Israel’s critic soul: Interview with Amos Gitai

Con una carriera nel cinema che abbraccia ormai 40 anni e comprende più di ottanta film, tra film, fiction e documentari, celebrata da importanti retrospettive a Parigi, New York e Londra, è considerato non a torto il cineasta israeliano più famoso al mondo. A distanza di un solo anno da “Lullaby to my father” e “Carmel” – il distico cinematografico dedicato alla storia d’Israele e d‘Europa raccontate attraverso le figure, rispettivamente, del padre e della madre – Amos Gitai torna al Lido con “Ana Arabia”, un nuovo lungometraggio d’ispirazione pacifista ambientato in Terra Santa. «Ana Arabia racconta un momento di vita di una piccola comunità di outsider, Ebrei e Arabi, che convivono pacificamente in un’enclave dimenticata al confine tra Giaffa e Bat Yam, in Israele», anticipa il regista. Il film narra la storia di una giovane giornalista, Yael, che rende visita alla comunità ed entra così in contatto con una serie di personaggi che esulano dai soliti cliché offerti dalla regione. «In quella favela, Yael ha la sensazione di aver scoperto una miniera materiale umano preziosissimo, a cui poter attingere a piene mani. Una piccola città nella città dove il tempo sembra scorrere, eccezionalmente, ad un ritmo diverso, più a misura d‘uomo. Un luogo raffazzonato e fragile, dove s‘intravede tuttavia la possibilità di quella coesistenza tanto anelata, che assurge a metafora universale della convivenza pacifica tra i popoli». Regista impegnato, da sempre convinto antimilitarista (nel 1973, durante la guerra dello Yom Kippur, assiste all‘orrore della decapitazione sotto i suoi occhi di un commilitone colpito in pieno da un missile nemico), Amos gitai  non è certamente nuovo a trattare nei suoi film la spinosa tematica della coabitazione tra Ebrei e Palestinesi: basti pensare al controverso documentario “Bayit” (1980), alla “Trilogia di Wadi” (1978,1991, 2001) ed ai più recenti “Verso Oriente” (2002) e “Free Zone” (2005). La novità, questa volta, è che l’urgenza di una convivenza viene ribadita anche per mezzo di una precisa scelta stilistica: «Ho deciso di filmare “Ana Arabia” in un unico piano sequenza di 81 minuti per suggerire come il segmento di memoria raccontato non sia frammentabile nelle singole biografie dei sette protagonisti, arabi ed ebrei, che ci appaiono così indissolubilmente intrecciate l’una all’altra”. Tra i progetti in uscita di Amos Gitai figura anche il cortometraggio “The book of Amos”, uno dei sette corti dedicati al tema del dialogo del singolo con la divinità (o alla sua assenza) che lo sceneggiatore messicano Guillermo Arriaga (“Babel”, “21 gram”) ha commissionato a sette registi del calibro di Mira Nair, Hieo Nakata ed Emil Kusturica per il suo film in capitoli “Words of God”. «Ho messo subito ben in chiaro con Arriaga che non sono religioso, ma che apprezzo il testo biblico per il fatto che, contrariamente all’opinione comune, è aperto alla critica”, racconta Gitai, notamente inviso alla comunità religiosa ultraortodossa israeliana per aver apertamente denunciato in “Kadosh” (2000) il fanatismo della comunità di Mea Sharim, a Gerusalemme. «Persino un personaggio venerato come il re David non ne è esente: in un passo biblico viene accusato senza mezzi termini di immoralità per l‘aver concupito la moglie altrui. Per la Bibbia, insomma, criticare il potere è lecito. Ho scelto di parlare di Amos per lo stesso motivo che spinse i miei genitori a darmi questo nome: perché criticava apertamente i borghesi, non esitando a chiamarli  „vacche grasse di Bashan, che opprimono i poveri e gli oppressi”. Questo cortometraggio è il mio modo di omaggiare l‘irriverenza di questo profeta minore, e, con essa, l’irriverenza verso ogni forma di potere iniquo». Attualmente Gitai è impegnato su due fronti: le riprese di un lungometraggio ambientato nel XVI secolo che racconterà la biografia di Donna Gracia, un’ebrea “marrana” interpretata da Isabelle Huppert, e la preparazione di due importanti mostre retrospettive sulla sua produzione cinematografica: una al Museo Reyna Sophia di Madrid ed una al Palazzo Reale, a Milano.

 

Pubblicato su L’Uomo Vogue, Settembre 2013

Photo Credit: Lea Golda Holterman

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