L’idolo della “Me-Decade” cinese: Intervista con la popstar Hua Chenyu

Non incarna l’ideale di bellezza maschile calibrato al millimetro sul gusto delle teen-ager, come molti teen-idol occidentali alla Justin Biber, per intendersi, né tanto meno può vantare una voce portentosa. Per cogliere le ragioni del fulmineo successo della giovane popstar cinese Hua Chenyu – 7 milioni di fan in un solo anno di carriera, 20 000 biglietti del suo concerto a Pechino venduti in meno di due minuti – occorre vederlo esibirsi sul palco. Nella loro assoluta diversità, un tratto accomuna le performance live di questo ventiquattrenne occhialuto diventato famoso, pressoché nottetempo, grazie alla vittoria della decima ed ultima edizione del “Superboy”, il seguitissimo “X-Factor” cinese: quando prende in mano il microfono, Hua riesce a veicolare in maniera convincente l’idea di un ragazzo in grado di esprimere le proprie emozioni, sia verbalmente che fisicamente, senza filtri ed autocensure di sorta. Una novità assoluta in un paese dove, tradizionalmente, nessuno ė incoraggiato ad essere diverso, che intercetta in pieno le esigenze di una nuova generazione di ventenni cresciuta a pane e turbo-capitalismo ed assetata di libertà d’espressione individuale.  «A differenza dei giovani di Piazza Tienanmen, i miei coetanei non sognano di cambiare il mondo», spiega il cantante. «Il sogno dei ventenni cinesi come me è, molto più semplicemente, fare quello che più ci piace, nel rispetto delle nostre differenze individuali. Banalmente, essere felici, imparando ad ascoltare, e assecondare, i nostri desideri». Non è un caso che per descrivere la generazione di Hua i sociologi abbiano rispolverato l’espressione “Me-Decade”, coniata per descrivere l’individualismo apolitico dei giovani americani negli anni ’70: cresciuti in solitudine, per via della politica del figlio unico (introdotta da Den Xiao Peng nel 1979), i ventenni cinesi di oggi trovano naturale rifugiarsi in se stessi, in una dimensione intimistica, ed identifcarsi in chi, come Hua, di questo disinteressato e sognante stile di vita fa la sua bandiera. «Cresciuti senza la compagnia di fratelli e sorelle, dai nostri genitori abbiamo ricevuto o troppo amore o troppo poco. Io, ad esempio, mi sono sentito troppo spesso solo, ed ho imparato presto a sognare un mondo migliore volando sulle ali della fantasia. Ancora oggi so che, se il mio corpo è vincolato a questa terra, nessuno può togliermi la libertà di recarmi con la mente altrove, alla ricerca di pace e serenità». Il primo album di Hua, “Why nobody fights”, è uscito in Cina a Settembre, scalando in breve le classifiche. Nel giorno della sua pubblicazione, il 15 Agosto, l’omonimo single di lancio viene scaricato da ben 26 000 persone. “Why nobody fights? Why nobody stands out?”: queste le uniche parole che la canzone ripete ossessivamente, come un mantra. «Molti giovani, qui in Cina, vivono in un perenne stato di depressione, spesso senza nemmeno esserne consci. Non osano esprimere apertamente i loro sentimenti, che sia amore, odio, rabbia, né tanto meno sanno cosa voglia dire battersi, col rischio magari di essere puniti, per un’opinione in cui credono. Ma la posta in gioco è troppo alta per non tentarci… perdere se stessi! Questo messaggio è così importante, che ho deciso di dedicargli l’intera canzone, e di non diluirlo con altre parole.» Definito come un mix di rock psichedelico e musica classica (con addirittura qualche breve incursione nell’opera), nello stile dell’album di debutto di Hua è possibile individuare influenze delle sue band preferite: Muse, Radiohead and 30s to the Mars. «Quando scrivo canzoni, solitamente cerco di raggiungere una mia sintesi personale tra pop e musica classica. Il pezzo “Quasimodo’s gift”, nato per caso dalla vista di un dipinto durante un viaggio in Europa, costituisce forse il miglior esempio di questa ricerca», spiega. «Sento entrambi questi universi musicali vicini in ugual misura. Ho imparato a suonare il flauto traverso quando ero bambino e da allora la musica classica si è aperta canali privilegiati che arrivano dritti al mio cuore. Ma anche col pop, o il rock, sento non di meno di poter dar voce ad anime autentiche della mia personalità». Nel rievocare l’emozione della vittoria al “Superboy”, la scorsa estate, Hua non fa mistero di aver vissuto poco serenamente, in un primo tempo, l’arrivo di una  notorietà tanto inattesa quanto improvvisa. «Quando, nel giro di poche ore, ti trovi circondato da migliaia, milioni di persone che ti fanno oggetto del loro amore, istintivamente ti viene spontaneo volerli contraccambiare. Solo che non sai bene come fare! In un primo tempo sono stato preso letteralmente dall’angoscia di non riuscire ad esprimere sufficientemente la mia gratitudine: ricordo di essermi sentito un po’ sperso, sopraffatto da una sensazione di inadeguatezza. Poi, col tempo, ho imparato che lavorare con passione alla mia musica era il migliore regalo che potessi fare ai miei Martians (nome dei supporter di Hua, ndr). Ho imparato così a stare tranquillo, sia quando il lavoro è troppo, sia quando è troppo poco. Quando la tensione si allenta, mi godo con gusto i miei momenti di relax: del resto sono sempre stato uno “Zhai Nan”, espressione cinese che indica chi passa più tempo possibile a casa, un comodone, un pantofolaio! e non ho certo intenzione di cambiare adesso!»

Pubblicato su L’Uomo Vogue, Ottobre 2014

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