Collective Privacy

“Una e trina”, strutturata in tre subunità abitative indipendenti,  ed al contempo fortemente interconnesse, grazie alla condivisione di numerose aree comuni e di alcune infrastrutture, la “Casa para tres hermanas”  dello studio Blancafort-Reus Arquitectura costituisce, grazie anche a scorci mozzafiato sui lunari paesaggi del Sud della Spagna, uno dei più begli esperimenti di “co-housing familiare” degli ultimi anni. «Questo progetto prende avvio da una committenza insolita: il desiderio di tre sorelle ormai adulte di tornare a vivere insieme, come da bambine… ma ad una condizione: non rinunciare alla privacy per sé e le rispettive famiglie», raccontano i due architetti barcellonesi autori del progetto. «È proprio questa del resto la discriminante tra “co-housing” ed altre forme di coabitazione più radicali, che potremmo definire “da hippie”: il desiderio di condividere maggiormente gli spazi abitativi, con altri familiari adulti o con sconosciuti, non deve mai andare a scapito dell’esigenza di  riservatezza e discrezione. Per l’architetto, un vero e proprio esercizio di equilibrismo.» La stessa filosofia del “Sotto lo stesso tetto, ma ognuno a casa sua”, ha ispirato anche il bel progetto di co-housing familiare “Belmain Houses”  dello studio australiano Benn & Penna, vincitore nel 2014 dell’ NSW Architecture Award: due cottage in stile vittoriano, uno abitato dall’architetto Suzanne Benn e l’altro dal figlio con la sua famiglia,  uniti da un’estensione moderna, adibita alle attività in comune. «Credo che il segreto del successo di questo esperimento sia una suddivisione molto chiara e netta tra spazi condivisi e spazi privati. Si tratta di Co-housing, non di una comune!». Secondo l’architetto finlandese Tuomas Siitonen, autore dell’ “House M-M”, un’altra villa ispirata alla filosofia del “co-housing familiare”, concepita programmaticamente per soddisfare tutti i requisiti per la coabitazione felice, e senza attriti, di tre generazioni della stessa famiglia, forme di convivenza multigenerazionale come quella della famiglia di Suzanne Benn saranno sempre più comuni in futuro. «Con l’aumento progressivo dell’età media della popolazione e dei costi per l’assistenza privata agli anziani, sempre più persone si scoprono oggi aperte a scenari di convivenza con i propri genitori: inizialmente perché sono d’aiuto con i figli piccoli, poi, più avanti negli anni, per occuparsi di loro più facilmente», spiega. «Ma mancano quasi completamente soluzioni architettoniche atte a garantire standard contemporanei di privacy. La società cambia, ma l’architettura fatica a stare al passo». Ce n’è insomma abbastanza per credere che, tra tutte le tendenze del momento in architettura, il co-housing sarà forse quella che più di tutte le altre, in futuro, svolgerà un ruolo chiave nel cementificare i rapporti familiari. Anche i meno convenzionali. “Io, lesbica, ed il padre di mia figlia, gay, ci trasferiremo presto in una casa ottenuta unendo due appartamenti situati allo stesso piano”, spiega la berlinese Christine Wagner, fondatrice di familyship.org, piattaforma online nata per mettere in contatto uomini e donne – indipendentemente dall’orientamento sessuale – accomunati dal sogno di un figlio al di fuori di una relazione romantica, o “co-parenting” (la versione italiana è attesa per il prossimo mese). “Per ottenere un’ampia cucina in comune, e sperimentare così il co-housing – la soluzione abitativa ideale per “famiglie arcobaleno” come la nostra – è bastato buttare giù un muro. Co-abiteremo, ma non da coinquilini: solo la bambina potrà scorrazzare in libertà da una parte all’altra del nuovo appartamento. Vicini, così da moltiplicare le occasioni di attività in comune… ma non troppo!». Dove invece la famiglia tradizionale si sgretola inesorabilmente, nelle grandi metropoli, popolate sempre più da single, il co-housing può rivelarsi comunque utile nel suggerire nuovi modelli di convivenza “tra sconosciuti” più virtuosi, oltre che meno alienanti. E’ l’opinione autorevole di Jane Henley, presidente del World Green Building Council, la più importante associazione mondiale per la promozione dell’architettura sostenibile: «Una maggiore condivisione degli spazi abitativi ridurrebbe non solo il consumo di spazio pro-capite, ponendo così un freno all’espansione incontrollata delle metropoli; ma favorirebbe anche virtuose forme di condivisione, dall’auto agli  elettrodomestici e i giocattoli, fino al cibo”. Chi, a sentir parlare di coabitazione, già paventasse un ritorno al grigiore delle “Kommunalka” moscovite di staliniana memoria, troverà rassicuranti progetti come la “Share house LT Josai” dei Naruse Inokuma Architects, in Giappone: capolavoro di minimalismo nipponico pensato per i single, strutturato in tredici monolocali che si affacciano su luminose aree comuni, distribuite su oltre metà della superficie complessiva dell’edificio. «In Giappone, come in altri paesi occidentali, il numero di nuclei familiari composto da una sola persona cresce continuamente, con il risultato che nelle metropoli si muore di solitudine. La medicina a questo male potrebbe essere il co-housing: oltre a garantire il comfort di dimore meno claustrofobiche, darebbe una risposta concreta al crescente bisogno delle persone di contatto umano”, spiegano allo studio. Combattere il degrado urbano attraverso il co-housing è anche la missione della giovane Startup spagnola “Improvistos”, vincitrice lo scorso anno di un appalto per riqualificare oltre settemila case popolari ad Alfafar, un sobborgo di Valencia con livelli di disoccupazione superiori al 40%. «Oltre ad aver creato, con modifiche architettoniche minime, numerose nuove aree di aggregazione, abbiamo anche istituito una “banca del tempo”, così che gli inquilini, in massima parte disoccupati, possano scambiarsi servizi, ed aiutarsi l’un l’altro. L’idea è quella di innescare un circolo virtuoso di interazioni tra individui e nuclei familiari che oggi abitano quegli spazi come “monadi”, che porti ad un uso produttivo non solo degli spazi abbandonati ma anche della tanta forza lavoro che oggi, tristemente, rimane inutilizzata». Tra le peculiarità del progetto, la possibilità per gli inquilini di “scambiarsi” facilmente stanze: in cambio di assistenza, un anziano potrà ad esempio cedere facilmente una stanza ad una coppia più giovane in dolce attesa che abita accanto. «Il co-housing ci insegna che l’obiettivo del benessere non si raggiunge solamente con un maggiore consumo di risorse, ma anche con politiche, o architetture, che favoriscano le occasioni di interazione e scambio tra esseri umani».

Pubblicato su Vogue Italia, Settembre 2016, pag. 190

Tres viviendas de con recubrimiento de madera para tres hermanas en la montaña de Bullas.
Tres viviendas de con recubrimiento de madera para tres hermanas en la montaña de Bullas.
Tres viviendas de con recubrimiento de madera para tres hermanas en la montaña de Bullas.
Tres viviendas de con recubrimiento de madera para tres hermanas en la montaña de Bullas.
“Casa para tres hermanas” dello studio Blancafort-Reus Arquitectura
“Casa para tres hermanas” dello studio Blancafort-Reus Arquitectura

Photo Credits:

Architects:  BLancafort-Reus architects www.blancafort-reus.com

Photo: David Frutos http://davidfrutos.com/

 

 

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