Dove danzano gli sciamani

 

Ed anche questa volta non c’è stato bisogno di aprire l’ombrello. Il rituale dello sciamano brasiliano ingaggiato da Louis Vuitton per scongiurare il rischio di pioggia sul Cruise show in Costa Azzurra lo scorso Giugno, sembrerebbe aver  sortito, come alle precedenti edizioni a Kyoto e Rio, l’effetto desiderato. Che i dirigenti di una casa di moda diano tanto credito a pratiche indigene che fino a pochi anni fa sarebbero state liquidate come superstizioni (arrivando a sborsare, si vocifera, un onorario a cinque zeri), non stupisce affatto Daniel Pinchbeck, autore di “Breaking open the head”, considerato uno dei migliori testi introduttivi al fenomeno del neo-sciamanesimo. «Stiamo vivendo un’epoca di grande riscoperta delle pratiche sciamaniche da parte delle élite di mezzo mondo», racconta. «In particolare la cerimonia psichedelica dell’ayahusca, sempre più in voga tra i CEO delle più grandi multinazionali, creativi di successo e celebrity come Sting, Lindsay Lohan, Susan Sarandon e Miley Cyrus, ha fatto del Sudamerica la terra d’elezione per la ricerca dell’illuminazione come l’India lo era ai tempi dei Beatles». Anche l’arte, con le sue lunghe antenne, ha colto da tempo questo Zeitgeist, al punto che numerosi critici parlano ormai di “trend sciamanico nell’arte contemporanea”. La dice lunga che Christine Macel abbia voluto un “Padiglione degli sciamani” alla sua Biennale, con al suo centro la tradizionale tenda indigena utilizzata per il rituale dell’Ayahuasca, opera di Ernesto Neto; significativa anche la scelta di Galerie Buchholz di dedicare due grandi mostre retrospettive, una lo scorso inverno a Berlino e una al Kolumba Museum di Colonia (aperta fino al 3 Dicembre), all’affascinante lavoro dell’etnografo cui più va il merito di aver raccontato lo sciamanesimo himalayano in Europa: Michael Oppitz, autore del film di culto “Shamans of the blind country”. A cosa si deve questa improvvisa febbre per il trascendentale e per esoterici rituali psichedelici, come non si vedeva dagli anni ’60? «Grazie ai progressi della scienza», spiega Pinchbeck,  «è finalmente venuto meno il clima di demonizzazione che, dal tramonto del sogno hippie, circonda le sostanze psichedeliche: oggi sappiamo che i riti sciamanici costituiscono preziosi e affascinanti strumenti di guarigione e di stimolo della creatività». E non si può che concordare con l’artista canadese Jeremy Shaw,  noto per aver documentato gli stati estatici indotti dal principio attivo dell’ayahuasca, quando dichiara che «In tempi di crisi, l’uomo torna a cercare Dio»: fornendo una via privilegiata e mistica per riscoprire il legame sacro con la Natura, lo sciamanesimo rappresenta oggi per molti l’antidoto a lungo cercato contro il veleno dell’alienazione  dei tempi moderni. Non è un caso che, proprio in qualità di custodi di questa sacralità perduta del rapporto tra l’Uomo e il suo ambiente, sempre più spesso sia la voce degli sciamani a intonare il lamento di dolore della Terra ferita: tra le più struggenti e poetiche, quella di Davi Kopenawa in “La caduta del cielo. Parole di uno sciamano Yanomani”, dove lo sciamano-attivista divenuto portavoce dell’Amazzonia brasiliana denuncia la natura predatoria e autodistruttiva della geopolitica globale. Sicuramente rincuora, in quest’epoca inquinata acusticamente da beceri slogan imbevuti di paura del diverso, registrare una silenziosa, ma inesorabile controtendenza, che vede l’occidente riabilitare saperi indigeni a lungo considerati espressione di culture primitive ed inferiori, tra i quali — dalla medicina all’agricoltura sostenibile — sappiamo ormai nascondersi attualissime soluzioni per i grandi problemi del nuovo millennio. Un’epoca strabica, la nostra, osserva Adriano Favole in “Adriano Favole, autore di “Vie di Fuga, otto vie al di fuori della propria cultura”: «Per un verso guardiamo alle nostre appartenenze, al nostro noi, coltivando quella che si definisce identità; Con l’altro occhio tuttavia cerchiamo vie di fuga, percorrendo nell’immaginario o nella realtà piste alternative a quelle abituali».

 

Pubblicato su Vogue Italia, Agosto 2018

 

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