Fly Me To The Moon: Interview to the designer of Soviet spaceships interiors Galina Balashowa

Per tre decenni Galina Balashova ha progettato gli interni dei velivoli dei programmi spaziali sovietici. Mettendo a frutto la sua esperienza di architetto ha portato colore e bellezza in un mondo di gelida tecnologia. I suoi acquerelli, ieri classificati top-secret, conservano intatta la propria forza innovativa

L’Olimpo della conquista dello spazio sovietica si riduce essenzialmente a quattro divinità:  Yuri Gagarin e Valentina Tereshkova, rispettivamente il primo uomo e la prima donna ad andare nello spazio; Sergei Krikalev, il detentore del record di numero di giorni passati in orbita ed infine Alexey Leonov, il primo uomo a lasciare la sua capsula spaziale ed a “passeggiare tra le stelle”. Ingiustamente rimasto nell’ombra, invece, il nome dell’ “esteta” dell’intero programma spaziale dell’URSS: l’architetto, designer e pittrice Galina Balashova, mente creativa dietro al design degli interni di ben 4 generazioni di astronavi, dalle capsule Soyuz alle stazioni orbitanti Salyut e Mir, fino alla navicella riutilizzabile “Buran”, oltre che autrice di innumerevoli medaglie ed emblemi commemorativi delle missioni spaziali. «Con la sua pionieristica opera – nessuno prima di lei si era infatti cimentato nell’architettura e nel design di interni per lo spazio – la Balashova, unica architetto ed artista in una squadra di soli ingegneri e tecnici, ha inaugurato niente meno che una nuova branca delle scienze delle costruzioni, l’ “architettura cosmonautica”»,  spiega l’architetto ed editore berlinese Philipp Meuser, curatore della mostra “Design for the Soviet Space Programme”, visibile fino al 15 Novembre al Deutsches Architekturmuseum (DAM) di Francoforte,  la prima esposizione monografica dedicata alla vasta opera della designer e architetto moscovita, oggi ottantaquattrenne. Un’occasione unica per ammirare, per la prima volta in Occidente, centinaia di schizzi e colorati acquerelli tenuti, fino a non molti anni fa, sotto stretto segreto militare, e, per la gioia degli appassionati di cosmonautica, avventurarsi in una ricostruzione in scala 1:1 degli interni della stazione orbitante Mir. «A distanza di quarant’anni, la sua opera continua ad influenzare profondamente l’industria aerospaziale: gran parte delle sue idee per la Stazione Spaziale Internazionale o per la stazione Mir trovano ampia applicazione, con poche modifiche, ancora al giorno d’oggi». Un’architettura libera dalla forza di gravità: ciò che le avanguardie russe avevano proposto alcuni decenni prima in chiave utopica e provocatoria, si pensi alle “città volanti” di Georgii Krutikov, ai “Prounes” di Lissitzky o ai “Planiti” di Malevich, per la Balashova era pane quotidiano, l’assunto base dietro ad ogni nuovo progetto. «Nel disegnare ambienti per lo spazio, dove l’assenza di gravità rende ogni direzione  equivalente, un architetto gode di libertà creative impensabili sulla Terra. Tanto per cominciare egli può rinunciare, se lo desidera, alla classica distinzione tra soffitto e pavimento: era questa la mia idea centrale dietro agli interni  del “LOK”,  la navicella – mai realizzata – che avrebbe dovuto portare i nostri astronauti in orbita attorno alla Luna prima degli Americani. Per limitare il senso di spaesamento degli astronauti, nei miei altri progetti ho sempre preferito suggerire nei disegni un senso del sopra e del sotto, optando solitamente per colori più scuri per l’area calpestabile designata a simulare la presenza di un pavimento», spiega la designer. «In quanto designer di interni, per un’astronave puoi sbizzarrirti a progettare mobili utilizzabili anche capovolti o inclinati, come letti per dormire in verticale, o addirittura sdraiati sul soffitto, o tapis-roulant per fare jogging su una parete. A prevalere erano tuttavia il  gran numero di vincoli e restrizioni legati a questioni di sicurezza: la scelta dei materiali si restringeva a quelli non infiammabili, non tossici, ed in grado di filtrare le radiazioni spaziali; la distribuzione del peso all’interno degli abitacoli doveva inoltre essere studiata nel minimo dettaglio, per non pregiudicare la stabilità della traiettoria dell’astronave». L’avventura spaziale di Galina Balashova inizia nel 1957, anno in cui, dopo aver concluso gli studi all’Istituto di Architettura di Mosca, viene assunta all’OKB-1, l’agenzia spaziale sovietica, successivamente ribattezzata RKK Energija. Dopo aver lavorato, per alcuni anni, alla progettazione di appartamenti per gli impiegati dell’azienda, nel 1963, con sua sorpresa, le venne affidato il primo incarico di architettura extra-terrestre. «Nel 1963, l’equipe di Design dell’OKB-1 aveva concluso con successo la progettazione della prima navicella spaziale Soyuz. A differenza dei modelli precedenti, come il celebre Vostok 1 che nel 1961 portò Gagarin in orbita attorno alla Terra, che prevedevano solo un’angusta cabina di pilotaggio, Soyuz nasceva per consentire esplorazioni spaziali di maggior durata, ed era dunque necessario creare al suo interno una vera e propria unità abitativa». La Balashova si ritrovò così ad essere responsabile di tutti gli aspetti di design di quello che potrebbe essere definito “Il primo monolocale nello spazio”, dalla scelta delle proporzioni e dei colori alla selezione dei materiali fino all’arredo. «Optai per mobili tipici di ambienti residenziali, come il divano e la credenza, adattandoli alle esigenze della navigazione spaziale: prevedendo ad esempio al loro interno ampio spazio per integrare un gran numero di strumentazioni ed adattandone la forma alle caratteristiche ovoidali dell’abitacolo. Ero tenuta ad evitare spigoli affilati ed angoli appuntiti e a concepire opportuni sistemi di fissaggio per gli oggetti, per evitare che si librassero nel vuoto e ferissero gli astronauti. Inizialmente pensai a delle cinghie, ma presto mi resi conto che dei sistemi a strappo come il velcro erano molto più indicati. Gli interni delle astronavi erano dunque sorprendentemente soffici al tatto, perché in gran parte ricoperti del materiale lanuginoso su cui venivano fermati strumenti e utensili». Nel 1973, con l’avvio della collaborazione tra le agenzie spaziali di USA e URSS, che culminò con lo storico “aggancio” il 17 luglio 1975 tra navicelle Apollo e Soyuz, la Balashova si ritrova a dover progettare, per la prima volta, degli interni d’astronave pensati per essere mostrati in diretta sugli schermi TV di mezzo mondo . «Una sfida non indifferente in termini di design. Era necessario ricavare lo spazio per posizionare un gran numero di telecamere e apparecchiature di registrazione per le trasmissioni televisive, persino all’interno dei corrimano. Non solo: gli interni, un po’ come uno studio televisivo, dovevano avere determinate caratteristiche di illuminazione e di colore perché “funzionassero” sul piccolo schermo. Gli astronauti Americani si dichiararono piacevolmente sorpresi della gradevolezza estetica della Soyuz 19, ed in particolare di quanto fosse colorata: gli interni dell’Apollo erano infatti grigi». Nel 1976, RKK Energiya annuncia l’avvio dei lavori di costruzione della stazione spaziale Mir, che sarebbe andata in orbita dieci anni più tardi. Per questo progetto  era mio desiderio fondere l’area abitativa e l’area comandi in un’unità coerente sotto il profilo estetico: il risultato furono due aree distinte che presentavano, sì, schemi cromatici diversi, ma che, grazie a rifiniture in materiali simili, come pelle artificiale e metallo smaltato, dialogavano l’una con l’altra, presentandosi all’occhio come un insieme armonico». «La ricerca della bellezza come armonia tra le varie parti  di un ambiente, attraverso opportuni bilanciamenti di colori, volumi e giochi di luce, è del resto l’ideale estetico che ho inseguito durante tutta la mia carriera», rivela la designer. «Su questo punto, la forma mentis dell’ingegnere non potrebbe essere più diversa da quella dell’architetto: interamente preso dallo studio dei dettagli, l’ingegnere non si cura minimamente dell’aspetto complessivo che avrà la macchina che progetta,  né, tantomeno, di quale sarà l’impatto sulla psiche di chi la abiterà. Al centro delle mie preoccupazioni di designer vi è sempre stata invece quella di rendere il viaggio spaziale un’esperienza sopportabile per gli astronauti, non  solo sotto il profilo fisiologico, ma anche quello psicologico: molte delle mie scelte estetiche, come l’uso di colori caldi e rassicuranti ed un mobilio volutamente non “futuristico”, ma che ricordasse al contrario gli ambienti di casa, sono da ricondursi al mio desiderio di creare l’illusione che lo spazio fosse un ambiente meno freddo e inospitale e la Terra… fosse un po’ meno lontana». A tal riguardo, Balashova riuscì a convincere RKK Energiya a decorare le pareti delle navicelle Soyuz con dipinti di paesaggi terrestri. «Li dipinsi io stessa all’acquerello. Scelsi come soggetti i paesaggi della mia infanzia: la vista dalla mia finestra a Podlipka; la foresta lungo il fiume Yaroslavskaya; le spiagge del Mar Nero dove trascorrevo le vacanze con i miei genitori. Opere effimere, destinate all’incenerimento insieme ad altri componenti della navicella durante la fase di rientro nell’atmosfera terrestre, di cui tuttavia conservo ancora un ricordo indelebile. Mi auguro che anche gli astronauti, di tanto in tanto, tornino con la memoria a visitare quei paesaggi perduti».

Pubblicato su Casa Vogue, Ottobre 2015

Sketches: Courtesy of Galina Balashowa

© Archiv Galina Balaschowa

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© Archiv Galina Balaschowa

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