Interview with Rita Ora

Stupisce non poco sentir Rita Ora — artista-rivelazione nel 2012 con un album e quattro singoli consecutivi al vertice della classifica inglese— parlare della sua nuova, attesissima fatica discografica, in gestazione da oltre tre anni, come del suo “album di debutto”. «Avevo 18-19 anni quando ho composto  “R.I.P.”, “How We Do (Party)” e le altre canzoni contenute in quel primo album», spiega in collegamento Skype da Vancouver, dove è impegnata, sempre nel ruolo di Mia Grey, sul set del sequel di “Cinquanta sfumature di grigio”. «Adesso che ne ho venticinque, guardo a quella versione precedente di me… quasi come se fosse un’altra persona. Sono cresciuta». Se “Rita Ora” era l’album di una party girl, dall’atmosfera allegra e scanzonata, il nuovo lavoro della biondissima cantante, attrice, stilista (e, da quando siede nella giuria dell’edizione UK di “X-Factor”, volto tra i più amati della TV britannica), si annuncia essere molto più sfaccettato e, soprattutto, molto più personale del precedente. «Ascoltarlo sarà come sfogliare le pagine del mio diario intimo», promette. «Accanto a momenti più leggeri, mi sono autorizzata questa volta a far venire a galla anche note più tristi, se non addirittura di dolore. Non per scelta, ma per necessità: sono infatti approdata ad una fase della mia vita in cui essere “onesta” riguardo ai miei sentimenti,  nelle mie relazioni personali come nella sfera creativa, è una caratteristica di me non negoziabile. Prendere o lasciare». Se il sound del nuovo album, rivela, si collocherà a metà strada tra quello dei primi No Doubt e l’hip pop, l’energetica canzone delle Destiny’s child “Survivor”, una delle sue preferite di sempre, può aiutarci ad immaginarne il mood di fondo. «Amo pensare a questo mio lavoro come alla confessione coraggiosa di una “sopravvissuta”. Piegata, ma non spezzata, dalle delusioni amorose, dal peso di dover prendere continuamente decisioni importanti, dal dolore di essere spesso fraintesa. Che un giorno si riscopre più forte di prima, determinata a conquistare il mondo. Questo è del resto uno degli obiettivi che avevo in mente quando ho composto le canzoni del nuovo album: infondere in chi le ascolta la forza di credere che gli obiettivi, anche i più folli e ambiziosi, sono raggiungibili. Ed in un’accezione più politica, che il cambiamento, se siamo in molti a desiderarlo, è possibile». L’empowerment, del resto, è un tema caro a Rita, dallo scorso anno ambasciatrice onoraria del Kosovo, il paese che le ha dato i natali, quando era ancora Yugoslavia, e che abbandona insieme alla famiglia ad un solo anno di età, nel 1991, alla volta di Londra, in seguito dell’inasprirsi delle persecuzioni serbe nei confronti della minoranza albanese. «Non sono entrata in questa industria con l’idea di cambiare il mondo. Né mi è mai interessato diventare un modello da seguire per gli altri. Oggi tuttavia, nella posizione di personaggio pubblico, sono conscia di avere una voce che può essere di aiuto, d’ispirazione, in particolare nel mio paese di origine», racconta l’ex rifugiata assurta, come in una favola moderna, all’Olimpo delle platinate dive internazionali. «Nel momento in cui venivo nominata ambasciatrice onoraria, ho pensato: quanto talento deve esserci, in questo paese, che non chiede altro di essere incoraggiato, aiutato ad uscire in superficie. Ed in particolare, quanto talento femminile! “Se ce l’ha fatta Rita, allora forse posso farcela anche io”, mi auguro pensino i giovani kosovari ascoltando la mia musica.» Considerata una delle poche autentiche icone di stile dei nostri giorni, ed una potente influencer con ben 9 milioni di follower su Instagram, l’ “albanese più celebre dai tempi di Madre Teresa”, com’è stata definita, figura tra le star più coccolate del momento dall’industria pubblicitaria, si pensi alle tante campagne realizzate per clienti internazionali del calibro di Rimmel, Superga, la linea “Material Girl” di Madonna, Samsung, Coca cola e Adidas. «Ho avuto il lusso di poter scegliere solo collaborazioni che, in un modo o nell’altro, parlavano, di me», racconta. «Non sono una di quelle testimonial che si limitano a posare per un photoshooting, incassare un assegno, e via. Se un prodotto deve portare il mio nome, voglio essere sicura che ogni suo aspetto, dal packaging all’ultima sfumatura di colore, sia in linea col mio gusto. Non credo sia chiaro al mio pubblico quanto tempo e lavoro, spesso all’interno delle fabbriche, richieda questo maniacale labor limae!». Tra i legami di endorsement più duraturi e proficui di Rita figura sicuramente quello, da stilista, con Adidas, azienda per cui ha disegnato ben tredici collezioni (ed una quattordicesima in dirittura d’arrivo) della linea sportiva casual Adidas Originals. «Musica e moda, nel mio caso, vanno lette come un binomio creativo indissolubile,  due facce della stessa medaglia», spiega. «Fin dall’inizio della mia carriera, ero ossessionata dal desiderio di fare della mia musica una sorta di “fashion statement”: un’operazione artistica dove, grazie alla moda,  l’impatto visivo contasse tanto quanto, o forse addirittura di più, di quello musicale. Fu così che iniziai a frequentare gli stilisti, ad approfondire il loro lavoro, e, successivamente, ad arruolarli come collaboratori: il mio primo tour, ad esempio, è stato concepito interamente dall’allora designer creativo di Pucci Peter Dundas. Un sogno!». Rita ci tiene a sottolineare come la trasposizione della sua musica in moda non sia mai stata una fredda operazione di marketing, ma un impulso irrefrenabile, che poteva anche sortire l’effetto opposto in termini di vendite. «Ma non potevo fare altrimenti, ero schiava della visione che avevo in mente. “Se la gente non capirà adesso”, mi son detta, “lo farà tra qualche anno. O forse mai. Io intanto vado per la mia strada”. Con mia sorpresa, la reazione chimica tra questi reagenti è stata esplosiva, fin da subito. Ed eccomi qua, qualche anno più tardi, intervistata per la Cover story dell’Uomo Vogue!» La moda, promette, sarà un ingrediente importante anche del nuovo tour, annunciato per l’autunno. «Non sto nella pelle. Presenterò un concept di live-show completamente nuovo… Tridimensionale… quasi da toccare», rivela sibillina. «Mi sono spiegata?», chiede con tono malizioso, conoscendo già la risposta del suo interlocutore: un no secco, cui risponde con una fragorosa risata. «E allora tanto meglio, vi toccherà venire a vedermi. Quella che ho in mente è un’esperienza  da vivere sulla propria pelle, impossibile da tradurre in parole!».  Anti-diva, e decisamente simpatica, Rita emana anche da una fredda finestra di Skype personalità e carisma da vendere. «Se sono la donna determinata ed ambiziosa che sono, e se da teenager ho lasciato la scuola per inseguire un sogno di gloria, iniziando a cantare nei nightclub di Londra, lo devo con tutta probabilità ad una delle pagine più buie della mia vita: la malattia di mia madre. Un cancro al seno, quando avevo tredici anni, al quale è fortunatamente sopravvissuta. Fu un’esperienza a dir poco scioccante. Pensi per tutta la tua vita che tua madre sia una specie di supereroe ed improvvisamente ti trovi ad essere tu la sua fonte di forza ed energia. Credo di aver maturato in quel frangente l’urgenza, che non mi ha mai più abbandonato, non solo di dare un senso forte alla mia vita, ma farne addirittura qualcosa di straordinario. Un’opera d’arte. Perché lei fosse fiera di me, prima che fosse troppo tardi».

Pubblicato su L’Uomo Vogue, Maggio-Giugno 2016

Photo credit: Francesco Carrozzini

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