Interview with painter Adrian Ghenie

Classe ’77, considerato niente meno che l’erede di Francis Bacon, Adrian Ghenie ha indubbiamente il dono di restituirci l’immagine del mondo che dovevano averne gli uomini primitivi: un luogo ostile e misterioso, dominato dalla violenza e dall’irrazionale, che ci inquieta e ci spaventa. A popolarlo non sono tanto belve feroci quanto i “mostri” del recente passato, come Hitler, Lenin e Ceausescu, ai cui volti, ridotti il più delle volte ad enigmatiche, se non mostruose, macchie di colore, egli affida un suo personale racconto del XX secolo intriso di paura ed angoscia, che ci repelle e ci attrae al contempo. È la forte esperienza che aspetta i visitatori del Padiglione Rumeno ai Giardini, che – riassumendo per l’occasione la suddivisione spaziale originaria del 1938, strutturata in tre ampie sale illuminate da lucernari collegate da brevi passaggi in ombra – ospiterà una delle più belle e complete mostre personali mai dedicate al pittore rumeno, proponendo una selezione di venti tra i suoi dipinti più recenti. Un appuntamento imperdibile per chiunque voglia avvicinarsi al suo cupo universo, che consentirà di ammirare dal vivo un gran numero di opere provenienti da collezioni private, tra le quali il capolavoro “Miniatura Persiana”: dipinto tra i più imponenti, a dispetto del titolo, dell’intera mostra, in esso il pittore si autoritrae inginocchiato nell’atto di avvicinare un lupo nel silenzio inquietante di un bosco di betulle appena innevato, struggente metafora dell’angoscia dell’incontro col diverso.

The painter in his studio in Berlin. (c) Steven Kohlstock
The painter in his studio in Berlin. (c) Steven Kohlstock

 

«La mostra è intitolata “Darwin’s room” ed è suddivisa in tre parti: “La tempesta”, “La galleria di ritratti” e “Le dissonanze della storia”», rivela Ghenie all’interno del suo studio berlinese. “La mia “stanza di Darwin” non ci rivela certezze scientifiche sull’evoluzione della specie. Al contrario, ci spalanca una finestra sul nostro subconscio, le nostre ossessioni, le nostre paure più antiche, mai sopite”.  Al centro della mostra, come suggerisce il titolo, vi è la figura del naturalista britannico, protagonista di ben sei opere, ritratto sempre in tarda età, sfigurato dalla vecchiaia. «Tradito», spiega l’artista, «dal decadimento del proprio corpo, lo stesso destino di “corruzione” toccato in sorte alla sua “Teoria dell’evoluzione”, nata da una genuina curiosità scientifica e culminata tristemente nell’incubo dell’eugenetica e della pulizia razziale». Lungi dall’essere una disamina delle false mitologie del recente passato fine a se stessa, la sua ricerca, si appresta a mettere in chiaro, nasce dall’urgenza di capire ed analizzare le angosce del presente, in particolare quella per un futuro dominato da una scienza malata e maligna, sfuggita di mano all’Uomo. «Siamo entrati nel secolo della medicina e della biologia, nel corso del quale impareremo a manipolare il nostro corpo con un livello di precisione impensabile solo pochi anni fa. Se queste ricerche finiranno nelle mani sbagliate, quello che ci attende è un secolo di “aberrazioni”, popolato da mostri». Un’inquietudine particolarmente esplicita nei suoi dipinti che hanno come protagonista il medico degli orrori Joseph Mengele, l’“angelo della morte” di Auschwitz. «La sua, come nel caso di Darwin, è la storia della corruzione di una linea di ricerca, avviata con i migliori propositi presso il prestigioso Kaiser Wilhelm Institut di Berlino, e sfociata pochi anni dopo nell’incubo degli atroci esperimenti su cavie umane». A Venezia potremo ammirare “Fiori carnivori”,  uno dei dipinti dalle tinte più accese dell’intera mostra, che ritrae il medico nazista in un paesaggio esotico popolato da piante carnivore, che rimanda a quel Sud America dove egli trova rifugio al termine del conflitto mondiale. Egli è ancora là in piedi, impunito, sotto un cielo dai colori lisergici, da incubo,  pronto, con la sua valigetta degli strumenti in mano, a commettere nuove atrocità. Il male ha trionfato. E la Storia, sembrano volerci dirci le “fauci” spalancate dei vegetali in primo piano, ancora una volta ha finito col divorare i suoi figli.

Pubblicato su L’Uomo Vogue, Maggio 2015

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