Interview with Anne Imhof

«L’opera che presenterò a Venezia sarà, come gran parte dei miei lavori passati, molto composita. Un nuovo ciclo di dipinti ricoprirà le pareti del Padiglione, mentre al suo centro sorgerà un’istallazione di acqua e vetro, che creerà un’oasi di trasparenza ed un forte contrappunto alla sua pesante architettura. Attorno ad essa, una dozzina di performer metteranno in scena un’opera incentrata su una riflessione sul peso del corpo e sul binomio ascesa-caduta, intrisa di riferimenti sessuali». Di più non rivela Anne Imhof — classe ’78 e artista tedesca del momento —  sull’opera con cui rappresenterà la Germania ai Giardini ed a cui lavora incessantemente da quasi un anno.  Di sicuro, stando a questa descrizione, ci sono i presupposti per credere che non sarà meno epica, per afflato, del celeberrimo ciclo “Angst”, a cui la vincitrice del prestigioso “Preis der Nationalgallerie” nel 2015 deve la consacrazione ad artista di fama internazionale. Costituita da tre performance-fiume, lunghe ciascuna più di cinque ore (presentate rispettivamente nel giugno 2016 alla Kunsthalle di Basilea, nel settembre dello stesso anno alla Hamburger Bahnhof di Berlino e ad ottobre durante La Biennale de Montréal), in quell’ “Opera in tre atti”, come la stessa Imhof l’ha definita, confluisce di tutto: ballerini che si arrampicano sulle pareti e rovesciano il contenuto di lattine di Diet Pepsi; dipinti, elementi sculturali e testi, falchi e droni telecomandati. E non a caso il ciclo di performance è stato definito nientemeno che“Gesamtkunstwerk”, un’opera d’arte totale. «Al centro della mia pratica vi è sempre un’attenta disamina del corpo umano, studiato nel proprio legame con le componenti sociali, economiche e tecnologiche del tempo presente», racconta l’artista, diplomata in arti visive alla prestigiosa Staedel Schule di Francoforte. Formatasi come pittrice, la pittura costituisce ancora oggi il punto di partenza e di approdo delle sue performance: in “Angst”, dipinti sovradimensionati rappresentanti alcuni dei personaggi dello spettacolo, come ’”Amante” e il “Clown” campeggiano alle pareti; partendo dalle foto dell’amica e partner creativa Nadine Fraczkowski, responsabile della documentazione delle sue performance, la Imhof ritrasferisce successivamente su tela alcuni dei momenti più significativi dei suoi spettacoli. «Le mie performance», racconta, «nascono nella mia testa come una serie di composizioni pittoriche, concepite per sfumare gradualmente l’una nell’altra durante lo spettacolo live». In queste fasi di passaggio, i performer sono liberi di improvvisare, fino a quando la coreografia, ad un segnale (a volte via SMS) dell’artista, riprende il sopravvento, regalando composizioni di raro equilibrio ed intensità, degne di un dipinto rinascimentale. Da questa continua tensione tra codificato e improvvisato, tra personalità individuale e collettiva, tra oppressione e libertà, scaturiscono infinite riflessioni sulle interazioni umane, sui codici segreti che le caratterizzano, sulle dinamiche di potere e sull’alienazione, il tutto sbattuto in faccia con cupo realismo. «I miei spettacoli non sono rappresentazioni gioiose, è vero, ma diciamoci la verità, non lo è nemmeno la realtà che ci circonda. Viviamo in tempi oscuri, e fingere che non sia così non serve a niente». Alla domanda se nei suoi cupi e alienanti spettacoli vi sia anche spazio per la speranza, risponde con una sonora risata, a metà strada tra lo stupito ed il divertito. «Certo che c’è!», esclama. «In essi abbiamo performer di straordinario talento che, con le loro improvvisazioni, co-creano continuamente lo spettacolo, spendendosi completamente, senza riserve. In questa intensa collaborazione creativa,  per buio che possa apparire il presente, non si possono che scorgere i semi di un futuro migliore».

 

Pubblicato su L’Uomo Vogue, Maggio 2017

Photo credit: Nadine Fraczkowski

Photo: Nadine Fraczkowski

 

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