The Charm of the uniform: Interview with stylist Gentucca Bini

“Più di uno stilista d’alta moda, in passato, ha proposto capi ispirati ad indumenti professionali, come la tuta ed il camice, realizzandone per le passerelle versioni “deluxe” impreziosite da applicazioni e tessuti di pregio. Il mio progetto segue l’approccio opposto: non dalla tuta al capo elegante bensì dal capo elegante alla tuta. Sono partita cioè dagli indumenti più classici del guardaroba maschile, come la giacca e lo smoking, e li ho modificati opportunamente per renderli così comodi e funzionali, al punto da poterli utilizzare come tute in un atelier”. Prende avvio da queste premesse il bel progetto “The Charme of the Uniform” di Gentucca Bini, quattordici modelli di tute e camici  che la fashion-designer, architetta di formazione, presenterà il 18 settembre alla Ferramenta Viganó di Milano. “Ho chiesto ad un gruppo di amici, tra cui l’artista israeliano Rafael Y. Herman, l’architetto Luca Cipelletti ed il pittore Roberto Coda Zabetta, di aiutarmi a immaginare la tuta dei loro desideri, partendo dalle esigenze più pratiche legate alla manualità del loro lavoro”, spiega la titolare dell’omonimo brand di prêt-à-porter femminile, nipote della celebre designer Bruna Bini ed ex-assistente di André Léon Talley a Parigi. Nasce così, un esempio per tutti, lo “smoking-tuta” con rever e bottoni alle maniche, per venire incontro al desiderio di Cipelletti di “potere andare al cantiere la mattina, ad un appuntamento con un direttore di un museo nel pomeriggio e poi direttamente alla Scala la sera, senza bisogno di cambiarsi. “In un mondo, quello della moda, che pare interessato solo a rincorrere affannosamente il “nuovo”, si tende a dimenticare che l’eleganza, quella vera, è sinonimo di disinvoltura, e nasce dal sentirsi a proprio agio nell’abito che si indossa”, spiega Bini. “Se si guarda alla storia della sartoria, i dettagli che oggi consideriamo eleganti nascono quasi sempre da considerazioni funzionali, volte a rendere i movimenti di chi li indossa meno goffi: si pensi ai tre bottoni sulla manica della giacca, introdotti non per ragioni estetiche ma per consentire movimenti più aggraziati a tavola. Le mie tute, non senza una buona dose di ironia, sono lì a ricordarcelo”.

Pubblicato su L’Uomo Vogue, Luglio-Agosto 2015

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