Forme assurde e misteriose

 

Dal “Telefono afrodisiaco” di Salvador Dalì e la sua aragosta al posto della cornetta, al non proprio utilissimo ferro da stiro chiodato “Regalo” di Man Ray, gli oggetti di uso quotidiano — opportunamente trasfigurati, scomposti, oppure accorpati tra di loro a creare curiosi ibridi, sull’esempio dei ready-made di Marcel Duchamp — svolgono un ruolo centrale nell’immaginario Surrealista. “A partire dagli anni ’30, sulla scia dell’arte, anche gli oggetti di design, liberandosi dai soffocanti vincoli del funzionale e del contingente, prendono a dar voce alle forze della fantasia, del sogno e dell’inconscio, assumendo forme assurde e misteriose”, racconta Mateo Kries, curatore di “Objects of Desire”, la più imponente mostra mai dedicata al legame tra Surrealismo e Design, inaugurata il 28 settembre al Vitra Design Museum di Weil am Rhein. “Un connubio tra i più vitali e longevi nella storia del Design, che — dal tavolino “Traccia” di Meret Oppenheim, con le sue due gambe a forma di zampa di gallina, passando per le sensuali sedute di Carlo Mollino ed il Design Radicale di Piero Gilardi e Gaetano Pesce — arriva fino ai nostri giorni, continuando ad ispirare designer contemporanei come Konstantin Grcic, Front, o Odd Matter”. A rispondere in maniera particolarmente entusiastica alla fascinazione  Surrealista per l’onirico fu, com’era prevedibile, la branca del design più intimamente legata alla sfera del sogno: la moda. “Già negli anni ’30, molti artisti surrealisti, Man Ray in primis,  presero a lavorare come fotografi per le riviste patinate, da Vogue a Harper’s Bazar, proponendo con successo un nuovo linguaggio visivo irriverente e radicale, spesso autoironico”, spiega Kries, citando ad esempio gli scatti di Lee Miller che ritraggono una modella in costume da bagno far bella mostra, in tutta serietà, di un accessoir non proprio dei più comuni: un tonno. Tra i più proficui sodalizi all’interfaccia tra arte e moda vi fu poi quello tra Salvador Dalí e la stilista francese Elsa Schiaparelli, cui si devono due dei pezzi forti della mostra: l’ “abito scheletro”, un elegante memento mori in seta nera con rilievi trapuntati a forma di costole, e, raro esempio di “fashion ready made”, il “cappello scarpa”, una calzatura da sfoggiare sulla testa a mo’ di copricapo, con uno sbarazzino tacco all’insù.

 

Testo di Michele Fossi

Pubblicato su Casa Vogue, Ottobre 2019

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