Interview with Anri Sala

«L’opera multisensoriale che presenterò all’Arsenale, intitolata “”All of a Tremble (Encounter 1)”, sarà composta da due macchinari: un rullo per stampare motivi decorativi su carta da parati ed un dispositivo a carillon, che, parallelamente, interpreterà le diverse “personalità” dei motivi stampati», rivela il multipremiato artista albanese Anri Sala, insignito dell’Hugo Boss Prize nel 2002 e del Vincent Award nel 2014, e tra i pochi a poter vantare ben quattro presenze alla Biennale: vi ha infatti già preso parte nel 1999 e nel 2001, anno in cui si aggiudica il Premio come Giovane Artista, e poi nuovamente nel 2013, l’anno in cui rappresenta ai Giardini la sua patria d’elezione, la Francia, con l’istallazione video “Ravel Ravel Unravel”. «Ho concepito “All of a tremble (Encounter 1)” come un luogo di incontri di culture, conversioni e di contrapposizioni», racconta. «Il rullo, strumento di automatizzazione per eccellenza, verrà applicato manualmente, creando piccole variazioni nelle carte stampate, suggerendo così una riflessione su automatizzazione e importanza del lavoro manuale. Due musiche, una composta su una scala occidentale ed una su una scala indonesiana, alternandosi rafforzeranno l’idea dell’incontro tra mondi lontani». La musica, da molti anni ormai, è, insieme alla storia e all’architettura, un elemento onnipresente nella pratica di Anri Sala, noto soprattutto per  le sue opere video, prendendo spesso la forma di sistema di linguaggio alternativo a quello verbale. Come nel cortometraggio “Answer me”, deI 2008, dove vediamo un uomo comunicare alla compagna solo con violente scariche di colpi di bacchette sui tamburi di una batteria, tanto cacofoniche quanto eloquenti. «Il mio interesse di artista per la musica come mezzo espressivo nasce da un progressivo deteriorarsi della mia fiducia nella parola», racconta. «Da tempo ormai considero la lingua un mezzo espressivo eccessivamente esplicito, troppo facilmente manipolabile, mentre apprezzo sempre di più il potere della musica di comunicare infinite sfumature di sentimento… senza dir niente. Due dei film che ho presentato a Venezia in passato, “Dammi i colori” e “Ravel Ravel Unravel”, segnano il punto di partenza e di arrivo di questa evoluzione». Nel primo, un documentario di 16 minuti dedicato al sindaco-pittore di Tirana Edi Rama ed alla sua decisione di colorare le facciate dei grigi palazzi dell’era comunista di colori sgargianti, la musica si limita ad accompagnare immagini e dialoghi; nel secondo, un’opera video senza dialoghi, la musica assurge al ruolo di protagonista assoluta: non più mero supporto all’azione, ma azione essa stessa”. Una costante sembra accomunare questi due estremi della carriera di Sala: la fiducia nell’arte come forza di cambiamento positivo, e gioioso. In “Dammi i colori”, il restyling cromatico della pesante eredità architettonica comunista, lungi dall’essere una superficiale operazione cosmetica, è il punto di partenza di un serio piano di ristrutturazione sociale. In “Ravel Ravel Unravel”, considerato uno dei suoi massimi capolavori, vediamo due pianisti eseguire il Concerto per mano sinistra in D maggiore di Ravel, ma non in sincrono; su  un altro schermo, un DJ cerca di mixare creativamente  le due musiche, riuscendovi solo in parte. Anche quando il ritmo del mondo cessa di essere armonico, creando dissonanze che incutono timore — sembra volerci dire quell’opera —l’arte, capace com’è di assumere continuamente nuove forme, è sempre lì ad indicarci nuove vie da percorrere.

Pubblicato su L’Uomo Vogue, Maggio 2017

Photo Credit: Markus Jans

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