Interview with collector Christian Boros

Nelle intenzioni di Albert Speer, il visionario architetto di Hitler, il massiccio Bunker della Reinhardt Strasse doveva costituire uno dei primi tasselli di “Germania”, la nuova Berlino in stile Nazista capitale del Reich e del mondo che, a guerra conclusa, avrebbe dovuto  sostituire e rinnovare quella esistente. Costruito in “blauer beton”, un tipologia di cemento pressoché indistruttibile che solidifica completamente solo dopo trent’anni, dotato di pareti di due metri di spessore, il bunker non solo ha resistito ai bombardamenti, ma è passato indenne attraverso i tempestosi flutti della tormentata storia della città del dopo guerra, dimostrandosi capace di mirabili trasformismi: prigione politica dell’Armata Rossa dopo la presa della città, magazzino di banane e altra frutta esotica proveniente da Cuba al tempo della RDT e rinomato club fetish dopo la caduta del muro. Dal 2003 il “Bananenbunker” (così viene ancora chiamato dai vecchi Berlinesi dell’Est) è diventato la stravagante residenza privata di un facoltoso collezionista d’arte tedesco, Christian Boros, oltreché spazio espositivo per una parte della sua nutrita collezione  costituita da oltre cinquecento opere di artisti contemporanei del calibro di Hirst, Rehberger, Tillmans, Eliasson, Bock, Bell, Peyton.  «Compro solo arte che non capisco», confida Boros all’interno della lussuosissima, diafana penthouse di 1000 m2 in stile van der Roe con giardini pensili, piscina e vista mozzafiato su Berlino che ha fatto costruire sul tetto del bunker. «Collezionare opere di artisti contemporanei è il mio modo personale di avvicinarmi al mio presente, di capirlo. Uno strumento per riflettere sulla finitezza dell’esistenza, misurarne i limiti per poi spostarli un po’ più in là». A cominciare dai claustrofobici locali della “cantina” dove coltiva il suo hobby, che  ha voluto ridotti in numero da 160 a 80 per dar spazio alle opere più ingombranti: un “capriccio” costatogli oltre 5 anni di lavori e l’impiego di un numero imprecisato di costosissime seghe alla polvere di diamante, le uniche in grado di scalfire l’indistruttibile cemento blu che non teme le bombe.

 

Pubblicato su L’Uomo Vogue, Luglio-Agosto 2009

Photo: Chloé Richard

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