Protecting the forests? A focus on REDD

REDD, acronimo di “Reduced emissions from deforestation and forest degradation”, è uno degli argomenti più controversi nel dibattito sul cambiamento climatico. Un’iniziativa di cruciale importanza, non scevra tuttavia di ambiguità e forti rischi di derive speculative.

“Le foreste costituiscono un immenso apparato mitigante capace di stoccare 5 nuove Gigatonnellate di carbonio all’anno. Una macchina che è già in funzione, e sta facendo il lavoro per noi. E cosa stiamo facendo? Le stiamo bruciando. Non mi pare molto intelligente”. Difficile non concordare con Pavan Sukhdev dell’UNEP – il Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite – sul fatto che la distruzione delle foreste sia una pratica suicidaria che l’umanità porta avanti con lucida follia. Sotto il profilo del cambiamento climatico,  la deforestazione rappresenta oggi in assoluto il secondo settore economico più responsabile di emissioni di gas-serra, dopo quello energetico, e a sorpresa più di quello dei trasporti, pari ad un quinto delle emissioni dell’intero del pianeta. L’importanza cruciale della lotta alla deforestazione come strumento per contrastare il global warming non è nuova ai climatologi. Essa fu già ampiamente discussa durante le negoziazioni del protocollo di Kyoto, nel 1997, senza che si arrivasse ad alcun accordo tra le parti. Occorre attendere la conferenza di Bali sul clima del 2007 per vedere la nascita del “REDD”, il primo programma internazionale nato con lo scopo di creare un sistema di finanziamenti di varia natura a favore della protezione delle foreste. Il concetto alla sua base è molto semplice: i governi, le compagnie ed i proprietari di terreno forestale nel Sud del mondo dovrebbero essere ripagati in moneta sonante per preservare quelle foreste, il cui abbattimento, dato il trend attuale, è dato per inevitabile. in proporzione alle tonnellate di CO2 che esse contribuiscono a sequestrare. Dopo un inizio in sordina, l’aumento dei fondi a favore delle politiche climatiche deciso durante la 15ma Conferenza sul Clima, svoltasi a Copenhagen nel dicembre 2009, ha impartito un’improvvisa accelerazione ai progetti REDD nel mondo. In quell’occasione fu creato un “partenariato REDD ad interim” guidato da Norvegia e Francia, incaricato di incanalare parte dei 4,5 miliardi di dollari stanziati dalla comunità internazionale a favore del clima in progetti REDD nel mondo. Negli ultimi cinque anni oltre 40 progetti-pilota REDD sono stati lanciati con successo in una quindicina di paesi come l’Indonesia, la Tanzania, il Congo, la Bolivia. Tra il 2011 ed il 2015 – con il supporto della Banca Mondiale e l’UN-REDD – il numero dei paesi interessati da progetti  REDD dovrebbe passare a 40.

La questione più scottante – non risolta né alla Conferenza sul Clima di Copenhagen (2009)  né a quella di Cancún (2010) dell’anno scorso, e rimandata così a quella di Durban questo Novembre –  riguarda con quali fondi tali progetti dovrebbero essere finanziati in futuro. A polarizzare gli animi è soprattutto la proposta avanzata da più parti, in primis dalla Banca Mondiale, di reperire i fondi per REDD non solo nei contributi governativi, come il “Norwegian government’s International Forests and Climate Initiative”, ma direttamente nel mercato, che potrebbe venir coinvolto nella protezione delle foreste mediante l’istituzione di un sistema di “crediti di carbonio forestali”, non dissimili da quelli già scambiati oggi in seno al “mercato europeo dei crediti di carbonio” (“EU Emission Trading Scheme”). In altre parole, un’industria occidentale interessata a contenere il proprio bilancio di emissioni di CO2, in futuro potrà farlo “virtualmente” acquistando dei “crediti di carbonio per evitata deforestazione” da un paese che ha messo sotto protezione nuovi ettari delle proprie foreste, senza dover necessariamente ridurre le proprie emissioni . Una novità non da poco: a detta dei suoi più strenui fautori, un mercato globale che riconoscesse il valore del carbonio stoccato nelle foreste potrebbe generare un imponente flusso di denaro (stimato in 30 miliardi di dollari all’anno) dai paesi ricchi a quelli più poveri, col quale si potrebbero finanziare progetti di conservazione delle foreste e della biodiversità impensabili fino ad oggi. Secondo i climatologi Brent Sohngen and Robert H. Beach, con un prezzo internazionale del carbonio pari o superiore a 27,25 $/tonnellata

  si potrebbe addirittura sperare di arrestare virtualmente la deforestazione nel mondo, pagando in sostanza chi oggi deforesta per non farlo più. Negli 8 paesi che oggi contribuiscono al 70% delle emissioni globali dovute al cambiamento d’uso del terreno – si legge nel loro report – in un ipotetico mercato dei crediti di carbonio forestali un solo ettaro di foresta verrebbe a valere ben 25 000 $. Se quell’ettaro di foresta fosse trasformato in pascolo, renderebbe invece solo 2$ all’anno; e poco più di 1000$ se convertito a coltivazione intensiva di soia o palma da olio, più i ricavi – una tantum – per la vendita del legname, compresi tra 236 $ e 1035 $. Non per ultimo, contribuirebbe ad abbattere i costi di adeguamento ai nuovi standard ambientali per il business nei paesi in via di sviluppo.  Secondo il pluricitato “Rapporto Stern”, del 2006, contrastare la deforestazione costituisce, a parità di risultati, il metodo più conveniente in termini economici in nostro possesso per ridurre le emissioni globali. 

Anche se per il momento le modalità di finanziamento dei progetti REDD rimangono un’incognita, sussistono buoni motivi per credere il denaro proverrà proprio dal mercato dei crediti di carbonio. Lo fa supporre, ad esempio, il grande interesse che per REDD ha dimostrato, fin dall’inizio, la Banca Mondiale, nota per la sua politica a favore del mercato del carbonio, che nel 2007 ha fondato la Forest Carbon Partnership Facility (FCPF), con lo scopo dichiarato di favorire l’istituzione di nuovi mercati per il commercio del carbonio stoccato nelle foreste. In un comunicato stampa dell’11 Dicembre di quell’anno si può leggere: “Lo scopo ultimo di questa facility sarà favorire la nascita di un mercato dei crediti di carbonio forestali che renderà la protezione delle foreste economicamente conveniente”. Secondo Andrew Steer – portavoce della Banca Mondiale per il cambiamento climatico – il fiume di miliardi di dollari dei forest carbon-offsets comincerà a scorrere già nel 2015. Anche l’Unione Europea, dal canto suo, ha annunciato che entro il 2013  intende creare un meccanismo mondiale del carbonio forestale (“Global Forest Carbon Mechanism”, GFCM) e, in una prospettiva di lungo termine, inserire i crediti provenienti dalle attività forestali nell’ EU-Emissions Trading Scheme).

“È ancora presto per dire se tale mercato porterà realmente dei benefici alle comunità locali”, spiega Charles Palmer, co-autore del libro “Avoided Deforestation”. In mezzo ad alcuni dubbi, lo studioso di politiche forestali britannico rimane comunque dell’avviso che il coinvolgimento del mercato nei finanziamento dei progetti REDD sia una grande opportunità che non ci possiamo concedere il lusso di accantonare. “In paesi come l’Indonesia e il Brasile, afflitti da una corruzione dilagante, non si può sperare di contrastare la deforestazione in tempi sufficientemente brevi per far fronte alle esigenze che ci impone il cambiamento climatico senza un reale incentivo economico che renda la preservazione delle foreste più conveniente del loro abbattimento. E che piaccia o meno, non si può sperare di reperire i fondi necessari a riscattare le foreste del pianeta senza coinvolgere il grande business. Soprattutto in tempi di crisi, i fondi che i governi del mondo potrebbero stanziare sarebbero di gran lunga inferiori alle necessità. Il tempo stringe.” Di diverso avviso il giornalista ambientale Chris Lang, creatore del sito “redd-monitor.org” – una vasta piattaforma online molto utile per informarsi sul dibattito attualmente in corso sui progetti REDD –, per il quale il commercio del carbonio forestale rischierebbe di originare fin da subito un lucroso mercato di derivati finanziari, col rischio di nuove, pericolose bolle. “Esistono derivati già sufficientemente complessi nel mercato del carbonio”, denuncia Lang. “Aggiungere quelli legati ai carbon credits forestali – per definizione di difficile misurabilità – avrebbe effetti disastrosi”. È indicativo notare come tra i più strenui oppositori all’eventualità di istituire un mercato internazionale di crediti di carbonio forestali – che sorgerebbe ufficialmente per salvare le foreste  – figurino proprio quelle organizzazioni ambientalistiche che più hanno fatto della lotta alla deforestazione il proprio baluardo, come “Friends of the Earth”, “Greenpeace”, “Indigenous Environmental Network”,  “World Rainforest Movement” , “Rainforest Action Network”, Global Witness, e “The Rainforest Foundation”, solo per citarne alcune. Secondo queste organizzazioni, inondare il mercato del carbonio  un’enorme quantità di crediti forestali fornirebbe al Nord del mondo un ottimo escamotage per continuare il “business as usual”, e non intraprendere un serio programma di riduzione delle emissioni. “Sarebbe un’enorme scappatoia che consentirebbe ai grandi inquinatori del mondo di farla franca con poco e che minerebbe alla base la speranza di istituire un efficace protocollo post-Kyoto, nel 2012”, dichiara Joseph Zacune of Friends of the Earth in un’intervista al The Guardian del November 2008. Sul sito di Greenpeace si possono leggere invece gli estratti di uno studio, portato avanti da un gruppo di economisti della Nuova Zelanda chiamato KEA3, che denuncia: “Includere i crediti forestali nel mercato del carbonio porterebbe ad un rovinoso crollo del prezzo dei crediti fino al 75% del loro valore attuale, col risultato di sabotare gli sforzi internazionali di affrontare il cambiamento climatico”. Il risultato, si teme,  sarebbe infatti una forte riduzione degli investimenti nel settore delle tecnologie pulite, a cui si preferirebbe una più economica compensazione con i crediti per mancata deforestazione. Ancora più accusatori sono i toni del manifesto che l’associazione “Via Campesina”

ha pubblicato sul proprio sito lo scorso 17 Settembre. Col titolo “ Il nostro carbonio non è in vendita”, l’associazione – nota finora per il suo impegno nella denuncia del “Land Grabbing” – si scaglia aspramente contro quello che non esita a definire “una nuova forma di colonialismo: il “colonialismo del carbonio”. “Temiamo la più grande corsa alla terra di tutti i tempi”, dichiara un suo portavoce. “Vedremo arrivare nuovi land-grabbers interessati a trafficare crediti di carbonio. Temiamo che con l’arrivo dei progetti REDD le popolazioni indigene verranno private del loro diritto all’uso comunitario delle foreste, mediante la creazione di “Green Fortresses”, fortezze verdi recintate, come già ne sono state create in Congo ed in Indonesia.” Per Via Campesina, un eventuale mercato dei forest credits finirebbe inevitabilmente nelle mani di una nuova figura di speculatori, i “carbon cowboys”: persone con poca o nessuna conoscenza delle tecniche di protezione forestale, il cui lavoro consisterebbe nell’assicurarsi il controllo di estensioni sempre più grandi di foresta ai danni delle comunità locali, a cui, con contratti iniqui, si riserverebbero solo le briciole del “forest carbon business”.

Un misto inestricabile di speranze e timori accompagna dunque l’attesa per quanto verrà deciso alla 17ma Conferenza sul Clima, che aprirà i battenti a Durban in Sudafrica il 28 Novembre. Di sicuro non mancheranno gli argomenti di cui discutere. Quali criteri, ad esempio, è più giusto adottare per misurare il contenuto di carbonio stoccato nelle foreste, per potergli assegnare un valore in dollari? E soprattutto, a chi dovrebbero andare i soldi raccolti dallo scambio dei crediti del carbonio conservato nelle foreste? Ai governi locali? Alle comunità locali che vivono nelle vicinanze della foresta? Alle compagnie di disboscamento? E come garantire la trasparenza assoluta delle operazioni? Dei buoni accordi potrebbero beneficiare il clima, la biodiversità e le comunità locali. Dei cattivi accordi potrebbero ridurlo ad una mera scappatoia che i paesi ricchi potrebbero utilizzare per venire meno all’obbligo di ridurre efficacemente le proprie emissioni. E favorire il dilagare della corruzione nei paesi in via di sviluppo, più di quanto non avvenga già oggi. Alla stregua del petrolio, l’oro, i diamanti ed altre riserve minerarie, che nel passato hanno contribuito all’instaurarsi di governi corrotti e sanguinari – anche il carbonio stoccato nelle foreste, se fosse improvvisamente mercificato, potrebbe infatti rivelarsi un’ennesima “maledizione delle risorse” per il Sud del mondo.

Pubblicato su SLOWFOOD 52, 2011

Photo credit: Michele Fossi

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