Interview with Kevin Mischel

«Da quando il mio sogno di sempre, ballare per Pina Bausch, non è più realizzabile, e da quando mi appare sempre più chiaro, alla soglia dei trent’anni, che il mio corpo non potrà più, tra qualche anno, lanciarsi nelle acrobazie richieste dalla danza urbana, nel mio futuro professionale vedo soprattutto il mestiere di attore», rivela Kevin Mischel, il ballerino ed attore francese lanciato a livello internazionale dal film-rivelazione “Divines” di Houda Benyamina, Caméra d’or per la prima opera a Cannes, con tanto di standing ovation di 10 minuti, e a sorpresa unico film francese nella rosa dei cinque migliori film stranieri ai Golden Globes. Nel film, dove ha modo di far sfoggio del suo talento versatile, alternando con invidiabile disinvoltura parti recitate ad altre ballate, Mischel interpreta Djigui, un ragazzo di periferia che trova nella danza una via di riscatto e emancipazione.  «Seguendo il famoso metodo Stanislavsky, per un anno Houda mi ha dato lezioni private di recitazione. Non è stato sempre facile: Houda è una regista severa, a volte molto dura, che può decidere di farti ripetere una scena decine di volte. In più di un’occasione mi sono ritrovato addirittura a piangere. Ma le sono grato, mettere al mio servizio la sua esperienza è stato un regalo davvero generoso da parte sua, che mi ha aiutato non poco in questa fase di metamorfosi da ballerino ad attore”. Una trasformazione che, fin dal primo momento, Mischel racconta di aver vissuto come molto naturale. «Forse perché recitare, da sempre, è il mio sogno. A pensarci bene, sul palco dei miei spettacoli di danza ho sempre cercato di incarnare un personaggio, di nutrirlo con una parte di me, nel tentativo di farne emergere, pur in assenza di dialoghi, il carattere, la personalità. Kader Attou, uno dei coreografi con cui più ho collaborato in passato, mi ripeteva sempre. “Non mi basta che tu sia un ballerino. Voglio che tu sia interprete”. Sfondava una porta aperta: ho sempre concepito anch’io la danza come una particolare forma di recitazione. E, più o meno consciamente, ho sempre cercato collaborazioni con coreografi che, come Attou, fossero per alcuni aspetti anche registi». L’incontro con la danza avvenne per caso, quando aveva dodici anni, all’uscita di una palestra nell’hinterland di Parigi. «All’epoca praticavo assiduamente la boxe. Poi un giorno, all’uscita dagli allenamenti, mi imbattei in un gruppo di streetdancer, impegnati in vari numeri di “breakdance”, “popping”. Fu una sorta di fulminazione sulla via di Damasco: intuii che la danza urbana poteva darmi un canale di sfogo alternativo per le stesse energie che canalizzavo nella boxe, ma con in più una valenza artistica» . Nasce così, su un marciapiede di provincia, il talento dirompente ed irriverente di Mischel. Scevro di ogni leziosità superflua, il suo stile è energia pura: colpi di reni, e rapido susseguirsi di contrazioni e rilassamento dei muscoli,  quasi a voler creare con braccia e spalle le onde di un mare in tempesta o di una scossa tellurica. Più che la grazia e la leggerezza dei movimenti, ad interessarlo della danza, racconta, è la possibilità di esprimere forza, coraggio, dinamismo. «In termini di energia, nel mio modo di ballare è sicuramente confluito molto del mio bagaglio di esperienze da pugile. Devo inoltre a questo sport, che ho sempre praticato come un’arte nobile, e mai come semplice sfogo, se fin da giovanissimo mi sono abituato a lavorare quotidianamente sul mio corpo, a non aver paura di sondarne i limiti”. Pur non avendo mai frequentato scuole di danza, inizia presto a lavorare con i coreografi di hip-hop e danza contemporanea più affermati. Nel 2010 Mourad Merzouki, fondatore della compagnia Käfig, lo sceglie come suo sostituto in “Boxe, Boxe”. Qualche anno più tardi, Kader Attou della compagnia Accrorap, lo elegge a sua musa, scritturandolo sia per il ruolo protagonista di “The Roots” che di “Opus14”. E poi ancora collaborazioni con i coreografi asiatici Hiroaki Umeda, Misook Séo, e vere e proprie istituzioni della danza contemporanea Made in France, come José Montalvo e Dominique Doivin. «Il mio incontro più significativo nella danza è stato quello con Simhamed Benhalima, avvenuto otto anni fa, con cui ho formato un duo artistico. Ci assomigliamo. Anche lui, come me, è autodidatta». L’ultimo spettacolo di danza nato dal connubio artistico dei due, “Soi”, che li vede entrambi sia ballerini che coreografi, sarà presentato dal 2 al 5 febbraio al Théâtre de Suresnes Jean-Vilar a Suresnes. Intanto, con il grande successo di Divines, la strada di Kevin Mischel nel cinema sembra ormai spianata: risale a poche settimane fa la conferma ufficiale che sarà lui l’attore maschile protagonista del primo lungometraggio di Marc Fouchard, considerato uno dei più promettenti registi francesi di cortometraggi (da non perdersi il bellissimo “The way of tea”, ndr). «Vestirò i panni di un uomo roso dai sensi di colpa, indurito dalla vita. Un ruolo decisamente più complesso e sfaccettato dal punto di vista psicologico del Djigi di “Divines”, che, ne sono certo, mi consentirà di raffinare ulteriormente le mie qualità di attore. Intendo restituirlo sottolineandone la “carica fisica”, istintuale, la stessa che da sempre ammiro nel Brando di “Un tram chiamato desiderio”, o nel De Niro di “Raging Bill” e “Taxi Driver”: attori che sembrano trattenere a stento sotto la pelle una forza quasi animale, che potrebbe esplodere da un momento all’altro. Trovo che ai nostri giorni questa categoria di “attori fisici”, come mi piace definirli, in grado di emanare “energia animale”, scarseggi in Francia, ed in generale in Europa. Tra le poche eccezioni figurano due dei miei attori preferiti, Nicolas Duvauchelle e Matthias Schoenaerts, che, non credo sia un caso, condividono con me un passato da pugili, e che da tempo ho eletto a modelli da seguire, inesauribili fonti di ispirazione». Dopo le riprese del film, in primavera Mischel inizierà immediatamente le prove per la pièce teatrale di Pierre Notte “Night on white Satie”, che sarà presentata a Giugno al Théâtre du Rond-Point di Parigi, e successivamente al Festival di Avignone, e che, ancora una volta, lo vedrà protagonista maschile. «Non mi ritengo uno di quegli attori che possono lavorare con qualunque regista», conclude, «Mi interessano solo i coraggiosi, quelli che non hanno timore di correre dei rischi. È un po’ desolante vedere quanti pochi cineasti, in Francia, siano disposti ad uscire dal seminato, a proporre film davvero anticonvenzionali. La mia vita è sempre stata una sfida, niente mi è stato regalato. A 21 anni sono andato con un amico negli Stati Uniti a cercare uno dei miei idoli, Bruno Falcone, il coach di danza di Michael Jackson. Sono riuscito a trovarlo, ed a ottenere che per due mesi mi impartisse lezioni di danza. Anche la parte in Divines me la sono andata a prendere da solo, partecipando da ballerino ad un’audizione con più di 400 candidati usciti dalle migliori scuole di recitazione, che molti avrebbero considerato perse in partenza. Mi auguro che il cinema che mi attende nel prossimo futuro mi assomigli. Un cinema.. con i guantoni, che non abbia paura di combattere».

Pubblicato su L’Uomo Vogue, Febbraio 2017

 

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