Psicomagic – an art to heal. Alejandro Jodorowski

   Regista dell’onirico, autore di film di culto come “El Topo” e “La Montagna sacra”, ma anche drammaturgo, poeta, fumettista, saggista e studioso di Tarocchi. E poi ancora pittore, scultore, attore, compositore, romanziere e tanto ancora. Ma per le migliaia di seguaci che in tutto il mondo lo venerano come un guru, Alejandro Jodorowsky è innanzitutto l’inventore della “psicomagia”, una pratica di guarigione nata cinquant’anni or sono dal suo incontro con una curatrice messicana, che si colloca a metà strada tra teatro dell’assurdo, sciamanesimo e psicologia. Non una terapia —come il novantenne cineasta e taumaturgo cileno naturalizzato francese ha precisato in numerose occasioni — bensì una forma d’arte dai poteri terapeutici. Ad essa è dedicata la sua ultima fatica cinematografica: “Psicomagia: un’arte che cura”, in uscita nelle sale Italiane l’8 ottobre. Un film dalla genesi travagliata (per completarne le riprese Jodorowsky è dovuto ricorrere a una campagna di crowdfunding su Kickstarter, dopo aver lanciato un accorato appello su YouTube), che va a concludere una trilogia autobiografica iniziata con “La danza della realtà” (2013) e “Poesia senza fine” (2016).

«La psicoanalisi — una disciplina inventata dal medico neurologo Sigmund Freud, che affonda le sue radici nella scienza —  cerca di decifrare e interpretare i messaggi dell’inconscio con il linguaggio razionale e strutturato delle parole. Ma dare un nome ed una spiegazione ai traumi non basta a risolverli»,  avverte il regista-guaritore. «La psicomagia — che invece è una particolare forma di teatro dai poteri taumaturgici— agisce esattamente al contrario: invia messaggi all’inconscio utilizzando il linguaggio simbolico ed irrazionale che gli è proprio, lasciando che sia esso a decifrare l’informazione trasmessa dal lato cosciente». Una comunicazione con i recessi della psiche che non procede a parole, come sul lettino dello psicoanalista, bensì a gesti, per mezzo dei cosiddetti “atti psicomagici” : azioni paradossali dalla forte valenza simbolica ed archetipica, simili a quelle che compiamo nei sogni, che hanno il potere di scuotere l’immobilità patologica dell’inconscio, intimandogli, in una lingua che è finalmente in grado di comprendere, di superare i suoi blocchi e di rompere con gli schemi compulsivi del passato.

Per liberarsi ad esempio da un’antica rabbia repressa nei confronti di una persona, la psicomagia prescrive di scriverne il nome su un foglietto di carta, nasconderlo insieme ad un sacchetto contenente liquido rosso in un cuscino, e — in una scena da film horror — colpirlo per ore fino allo sfinimento con un bastone. Attaccare ad un palloncino gonfiato la foto di un padre, ed osservarlo volare via col naso all’insù, può invece aiutare un figlio succube ad emanciparsi dalle tossiche ed ingombranti aspettative paterne.

«Salvador Dalí disse di voler portare i sogni dentro la realtà. Io, percorrendo la sua stessa strada ma in senso inverso, mi adopro per portare la realtà, opportunamente tradotta in un linguaggio onirico, nella sfera del sogno. Il mio è da intendersi dunque come un approccio “anti-surrealista”, non surrealista», spiega.

Tra le caratteristiche più interessanti della psicomagia, vi è certamente quella di poter essere applicata anche su scala collettiva, oltre che individuale. «Così come gli atti psicomagici possono guarire i traumi degli individui, se replicati su larga scala da un gruppo di persone possono essere utilizzati per curarne i traumi collettivi. E salendo di numero, persino per sanare quelli di comunità intere, o addirittura intere nazioni», promette il regista, che agli atti di “psicomagia sociale”, come ha battezzato la psicomagia vissuta in una dimensione collettiva, consacra l’ultima sezione del film.

Tra i più suggestivi, “La parata dei morti”, un atto collettivo organizzato a Città del Messico nel 2011 per curare il dolore nazionale per le vittime del narcotraffico, nel quale fa sfilare migliaia di persone travestite da scheletro. L’anno precedente, a Buenos Aires, raduna nuovamente in piazza le madri di Plaza de Mayo, chiedendo loro di compiere un atto psicomagico dal forte potere catartico: liberare delle colombe bianche da scatole con sopra incollate le foto dei figli desaparecidos. Più di recente, a fine agosto, lancia via Facebook addirittura un atto psicomagico planetario, invitando i cittadini del mondo a piantare ciascuno un albero per esorcizzare il dolore impotente nel vedere l’Amazzonia andare in fumo.

«Anche se muove le masse, la psicomagia sociale», precisa, «non ha mai finalità politiche, né tantomeno sacrileghe o distruttive. I governi, che da questa pratica non hanno dunque nulla da temere, dovrebbero sostenerla, oggi più che mai: l’umanità sta sprofondando in un caos autodistruttivo che nessuna ricetta socio-economica, guerra o rivoluzione sembra essere in grado di arginare. La mia speranza? La certezza che vi saranno individui generosi che, consci della necessità di una mutazione spirituale su scala planetaria, organizzeranno in futuro atti collettivi per guidare i popoli verso la pace, la fratellanza e la gioia di vivere».

 

Pubblicato su Vogue Italia, Ottobre 2019

 

 

 

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