Interview with Christoph Waltz

Se non fosse per quegli blu profondo, magnetici, interrogativi, sarebbe difficile riconoscere nel volto di quest’uomo abbronzato, che si nasconde dietro una barba lunga e ben curata, i tratti dello spietato Colonnello Hans Landa, il ruolo che ha interpretato nel film “Inglorious Bastards” di Quentin Tarantino che lo ha portato, due anni fa, alla ribalta internazionale. Un’interpretazione magistrale e straordinariamente convincente che è valsa al cinquantacinquenne attore austriaco, figlio di due attori di teatro, il premio per la migliore interpretazione maschile al festival di Cannes 2009, il Golden Globe per “best supporting actor” e il BAFTA Best Supporting Actor award e che spinse Tarantino, solitamente avaro di complimenti, a dire di lui: “Ho sempre saputo che il Colonnello Landa era uno dei ruoli migliori che avessi mai creato, ma per anni ho temuto che non avrei mai incontrato un attore capace di interpretarlo. Christoph mi ha smentito, riuscendo ad incarnarlo alla perfezione. Senza di lui non avrei mai potuto realizzare Inglorious bastards”. Un ruolo a cui Christoph waltz deve il grande balzo a star planetaria, e da cui tuttavia oggi si sente chiaramente perseguitato: basta infatti solo menzionarlo per scatenare in lui un inatteso moto di insofferenza. «E’ un ruolo che ho interpretato ben due anni fa. E a dire il vero, non penso di aver dato in quell’occasione prova di niente di diverso da quello che ho fatto nel corso della mia carriera», esordisce secco. «L’unica differenza è che il regista questa volta era Quentin Tarantino». Sono in effetti oltre 100 i ruoli che  ha interpretato nel corso di una carriera più che trentennale, divisa principalmente tra  teatro e film per la TV,  con rare incursioni nel cinema,  alcuni dei quali gli sono valsi importanti riconoscimenti della critica, come il prestigioso Adolf Grimme Preis, di cui è stato insignito ben due volte: nel 2000 per il film “Der Tanz mit dem Teufel” del regista Peter Keglevic e nel 2004  per la commedia noir “Dienstreise – Was für eine Nacht”, del regista Stephan Wagner.  «Cercare un filo logico che leghi talento e successo», prosegue, «è come cercare un ago in un pagliaio. Il mondo dello spettacolo è un sistema fluido, dinamico, dove molte persone agiscono in concerto per spianarti la strada verso il tappeto rosso, più o meno consapevolmente. Ci vuole insomma una costellazione felice attorno a te perché la tua stella brilli: la performance del singolo conta, ma non tanto come si crede». Certo è che quel ruolo gli ha cambiato la vita. «E’ stato come uno tsunami. “Niente sarà più come prima”, mi sussurrò all’orecchio la produttrice del film il giorno della premiazione a Cannes, mentre la platea in delirio ci riservava una standing ovation. Aveva ragione. Pensi di aver costruito un insieme di sicurezze nel corso della tua esistenza, e poi paf! Ti trovi travolto da un’onda gigantesca che in un attimo s’inghiotte ogni tua certezza. E dell’edificio del tuo essere, che per anni credevi solido e indistruttibile, non restano che pochi ruderi. Ma alla mia età si sono già vissute più vite, e ricominciarne un’altra non è poi così difficile».

“La differenza è che oggi posso scegliere con chi lavorare», prosegue. «Ho finalmente accesso a produzioni con ottimi budget, dove ogni aspetto del film-making – dai costumi alle luci, dalla fotografia  al sound engineering – è garantito ai più alti  livelli. Di colpo mi sento sono molto più vicino a realizzare i miei obiettivi.” Tra di essi figura cimentarsi alla regia di una pellicola cinematografica di cui ha scritto il copione. Del film sulla stampa in lingua tedesca si vocifera da almeno un paio di anni: sarà basato sul romanzo “Auf und Davon” di Meike Winnemuth e Peter Praschl, e narrerà la storia di una presentatrice di uno show il cui premio finale è un appuntamento amoroso, e che per ironia della sorte finisce per innamorarsi di un concorrente. «A questo progetto personale tengo molto, ma ho deciso di tenerlo in stand-by. Per il momento può aspettare: non posso certo correre il rischio che si frapponga alla realizzazione di un nuovo progetto con Tarantino!». Una decisione che si è rivelata saggia, perché pochi mesi fa il regista di Pulp Fiction lo ha scritturato per uno dei ruoli principali della sua nuova fatica cinematografica, che si intitolerà “Django Unchained (“Django Scatenato”)” e le cui riprese inizieranno a Novembre.  «Sarà uno spaghetti western ispirato ad un vecchio film di Sergio Corbucci: “Django”, del 1966, con Franco Nero. Interpreterò il ruolo di un simpatico cacciatore di taglie, che aiuterà il protagonista del film (James Foxx, ndr) a salvare la sua amata dalle grinfie di un crudele Leonardo di Caprio. A questo giro il ruolo di cattivo non è toccato a me, deo gratias!», si rallegra, con chiaro riferimento agli innumerevoli personaggi dal carattere ambiguo, sadico e psicopatico, spesso ben celato dietro un’impeccabile maschera borghese, che gli è stato chiesto di interpretare nel corso della carriera, incluse entrambe le pellicole girate a Hollywood lo scorso anno, ovvero “The Green Hormet” di Michel Gondry e “Come l’acqua per gli elefanti” di Franci Lawrence. L’industria cinematografica, spiega, non vuole mai correre grandi rischi. E se in un ruolo hai brillato una volta, in quello rischi di rimanere imprigionato per tutta la tua carriera. «Le strategie di mercato di Hollywood sono troppo spesso simili a quelle di certe marche di whisky di largo consumo”, ironizza, “che ti propinano un prodotto mediocre, né buono né cattivo, ma sempre uguale a se stesso, incapace di regalare vere sorprese. L’importante è che venda.» Un altro rischio sempre in agguato per un attore di cui pare essere ben conscio, tuttavia,  è quello di essere identificato per sempre come la musa di un solo grande regista. Lo si deduce dall’impazienza con cui decide di abbandonare il discorso su Tarantino per parlare del suo ultimo progetto: “Carnage” di Roman Polanski, che lo vedrà  protagonista insieme a Kate Winslet, Jodie Foster e John C.Reilly, e che avrà l’onore di inaugurare la Mostra del cinema di Venezia. Tratto da una pièce teatrale della drammaturga francese Yasmina Reza, “Il dio della carneficina”, il film è stato girato in studio rispettando l’ordine cronologico delle scene, con un cast di soli quattro attori, quasi a voler creare l’illusione di trovarsi a teatro. Nel parlare del grande cineasta franco-polacco, i suoi occhi prendono improvvisamente a brillare di ammirazione:  «Io e Polanski siamo fatti della stessa pasta», rivela. «Entrambi siamo immancabilmente cortesi: non necessariamente amichevoli, ma sempre cortesi. Entrambi siamo dotati di ironia: un’ironia venata di cinismo, che non perdona. Ma soprattutto siamo entrambi pedanti, perfezionisti, oserei dire pedissequi: puntiamo tutto sul rigore e sulla precisione. In tutti questi punti esistono forti parallelismi tra Polanski e Tarantino.» Non tutti gli attori, ci tiene a precisare, potrebbero sopportare il rigore maniacale che i due  sono soliti imporre ai loro collaboratori. «Per molti registi e colleghi, la creatività nasce dalla completa libertà d’espressione. Io, Polanski e Tarantino apparteniamo a tutt’altra scuola di pensiero: per noi l’arte e’ il punto d’approdo del lavoro, e non il suo punto di partenza». 

Text by Michele Fossi

Photo by Markus Jans

Published in L’uomo Vogue, September 2011

 

 

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