio della mente umana. Una disciplina che scopre di amare profondamente quanto la musica, nella quale, dopo un master in scienze cognitive a Oxford e un post doc in neuroscienze a Stanford,  torna ad eccellere: nel 2013sbarca alla Casa Bianca in veste di consulente personale di Barack Obama, che la incarica di sviluppare strategie comunicative basate sulle scienze cognitive e del comportamento, per massimizzare l‘impatto delle politiche sociali del governo.

Lo scorso anno, il lancio di un podcast di successo, A Slight Change of Plans,  le regala una particolare notorietà: qui raccoglie intime conversazioni con varie persone, e anche alcune celebrità come Hillary Clinton e Tiffany Haddish, accomunate dall’aver vissuto, come lei, drastici cambi di traiettoria nella propria vita. Come l’ipersalutista che, dopo una vita spesa a esorcizzare la sua fobia dei tumori, scopre di essere malato; o la donna ossessionata dal peso, che, ritrovata la linea, realizza di aver perso insieme ai chili anche la propria identità. 

«Da ragazza ero convinta che la passione della mia vita fosse il violino, e quando mi sono infortunata, mi sono sentita perduta», dice Shankar. «Col tempo ho realizzato che non era lo strumento ad appassionarmi, quanto la possibilità che mi dava di entrare in contatto emotivo con degli sconosciuti. Un piacere che oggi coltivo, per vie diverse, ma non meno appaganti, col mio lavoro di scienziata cognitiva. E più di recente, anche col mio podcast, nel quale, bandite le chiacchiere fiorite, mi arrogo il lusso di entrare immediatamente in intimità con i miei intervistati, chiedendo loro: “Qual è stato il momento di cambiamento più difficile della tua vita?”. L’idea del podcast mi è venuta con la pandemia», racconta. «Il virus ha rappresentato un raro momento di trasformazione collettiva, dove tutti, chi più chi meno, ci siamo trovati a dover fare i conti con le implicazioni psicologiche del cambiamento. Così, mi sono detta, ascoltare storie di altre persone costrette a reinventarsi può essere per molti di grande conforto. E magari aiutare a salutare i periodi bui, quando la vita ci obbliga a “cambiar pelle”, come preziose occasioni di autoconoscenza. Molte persone», spiega Shankar, «basano la definizione di sé sulle esperienze limitate dei primi anni della vita, approdando così a un’idea di sé fortemente riduttiva, che in neurologia si definisce “Identity Foreclosure”, chiusura precoce dell’identità. La miglior soluzione», conclude, « è guardarsi dentro. In ognuno di noi si cela un nocciolo interiore di interessi, passioni e inclinazioni, che ci descrive molto più autenticamente di tante identità provvisorie e superficiali, come la nostra carica lavorativa o la relazione amorosa del momento: imparando a riconoscere e a dar voce a questo nostro lato più autentico, è più facile navigare il cambiamento, anche il più inatteso e turbolento, e indirizzare il timone della nostra esistenza verso la felicità». 

Pubblicato su Vogue Italia, settembre 2021

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