Dai diamanti non nasce niente

L’upcycling, intervento creativo su capi da buttare, ha inedite valenze semantiche e morali.

Come testimoniano queste tre storie di orgoglio e riscatto.

 

La pratica circolare e sostenibile con cui abiti destinati alla discarica vengono trasformati, per mezzo di un intervento creativo, in articoli di abbigliamento nuovamente commerciabili – col vantaggio di non dover attingere a nuove risorse – seduce sempre più consumatori consapevoli, case di moda e stilisti. Cresce, in parallelo, il numero di chi, nell’upcycling, individua uno strumento per attribuire all’abito non solo nuovo valore di vendita, ma anche dimensioni semantiche, concettuali e morali che non aveva in precedenza. Dunque, riconoscendo a questa pratica trasformativa la qualità di disciplina artistica, prima ancora che di strategia produttiva attenta all’ambiente. Per la/lo stilista non-binary statunitense MI Leggett, fondatrice/ore del marchio Official Rebrand, l’upcycling è innanzitutto uno strumento espressivo con cui celebrare la fluidità dell’identità sessuale e portare avanti una battaglia di gender: «Acquisto abiti da uomo o da donna ai mercatini dell’usato per un dollaro o poco più, e per prima cosa mi dedico all’eliminazione di ogni loro caratteristica di genere, così da renderli unisex e dunque più confortevoli da indossare», racconta. A completamento del processo di “rebranding” – come Leggett ha ribattezzato il suo approccio identitario all’upcycling – la/lo stilista si diletta a tracciare sulle sue creazioni spesse linee di colore alla Keith Haring col pennello. «Dipingere su un abito è, di per sé, una forma di ribellione all’idea preconcetta che vuole lacreazione di uno stilista come qualcosa di sacro e immutabile. Difficilmente un articolo di moda prodotto in massa riesce a interpretare perfettamente l’unicità individuale, motivo per cui dovremmo sentirci liberi di modificarli. Non fosse per una questione di prezzo: la moda gender fluid, in quanto fenomeno di nicchia, tende a essere costosa: l’upcycling ci fornisce finalmente un sistema economico per realizzarcela da soli in casa».

Per lo stilista e modello Austin “Audi” Stoll, fondatore del marchio Bizar, il riutilizzo di abiti riciclati è invece funzionale all’elaborazione di un particolare tema autobiografico. «Sono cresciuto in una città di provincia, Buffalo, dove lo sport, a scuola, ricopriva una centralità assoluta», racconta. «Le scelte in materia di moda dei miei coetanei si riducevano alle magliette e alle uniformi sportive. Io invece, già allora, preferivo indossare capi realizzati da me, il che mi faceva sentire diverso ». La trasformazione creativa delle uniformi diventa un atto catartico con cui Stoll, anni dopo, rielabora giocosamente il senso di estraneità provato durante le superiori. «Per la collezione “School Day”, lanciata a settembre, ho acquistato abbigliamento sportivo scolastico in dieci diversi negozi dell’usato di Buffalo e dintorni e mi sono divertito a reinterpretarlo totalmente in base al mio stile. Ho anche contattato vari compagni di scuola, e comprato alcuni capi da loro. Facendoli sfilare con addosso le loro stesse uniformi reinventate in chiave queer, ho inteso sanare la cesura tra due mondi – i ragazzi poco creativi ma bravi nello sport da un lato, e gli outsider più fantasiosi come me dall’altro – che solo pochi anni fa mi apparivano inconciliabili».

A Berlino, lo stilista e pittore Lucas Meyer-Leclère, ex collaboratore di Karl Lagerfeld e iniziatore del progetto LMLstudio, sperimenta nuove forme di upcycling non con abiti trovati dai robivecchi, ma con pregiati completi di Chanel, Dior Homme, Jil Sanders e Berluti. «Si potrebbe dire che ho ingaggiato una “battaglia” con il completo da uomo: tanto banale e standardizzato all’esterno quanto ricco, sotto le fodere, di meraviglie sartoriali che non chiedono altro che essere portate in superficie», racconta Meyer-Leclère, che nel 2017 comincia a lavorare al rovescio i suoi vestiti, aprendo dei tagli sulla superficie per consentire allo sguardo di sbriciare al loro interno. Unendo sacro e profano, il designer si diverte anche a salvare dal macero cravatte e foulard di Hermès danneggiati, intrecciarli a mano con corde da vela o da alpinismo, e successivamente trasformarli in elementi decorativi sulle camicie; in altre occasioni, applica lungo i tagli delle scintillanti catene recuperate nelle autorimesse. «Tutto è nato dal desiderio di modificare il mio guardaroba, per renderlo più fluido e meno conservatore. Senza mai pregiudicarne l’indossabilità, anzi, cercando semmai di renderlo ancora più comodo: andando a rimuovere, per mezzo di opportuni tagli, quei punti di pressione sul corpo che ne costringono il movimento, così da renderlo ancor più libero e disinvolto».

Text by Michele Fossi

Published in Vogue Italia, January 2020

Official Rebrand
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Lucas Meyer-Leclère
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Lucas Meyer-Leclère
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