Energy from the sea

Trasformare i mari in serbatoi senza fondo dei biocarburanti di domani per affrancarci, in un futuro non lontano, dalla dipendenza del petrolio: è la promessa di “Seaweed energy solutions”, un consorzio norvegese che dal 2008 sperimenta la coltivazione di alghe per la produzione degli attesi biocarburanti di “terza generazione”.“ Le alghe crescono più velocemente di ogni specie vegetale, fino ad un metro al giorno, senza consumare acqua fresca e fare uso di pesticidi”, spiega Paal Bakken, portavoce del consorzio. Oltre a fornire una soluzione al dilemma etico di evitare di mettere cibo nel serbatoio, che da sempre rende invisi i biocarburanti tradizionali, ricavati da mais, soja ed altre colture commestibili, alle associazioni umanitarie ed ambientaliste, l’ “agricoltura oceanica” presenterebbe innumerevoli altri vantaggi per l’ambiente: secondo il biofisico Ole G. Mouritsen, autore del libro “Seaweeds: Edible, Available and Sustainable”, contribuirebbe a sequestrare CO2 dall’atmosfera, a contrastare l’acidificazione degli oceani, ad ossigenare le acque, favorendo la pescosità dei mari limitrofi, ed a filtrarle, liberandole da numerose sostanze inquinanti. Ma può essere considerata una strada percorribile anche su larga scala? Se alcuni esperti puntano l’indice sugli alti costi di produzione, considerati da alcuni analisti oggi 5 volte superiori a quanto dovrebbero essere, all’azienda americana Bio Architecture Lab non sono d’accordo: “Il valore delle alghe non si limita a quello del carburante che se ne può estrarre: da esse si ricavano anche importanti ingredienti per le industrie alimentari e cosmetiche. Perché diventi un’alternativa concreta ai biocarburanti attualmente in commercio, tuttavia, sarà necessario poter disporre di milioni di tonnellate di alghe, una fase operativa che contiamo di raggiungere entro il 2020”. Quel che è certo è che nel frattempo il valore commerciale delle alghe cresce velocemente: divenute ingredienti di culto per chef di grido come René Redzepi del Noma di Copenhagen, il prezzo di certe varietà commestibili – osserva il Telegraph –  ha sorpreso gli analisti lievitando notevolmente in breve tempo, al punto che il 2012 ha visto nascere, per la prima volta nel Regno Unito, aziende dedite alla loro raccolta e commercializzazione. Il mercato si prepara insomma a sfruttare il nuovo “oro verde”, per una volta, parrebbe, davvero sostenibile ed eticamente corretto. Ma solo a patto di lasciarlo nel suo ambiente naturale: c’è infatti già chi, per tagliare i costi di raccolta, indica nella scorciatoia fornita dall’acquacoltura delle alghe su terra, effettuata in apposite piscine di 5-15 cm di profondità, la strada da percorrere per affrancare gli Stati Uniti dalla dipendenza da petrolio. Secondo le stime dei ricercatori del “U.S. Department of Energy”, in un solo mese si potrebbe così produrre il biocarburante necessario agli USA per un intero anno, ma ad un costo ambientale altissimo in termini di risorse di acqua, stimato in circa un quarto del totale attualmente impiegato per il settore agricolo, cifre che hanno fatto immediatamente gridare all’allarme gli ambientalisti. Meglio dunque puntare sul biocarburante che sa di salsedine, studiando nuove vie per abbatterne i costi di produzione. A suscitare molte speranze, a tal riguardo, il recente annuncio di un’equipe di Berkeley che ha isolato uno speciale batterio capace di trasformare le alghe marine in etanolo: una scoperta giudicata sensazionale, pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature, che spiana la strada alla produzione su scala commerciale del carburante sostenibile venuto dal mare. Sempre che le compagnie petrolifere, capita l’antifona, non si affrettino ad acquistarne il brevetto.

Pubblicato su Vogue Italia, Novembre  2013

 

Tidal energy

Rispetto all’energia eolica, presenta il grande vantaggio di essere interamente prevedibile, e di non impattare il paesaggio. La “Tidal energy”, ovvero l’energia ricavata dai flussi delle maree per mezzo di apposite turbine posizionate sott’acqua, suscita sempre maggiore interesse: a New York, trenta di esse saranno istallate nell’East River entro il 2015, per una capacità di 1.05MW. Niente rispetto all’ambizioso progetto che, a partire dallo stesso anno, prenderà avvio a Swansea city, nel regno Unito: dalle maree si ricaveranno oltre 400GWh all’anno, sufficienti a rifornire di energia tutte le 100,000 abitazioni di Swansea per oltre 100 anni. A suscitare particolare entusiasmo è stata l’introduzione sul mercato di una nuova generazione di turbine, come “Sea Spider”, che lasciano a terra la centralina responsabile della trasformazione dell’energia meccanica in energia elettrica, risolvendo così alla radice quello che, finora, era considerato il principale neo e, impedimento allo sviluppo, di questa tecnologia: l’alto costo delle riparazioni dei circuiti elettrici sott’acqua.

Courtesy of Ole G. Mouritsen , author of “Seaweeds: Edible, Available & Sustainable” (University of Chicago)

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