Interview with Jeanne Moreau

C’è un film tra quelli da lei interpretati che l’ha toccata maggiormente?

No. Sono fiera di ogni film che ho fatto. Ognuno di essi è stato il frutto di una scelta consapevole.

Se le dico “cinema Italiano”, qual è l’immagine che per prima le viene in mente?

Non può che trattarsi di una serie di immagini. In questo momento vedo il lato rigoroso del cinema italiano, i piani in bianco e nero di Rossellini, e poi, subito queste immagini sfumano nel cinema di Antonioni, Visconti, Fellini. Ogni anno si aspettava con impazienza l’uscita di uno dei lavori di questi autori. È stata un’epoca eccezionale per il vostro cinema.

Parliamo de “La notte” di Michelangelo Antonioni, del 1961, film riproposto in versione restaurata al pubblico francese in occasione di questo primo Festival del cinema Italiano. Che ricordo conserva delle riprese del film ?

Conservo un ricordo nitidissimo delle riprese de “La notte”. La notte ha una storia molto lunga. Ho incontrato per la prima volta Michelangelo Antonioni nel 1950, quando egli stava ultimando le riprese del suo film “I vinti”. A quel tempo io lavoravo, sotto rigido contratto, alla Comédie Française.  Michelangelo voleva che io recitassi per lui nel film “I vinti”, ma il mio contratto mi impedí di accettare l’offerta. Molti anni dopo, nel ’59, Michelangelo si si stava accingendo ad iniziare le riprese de “La Notte”, e mi propose una seconda volta di lavorare per Lui. Nuovamente mi trovai in un grande imbarazzo, questa volta per un problema di sovrapposizione di date. A distanza di pochi giorni fui contatta infatti da Luchino Visconti perché interpretassi la parte di Gilda in “Rocco e i suoi fratelli”. I due film sarebbero stati girati negli stessi giorni. Dovendo scegliere tra i due, optai per “La notte”: avevo infatti già dato la mia parola a Michelangelo, e volli mantenere l’impegno preso. Non fu dunque una scelta artistica.

Immagino che il rimpianto di non aver potuto partecipare a “Rocco e i suoi fratelli” sia stato molto forte.

Assolutamente no, non ho mai avuto rimpianti, perché non ero nella posizione di scegliere. Avevo già detto sì a Michelangelo, e sarebbe stato scorretto ritrattare. Tuttavia Luchino non capí che non si era trattato di una scelta artistica e per molto tempo in seguito serbò del rancore nei miei confronti a causa di questo mio rifiuto.

Lei non ha mai girato niente col grande Visconti. Questo, lo ammetterà, sarà sicuramente un rimpianto.

No, nemmeno questo lo é. Ho fatto altre cose, tra cui la “Notte”. Questo ha permesso ad Annie Jirardot di interpretare la parte di in “Rocco” e di cambiare così la sua vita artistica, diventando la splendida “Annie Jirardot” che noi tutti conosciamo .  E´il destino, c’est la vie.

Com’é stato girare la “notte”?

Le riprese della Notte sono state durissime. Una prima difficoltà nasceva dalla laconicità di Michelangelo, che era come chiuso in se stesso e rivolgeva solo di rado la parola a me e a Marcello (Mastroianni). Per di più, come lascia intendere il titolo, la maggior parte delle scene furono girate di notte. Questo ci portò ad invertire i ritmi biologici e a lavorare di notte e dormire, poco, di giorno. Eravamo alloggiati in un albergo nel centro di Milano. Mi ricordo di una profonda stanchezza, che mi portai dietro per tutto il tempo delle riprese. Un pomeriggio, mentre dormivo in albergo, sognai addirittura che stavo dormendo e che  qualcuno bussava insistentemente alla mia porta con l’intento di svegliarmi..  nel sogno scoppiai in lacrime, supplicando che mi lasciassero dormire… (ride). Tanto era il mio bisogno di riposo!

Un incubo, si direbbe…

No, non é stato un incubo. Ma certo è che le condizioni in cui si sono svolte le riprese sono state difficili. Per darle un’idea, per girare la celebre scena finale del film, nella quale Lidia, al mattino,  legge la lettera al marito, ci sono volute ben quattro albe.La stessa scena l’abbiamo girata in tre lingue, Inglese, Francese e Italiano, e le varie riprese sono poi state mescolate tra loro. Il film è nato sotto una cattiva stella. Durante le riprese una delle ditte sponsor fallí col risultato che io non fui nemmeno pagata. Ad aggravare il tutto, al tempo non parlavo una parola di Italiano, e mi sentivo spesso smarrita. Marcello mi aiutava molto, facendomi in continuazione da interprete. Per finire, un ulteriore problema era il fatto che a questo film lavoravano équipe sia Milanesi che Romane, che non la smettevano un minuto di accusarsi a vicenda ogni qualvolta qualcosa andava storto. Quando  ci fu il fallimento, i Milanesi furono pagati, mentre i Romani no. Fummo io e Marcello a tirare fuori dei soldi di tasca nostra per pagarli…

Non è la prima volta che ha pagato di tasca sua i costi di produzione dei film a cui a partecipato.

E´vero. Senza il mio aiuto Jules e Jim non sarebbe mai stato finito…

Come mai ha sempre fatto solo rapide incursioni nel cinema Italiano senza mai aderirvi del tutto?

La ragione, credo, è il fatto che ho sempre avuto un’agenda molto fitta. Innanzi tutto, ho sempre dovuto dividere il mio tempo tra cinema e teatro. Ho poi interpretato molti film Americani girati in Europa, soprattutto Londra. Poco tempo insomma. L’ho trovato però per lavorare insieme a Silvana (Mangano, nda) in un film di Martin Ritt, nel quale eravamo tutte e due rasate a zero. Durante le riprese di questo film nacque una bellissima amicizia con Silvana. il poco di Italiano che oggi  conosco (falsa modestia: Jeanne parla benissimo l’Italiano, nda) lo devo alle lunghe chiacchierate con lei.

Quale personaggio femminile di un celebre film Italiano le sarebbe piaciuto interpretare?

Non ho mai avuto questo tipo di pensiero. Le attrici Italiane hanno saputo interpretare queste parti in maniera magistrale, e con una qualità inconfondibilmente Italiana. Non vedo a quale titolo  avrei dovuto interpretare dei film Italiani, mi manca il vostro carattere. La natura mi ha dato un temperamento molto particolare, forse perché sono anglosassone a metà. Le proposte provenienti dal cinema Italiano, del resto, non sono state poi così numerose,  e non credo che questo sia avvenuto per caso.

Crede che Michelangelo Antonioni l’abbia scelta per la Notte perché il personaggio pubblico “Jeanne Moreau” assomigliava molto all’algida Lidia che lui aveva in mente? O ha dovuto invece lavorare molto per entrare nella pelle del personaggio?

Le risponderò raccontandole un aneddoto simpatico. Mi avevano detto che i soldi per la produzione erano pochi, per cui scesi da Parigi con un nutrito guardaroba, realizzato quasi esclusivamente da Mademoiselle Chanel. Gli abiti, sia ben chiaro, li avevo pagati io…  Ci siamo istallati nell’albergo, dove sono stata raggiunta dall’addetta ai costumi che mi ha dato un reggiabiti al quale ho appeso tutti i miei vestiti. Subito dopo ci fu una riunione tra me, Marcello e Michelangelo. Michelangelo, con mio profondo disappunto,  mi disse: “Sono stupefatto, involontariamente hai scelto gli abiti perfetti per il personaggio di Monica”. In seguito mi resi conto che aveva ragione. Nel film interpreto una piccola borghese Italiana, che non poteva vestire Chanel. All’epoca le piccole borghesi Milanesi si vestivano da straordinari sarti Italiani, come la Biki, il cui nome non avevo mai sentito.

Per Michelangelo – e qui sta il suo grande talento – il personaggio della  moglie di uno scrittore di successo deve essere necessariamente tratteggiato come una donna appartenente alla piccola borghesia. Se ha pensato a me per quella parte, è perché anche io lo ero. Ero una piccola Borghese Parigina, il che, sia chiaro, non necessariamente rende facile l’interpretazione di una piccola borghese Milanese. Non è la stessa cosa, ma ci si avvicina. Il mio guardaroba era invece perfetto per Il personaggio di Monica Vitti,  una ragazza dell’alta borghesia Milanese, una borghesia internazionale, che viaggiava e faceva shopping a giro per il mondo. Il personaggio di Monica, quello sì, poteva indossare Chanel.

Fu grazie alla Biki che feci conoscenza con la “Milano bene”. All’epoca non conoscevo Milano. ne conoscevo solo certi quartieri più popolari grazie alla mia amicizia con Marguerite Duras e Elio Vittorini, Gosh. Conoscevo gli ambienti della sinistra comunista, mi trovavo spesso a dividere, per mancanza di spazio, lo stesso letto con Margot… , ignorando completamente l’esistenza dell’  “l’interno” di Milano.

“L’interno?” Cosa intende?

Il centro di Milano fa pensare a certi quartieri di Lione. Molti palazzi dalle facciate piuttosto sobrie  celano al loro interno degli splendidi cortili estremamente sfarzosi. giardini meravigliosi, su cui affacciano appartamenti lussuosissimi. La Biki mi permise di scoprire quest’altra faccia di Milano, la faccia alto-borghese, con cui non ero mai entrata in contatto.

Quando parla di Antonioni esce una luce dai suoi occhi. Si direbbe che abbia apprezzato molto la possibilità di girare un film con lui.

Sì, è vero, ma a film concluso ero furiosa con lui. Gli esprimevo la mia rabbia, e poi me ne pentivo. Si trattava di un mio problema personale, e ne ho parlato molto con Marcello. Me ne sono poi pentita perché la stampa mi ha poi travisato su questo punto. Non ritengo che al pubblico debbano interessare certe dinamiche caratteriali sul set.  All’epoca rispettavo moltissimo Antonioni come regista, come artista, allora come sempre in seguito. Umanamente lo trovavo pero’ … un “rompiscatole”… di prima categoria. (ride)

Quali sono i registi, italiani e no, che l’hanno più influenzata?

Sono vari, e non necessariamente ho imparato di più dai registi di maggior talento. Spesso anzi le mie esperienze con registi mediocri sono state tra le più formative.

Lo confesso, non c’è niente di più esaltante per un’attrice che di sentirsi la pupilla di un regista che stravede per lei, tuttavia, e’ incredibile quanto più profondamente si penetra la pelle di un personaggio se il regista non e`in grado di assisterti con istruzioni mirate nel momento interpretativo e ti dà carta bianca. Questo avviene vuoi quando il regista non ha talento, vuoi quando egli é intimidito dall’avere un’attrice famosa nel suo cast. Se il regista tace non rimani che tu: é quello che si suol chiamare “Albergo spagnolo”: vieni pure a cena, ma portati il cibo da casa. Fatti i conti, trovo che siano questi i momenti in cui ho imparato di più.

Il metodo della “pagina bianca”, quello del copione pressoché assente, è talvolta utilizzato volutamente da alcuni grandi, come Orson Wells. Con Orson, che non figura ovviamente tra i registi mediocri, genio puro il suo, poco importava che il copione ci fosse o meno. Io sapevo che il copione era in lui, e questo mi bastava. Nell’ultimo film che abbiamo girato insieme (un film mai uscito per volontà dell’ultima moglie di Orson, la cui copia e’ ancora oggi conservata sotto sigillo a Monaco), ci sedevamo sulla barca e lui mi diceva tutto quello che dovevo fare: guarda a destra, a sinistra, piangi, ridi ecc..  A lui ci si poteva abbandonare completamente,  girare con lui è stata un’esperienza magnifica.

Un po’ come quando, durante un ballo,  si viene guidati dai passi esperti di un ballerino provetto…

Esattamente.  Non hai da preoccuparti, se hai davanti un ballerino esperto pronto a guidarti, sarai in grado di ballare bene anche tu. Un discorso simile vale per Fassbinder. Con Rainer il copione esisteva, questo sì. Ma anche lui era poco incline a dare suggerimenti interpretativi. Mi ricordo che mi fece venire a Monaco, stavo per scendere dalla mia camera d’albergo per incontrarlo, quando trovai sulla porta un suo biglietto dove annullava il nostro appuntamento per colpa di un improvviso mal di denti che lo aveva costretto a correre dal dentista. Il nostro secondo incontro prima delle riprese  non fu più fortunato. Avvenne fu in un ristorante affollato e rumoroso, tutti parlavano in tedesco. Lui era seduto molto lontano da me, e di tanto in tanto mi strizzava l’ occhio o mi faceva un saluto con la mano. Fu così che mi trovai a dover recitare la parte senza aver ricevuto le minime indicazioni. “Hai qualche desiderio particolare?” – gli chiesi. “just do it” – fu la sua risposta. Anche con lui, dunque, pagina bianca.

Lei ha deciso, giovanissima, di divenire attrice, dopo aver assistito ad una rappresentazione dell’ “Antigone” di Anouilh. Antigone è una ribelle. E’ la donna che decide di seguire le regole dettate dalla propria etica.

E’ la donna che sa dire no. E’ la donna che rispetta la vita umana, anche al di fuori della legge.

Anche il personaggio pubblico “Jeanne Moreau” è sempre stato percepito come un personaggio di “rottura”, un simbolo di indipendenza e autoderminazione femminile, soprattutto dopo “Jules e Jim”, il capolavoro di Truffaut che la vede scandalosamente condurre un ménage à trois con due uomini.

Non credo di assomigliare sempre ai personaggi che ho interpretato, ma quando in teatro ho visto Antigone  dire “no”  alla legge in nome della sua etica, mi sono immedesimata in lei. “ça c’est moi”. ”Questa sono io”, ho pensato, Il personaggio di Antigone mi appartiene,. Ho visto peraltro l’Antigone in una situazione particolare. Era il ’44, in piena occupazione Tedesca. Andai a teatro di nascosto, contro il volere di mio padre: cosí facendo ruppi un primo tabú, quello dell’immagine paterna. All’epoca vivevo a Montmartre, vicino alla Place Blanche, non lontano dalla Rue Lepic. Mio padre lavorava in un’osteria, sulla cui porta stava scritto “ingresso vietato ai neri e agli ebrei”. Mia madre, inglese, era obbligata a recarsi ogni giorno al commissariato di polizia per firmare. Era destinata ai campi di concentramento, fece appena in tempo a sposarsi e ad evitare quel destino con la clausola che non lasciasse Parigi. In quei lunghi mesi fui testimone di ogni eccesso: le violenze dei soldati tedeschi, quelle dei collaborazionisti francesi, il mercato nero, il brigantaggio, la prostituzione e la droga. In questo contesto andai a vedere l’Antigone e a fine rappresentazione mi dissi: e’ questo quello che voglio essere.

Una fulminazione sulla via di damasco.

Sí. All’ epoca io sognavo di diventare ballerina, come mia madre, che era ballerina acrobatica, ma mio padre non voleva. Mia madre invece mi ha sempre sostenuto, anche quando intrapresi, all’insaputa di mio padre, gli studi di recitazione.

Crede che il cinema oggi abbia ancora bisogno di donne che infrangono i tabù? E se sì, quali sono i tabú che ancora devono essere infranti?

Rispetto ai tempi di “Jules e Jim” il backgound della società e´cambiato molto. Al mio tempo io ho avuto la fortuna di lavorare con cineasti la cui preoccupazione personale, l’immaginario, la fabulazione erano nutriti dall’immagine sacra e dall’immagine profana della donna, la mamma e la puttana di St Eustache, “Ma chi è quella? Non è mia madre. È diversa da lei. È diversa da me. Mi fa paura.” (In Italiano, nda) . La donna come mistero, insomma.

Quando parliamo dunque del ruolo della donna oggi, non si può non constatare che la tematica del confronto uomo-donna é ormai largamente superata. Altre sono le problematiche oggi su cui il cinema di rottura deve focalizzare la propria attenzione. E sa perché continuo ad amare molto il cinema? Sono molto attaccata al cinema perché è un mezzo di comunicazione straordinario, che non perde mai la sua freschezza nonostante i tempi cambino in fretta. Un vero cineasta è in grado di operare una trasposizione esatta dei problemi di una società, di ciò  che tormenta, in ogni epoca,  ragazze e ragazzi, uomini e donne, della geopolitica, l’economia…

Intende dir che il cinema è come uno specchio…

Esatto, il cinema è uno specchio per davvero. Certe problematiche trattate dal cinema sono tematiche universali  dell’individuo, il suo modo di rapportarsi alle  passioni, come l’amore, l’odio, la  crudeltà, il desiderio di potere, la smania di possesso.. Queste tematiche subiscono una modulazione passando da una società all’altra, modulazioni che il cinema é in grado di registrare fedelmente, facendoci capire che gli esseri umani sono tutti complementari, simili e diversi al tempo stesso. Negli ultimi tempi la religione ha assunto nuovamente un’importanza straordinaria.  La parola religione per me è sinonimo di sogno: per un sogno che viene meno, quello dell’utopia politica, il sogno, la speranza per il futuro forniti dalla religione tornano a rioccupare il cuore degli uomini. Scomparsa l’utopia politica, l’uomo ha bisogno di appoggiarsi ad un potere, ed ecco che si abbandona alla religione. Trattandosi di un potere spirituale che non puó essere visto, che non può essere materializzato, ci si abbandona ad esso con una fiducia ancora maggiore, assoluta. Insciallah, “se Dio vuole”.

Un altro vistoso cambiamento é stato indotto dalla rapida rivoluzione degli strumenti di comunicazione, che hanno sviluppato potenzialità inimmaginabili solo pochi anni fa. Ormai si ha l’impressione di potersi espandere ovunque sul pianeta, di poter accedere al più segreto  angolo della Terra, e tuttavia , al contempo si chiudono le frontiere, ci chiudiamo in noi stessi, un po’ come una donna che partorisce, che spinge e poi trattiene il bambino. Ma il bambino ha da uscire.

Anche le dinamiche amorose sono cambiate. Oggi puoi fare sesso quanto e come vuoi, con la donna ridotta ad una sorta di antipasto e non più figura del mistero. E per certe donne l’uomo non é molto di più. Ma permane un grande vuoto esistenziale. Come dice la poesia..:”La chair est triste, hélas, j’ai lu tous les livres…”.  Ma non è con un gran numero di rapporti sessuali che possiamo colmarlo. L’essere umano e’ un essere misterioso e straordinario, composto da polvere di stelle, da acqua, da pietra, metallo, sali, come ci insegna la scienza. Adamo ed Eva sono stati cacciati dal paradiso terrestre, e questo paradiso perduto oggi ci manca in modo particolare. Il cinema parla di tutto questo. Se hai talento, puoi riuscire a raccontarlo.

 

Pubblicato su Elle Italia, Maggio 2007

 

 

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