Shocking Beauty: Interview with artist Matthew Collishaw

Utilizzando media come fotografia, scultura, video e installazioni ambientali, l’artista britannico Matthew Collishaw negli anni ci ha preso per mano e condotto negli antri più oscuri e inquietanti dell’immaginario visivo, dando forma a un suo personalissimo mondo crepuscolare in equilibrio tra il poetico e il macabro. È considerato con Damien Hirst e Tracey Emin uno tra i massimi esponenti della Young British Art: le sue opere puntano apertamente a indurre nello spettatore uno shock visivo, possono essere accusate di tutto fuorché di lasciare indifferenti: basti pensare a “Bullet hole”, la sua controversa opera d’esordio esposta nel 1988 a Freeze, raffigurante un cranio con una ferita d’arma da fuoco, o a “The old fashioned way” (1992), in cui ritrae una zebra che copula con una donna. “Le mie opere vengono spesso definite “sconvolgenti”, “perturbanti”,  come se la mia pratica artistica si riducesse, sadicamente, a voler dare allo spettatore un pugno nello stomaco, per il semplice gusto di farlo. Il mio vero intento è un altro:  cercare di lanciare un ponte tra la nostra sensibilità e la materia che più ci appare oscura, sgradita, così da renderla più assimilabile. Magari mettendo in luce il lato poetico, se non addirittura bello, che essa cela”. Avviene così che il male, nelle sue opere, assuma spesso sembianze di rara potenza estetica: basti pensare alla serie “Insecticides”, dei collage di coloratissime ali di farfalla, dove l’iniziale stupore per la bellezza degli accostamenti cromatici lascia rapidamente il passo all’orrore davanti alla constatazione che sotto di esse si nascondono i cadaveri degli insetti brutalmente schiacciati. “La bellezza del lavoro di Collishaw ci attira, seducente, accattivante, ipnotica, per poi respingerci con più forza non appena percepiamo le più tetre fantasie che vi sono contenute”, scrive di lui Fabio Ianniello, direttore della galleria romana Uno Su Nove, dove sino a fine settembre si potrà ammirare una selezione dei suoi lavori più noti e a maggiore impatto estetico, come gli scatti della serie “Burning flowers”, nella quale ritrae dei fiori in fiamme, ed alcun foto della serie “Last meal on death row”, in cui l’artista reinterpreta macabramente il genere seicentesco della natura morta fotografando gli ultimi pasti dei condannati texani alla sedia elettrica. Una pratica, quella della citazione delle icone della storia dell’arte, molto ricorrente nel suo lavoro, e quanto mai evidente nelle tre opere della serie “Black mirror” – che Collishaw presenterà a settembre, in data ancora da definirsi, nella superba cornice della Galleria Borghese – nelle quali rielabora le immagini di tre celebri dipinti del Caravaggio presenti nel museo: la “Madonna dei Palafrenieri”, il “San Girolamo” e il “Davide con la testa di Golia”. «Riprendendo una tecnica già utilizzata nel lavoro esposto presso Glasstress a Venezia nel 2013 (“East of Eden”, nda), proietterò le immagini 3D dei dipinti del Caravaggio su tre imponenti vetri specchiati situati al centro delle sale del museo», spiega l’artista, «così da creare l’effetto di immagini evanescenti, che appaiono e scompaiono come fantasmi, tremolanti come fossero illuminate dalle fiammelle di molte candele». Le opere in questione saranno inquadrate all’interno di tetre cornici nere in vetro di Murano. «Ho scelto questo materiale non a caso. Ha le sembianze di un solido, ma in realtà sappiamo che si tratta di un “liquido paralizzato”. In questo senso si presta a fungere da metafora dell’arrestarsi del tempo, quel miracolo che, immancabilmente, riesce a Caravaggio nei suoi dipinti, dove la materia narrata non è mai colta nella banalità del quotidiano, ma in quel preciso istante in cui l’ispirazione divina si fa immagine, e tutto il resto pare magicamente fermarsi».

Pubblicato su L’Uomo Vogue, Luglio-Agosto 2014

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