Youssou N’Dour

 

La rivista musicale britannica Folk Roots non ha esitato a incoronarlo “artista africano del secolo”, mentre il New York Times ha definito la sua voce dal pathos inconfondibile e da un timbro incredibilmente caldo “un’arma sottile impiegata con autorità profetica”. A riportare alla ribalta dei media internazionali negli ultimi mesi il musicista e compositore senegalese Youssou N’dour non è stata tuttavia la pubblicazione di un nuovo album o l’annuncio di una nuova tournée internazionale, bensí la decisione di candidarsi niente meno che alla presidenza del proprio paese Una grande sorpresa per i suoi concittadini ed i suoi fan, perché per anni N’dour, pur essendo un artista « politico », impegnato da sempre in innumerevoli battaglie sociali, aveva sempre dichiarato di non voler sfruttare la propria popolarità per scendere nell’agone politico » « Ho .deciso di rimangiarmi quanto vado dicendo da anni non appena mi è giunta la notizia che il presidente Wade intendeva correre per la terza volta consecutiva alla presidenza, nonostante questo sia esplicitamente proibito dalla nostra costituzione, che stabilisce un massimo di due mandati. Un tale atteggiamento così poco velatamente dittatoriale mi ha convinto del fatto che la nostra democrazia stesse correndo un grave pericolo, e che fosse giunto per me il momento di scendere in campo ». Un sogno, quello di diventare presidente, che N’dour coltiverà solo poche settimane, perché la corte costituzionale del Senegal lo scorso Gennaio ha dichiarato nulla la sua candidatura, per la mancanza, questa la motivazione ufficiale, delle 10000 firme necessarie. Per N’dour è l’inizio di una rocambolesca campagna elettorale a favore dello sfidante Macky Sall, non scevra da tumulti e violenze (a seguito di una grande manifestazione a Dakar, lo scorso 21 Febbraio, viene addirittura ferito da colpi di arma da fuoco ad una gamba), che si conclude con la sconfitta del presidente uscente e la nomina del musicista senegalese a Ministro della Cultura e del Turismo. « C’è tanto, tanto da fare, ha commentato a caldo dopo la sua investitura. « In veste di politico, ciò che oggi più mi preoccupa è la dipendenza di molti settori dell’economia del Senegal, e dell’economia africana nel suo complesso, dall’estero. In particolare il fatto che le risorse africane non siano gestite dagli africani bensì da compagnie straniere. Pur vivendo in terre colme di ricchezze, il ritorno economico per i nostri cittadini è pressoché nullo. È arrivato il momento di agire». E poi riguardo al suo ruolo di ministro della cultura. «Il mio modello sarà l’ex-presidente Brasiliano Lula. Come me è un uomo venuto dal popolo, che non può vantare grandi onorificenze universitarie, che ammiro per quanto è riuscito a fare nel settore dell’educazione. Solo democratizzandola un paese in via di sviluppo come il nostro può sperare di uscire dall’arretratezza in cui versa. L’educazione del popolo è la migliore linfa per la democrazia ed il migliore combustibile per il motore dello sviluppo. Il Brasile lo sta dimostrando al mondo.». « Scoperto » da Peter Gabriel, che nel 1988 si innamora del suo album « immigrés » ed insiste per averlo tra i suoi musicisti, a rendere celebre nel mondo il « leone di Dakar », come lo hanno ribattezzato i suoi fan, fu soprattutto l’indimenticabile duetto con Neneh Cherry “7 seconds”, la sua hit più conosciuta di sempre, con la quale nel 1994 arrivò al vertice delle classifiche americane vendendo oltre un milione di copie. Con l’album “The guide”, a cui “7 seconds” fece da traino, si aggiudicò due candidature ai Grammy Awards, le prime di una lunga serie di riconoscimenti internazionali. Nel 2007 “Rokku mi rokka” fu inserito da Rolling Stone tra i cinquanta migliori album dell’anno. Figlio di madre “griots”, tradizionale casta di cantastorie, la sua carriera musicale inizia in realtà molti anni prima di quel fortunato single, già a dodici anni, quando si esibisce nel quartiere di Medina di Dakar, la sua città natale; a sedici anni il suo singolo “M’ba” è già trasmesso dalle radio del paese. N’Dour assorbe presto l’atmosfera multiculturale della capitale senegalese, dove forte da sempre è la presenza europea (durante gli anni del colonialismo il Senegal fungeva da avamposto francese per amministrare tutte le colonie in Africa Occidentale, ndr), e si appropria di un genere musicale ibrido che di lì a poco farà conoscere al mondo: il Mbalax, una musica tradizionale africana dal ritmo ipnotico e incessante, battuto dai “tamburi parlanti” usati in Senegal per comunicare da villaggio a villaggio, che N’Dour occidentalizza arricchendolo di sonorità prese in prestito da rock, pop, musica latina e reggae. La sua musica non può tuttavia essere veramente capita se se ne trascurano la finalità ultime: veicolare messaggi di pace e fratellanza ed essere strumento di cambiamento sociale, obiettivo che N’dour ha perseguito coerentemente fin dall’inizio della sua carriera facendosi paladino di innumerevoli battaglie civili: nel 1985 organizza a Dakar un grande concerto per la liberazione di Mandela, il primo di una lunga serie di manifestazioni musicali con le quali raccoglie fondi a favore di Amnesty International e della Fao (di cui è stato Goodwill Ambassador) e per finanziare la lotta alla malaria e al paludismo, il diritto all’istruzione per i bambini africani e lo sviluppo sostenibile. Nel 2007, insieme ad altri artisti impegnati nel sociale, registra “Make some noise”, una ripresa del celebre album “Imagine” di John Lennon, concepito per richiamare l’attenzione internazionale sulla tragedia del Darfur. Il 2008 è la volta della creazione della sua società di microcredito, Birima, ispirata al modello del premio Nobel per l’economia Muhammad Yunus. «Il ruolo dell’artista è prima di tutto quello di diffondere un nuovo verbo nel mondo, e nel mio caso specifico si tratta di fare buona musica», dichiara. «Ma quando si incomincia ad acquistare notorietà si può anche usare il proprio nome per supportare giuste cause. La musica», continua, «è uno strumento molto potente, un linguaggio che va direttamente al cuore, che può cambiare le cose più di tanti discorsi».

 

Pubblicato su L’Uomo Vogue, Giugno-Luglio 2012

 

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