Interview with photographer Tomasz Gudzowaty

 

POLACCO, per lui la fotografia deve raccontare “la forza dell’invisibile”. Dopo il reportage di denuncia sugli “shipwreckers”, sarà a Expo Milano con un nuovo progetto speciale dedicato all’ambiente

 

 

A regalargli la notorietà e un World Press Photo Award, nel 1999, fu una fotografia in bianco e nero intitolata “First lesson of killing”, con cui regalò al mondo la tenera immagine di un gruppo di cuccioli di ghepardo davanti alla loro prima preda, incerti sul da farsi. Da allora i primi premi al più prestigioso dei concorsi di fotogiornalismo al mondo sono diventati ben nove, e oggi Tomasz Gudzowaty, classe ’71 e avvocato di formazione, può essere considerato il fotoreporter polacco più noto nei circuiti internazionali. «Il mio scopo, con questa e altre fotografie dedicate alla fauna selvatica, non è mai stato cogliere la bellezza dell’animale nel suo habitat naturale», ci spiega, «quanto mettere in evidenza gli istinti che ne regolano i comportamenti. Utilizzare, cioè, un’arte visiva come la fotografia per raccontare l’invisibile». Un’idea di fotogiornalismo ambiziosa che, unita all’attenzione maniacale per il dettaglio e a una forma pressoché patologica di nomadismo (nel corso della sua carriera ha girato più di 100 paesi), avvicina il suo lavoro a quello di Sebastião Salgado. Non a caso Gudzowaty lo cita tra le sue principali referenze. «In Salgado ritrovo molti elementi presenti nel mio lavoro, in particolare la pervicacia con cui insegue i suoi filoni di ricerca per periodi di tempo lunghissimi, nel tentativo di cogliere il reale nella sua essenza, senza mai accontentarsi della gratificazione – immediata, ma anche provvisoria – del “bell’editoriale”.

Un’ostinazione che lo conduce, come me, a essere un viaggiatore instancabile, alla perpetua ricerca di fotografie cariche di significato, pensate per durare nel tempo». Un buon esempio del suo ossessivo modus operandi è il progetto “Sport features” (ribattezzato di recente “Beyond the body”), dedicato alle discipline sportive etniche e meno commerciali, a cui il fotografo polacco deve gran parte dei suoi World Press Photo Award: inaugurato nel 2003 con un servizio sui combattimenti di kung fu dei monaci del tempio di Shaolin, in Cina, a distanza di undici anni è lontano dall’essere concluso. «Ancora una volta, ciò che mi preme è cogliere quell’ineffabile quid invisibile all’occhio ma non all’obiettivo: in questo caso l’elemento più trascendentale e metafisico della pratica sportiva», rivela. «E l’ho trovato lontano dal clamore degli stadi, per esempio nei centri di sumo di Tokyo, nelle palestre tradizionali indiane o al festival naghol a Vanuatu. Non di rado, questa ricerca maniacale mi ha portato tra comunità isolate e dimenticate, alle periferie del pianeta, dove lo sport assolve a funzioni profonde e totalizzanti, come la ricerca di se stessi e dell’armonia con il creato».

Parallelamente alla ritrattistica a tematica sportiva, Gudzowaty matura l’interesse per il photo-reportage di denuncia: nel 2005 si aggiudica un Pictures of the Year International Award per la serie “shipwreckers”, con cui racconta al mondo le condizioni di lavoro disumane dei diseredati che si guadagnano da vivere smontando i relitti delle navi nel cantiere-inferno di Chittagong, in Bangladesh. Un impegno sociale ereditato dal padre, magnate dell’industria e tra i più noti filantropi polacchi, che è anche al centro di “Planets alive”, il nuovo, ambizioso progetto che Gudzowaty porta avanti, da due anni, insieme alla moglie Melody, e che verrà presentato a maggio all’interno del Photo Pavilion durante Expo Milano 2015. «All’interno di questo padiglione si celebrerà l’uso della fotografia per il bene comune», spiega Gudzowaty, che ha recentemente dichiarato di aver messo il proprio obiettivo al servizio della causa di giustizia sociale e sostenibilità del World Food Programme delle Nazioni Unite. «Con questa serie di scatti a colore, tra i più elaborati della mia carriera sia sotto il profilo estetico che della composizione, io e mia moglie – che in questo progetto è partner al 50% e non solo modella – abbiamo voluto rappresentare le peculiarità dei pianeti del sistema solare. Parlo di caratteristiche morfologiche e mitologiche. In ognuno vedremo una figura femminile (interpretata da Melody) posare al centro di paesaggi primigeni e incontaminati, affiancata non di rado da animali selvatici di cui non sembra temere la ferocia. Fotografie che, attraverso il loro potere evocativo, spero suscitino nello spettatore la consapevolezza che non siamo gli unici abitanti della terra, e che la ricerca di una nuova armonia con la natura è non solo quanto mai urgente e necessaria, ma anche possibile. Il tutto – questo almeno il tentativo – senza mai scadere nel didascalico: l’arte è una maestra straordinaria, ma solo quando educa indirettamente, attraverso allusioni e associazioni, stimolando l’immaginazione. Se sale in cattedra a lanciare sermoni, solitamente fallisce».

 

Tomasz e Melody Gudzowaty. “T&MG Wedding”, Rome, Italy, 2014. Photo by Nic Tenwiggenhorn ©2014 Vanessa Beecroft)

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