Un nuovo oro nero, ma ecologico: il Biochar

Il “Biochar” è un carbone speciale, vegetale, ottenuto mediante una combustione lenta, detta “pirolisi”, in assenza di ossigeno, già noto come fertilizzante agli Indios dell’Amazzonia secoli or sono. Già ribattezzato “il nuovo oro nero”, al carbone vegetale degli Indios si guarda ormai come ad una panacea di gran parte dei mali del pianeta. Gli si attribuiscono infatti potenzialità straordinarie: distribuito nei campi, consente di aumentarne la resa, la microfauna ed il livello di idratazione, contrastando così la drammatica avanzata dei deserti e scongiurando in futuro conflitti armati per l’accaparramento di terre coltivabili. Ma è ad esso, in particolar modo, che molti ambientalisti guardano come soluzione grassroots per sequestrare anidride carbonica dall’atmosfera e riportarne il livello sotto i 350 ppm. Questo grazie alla diffusione massiccia di stufe rudimentali, le LuciaStove, che hanno la peculiarità di produrre biochar da residui agricoli sequestrando, e non emettendo come le stufe tradizionali, CO2 dall’atmosfera. Una rivoluzione sotto il profilo ambientale, ma anche sociale, se si pensa che gli abitanti delle megalopoli del terzo mondo spendono oggi tra il 40 e il 60% dei loro introiti per acquistare il carbone per cucinare. Reperire legna da ardere del resto, in paesi ormai pressoché spogliati delle loro foreste (Haiti, per dare un’idea, è deforestata al 98%, la Sierra Leone al 95%, mentre il Burkina Faso addirittura al 99%), è divenuto un compito estremamente arduo. Basterà una stufa rudimentale dal costo di 20$ a catalizzare, come sostiene il suo inventore, una nuova rivoluzione verde, tutta biologica questa volta, salvandoci al contempo dall’impasse climatica?

 

Emerso un paio di anni fa come un raggio di luce a rischiarare il cupo futuro del pianeta, il biochar è ormai uno degli argomenti più in voga tra gli ambientalisti, uguagliando, nelle ricerche di google, addirittura i biocarburanti. Si tratta di un carbone speciale, vegetale, ottenuto mediante una combustione lenta, detta “pirolisi”, in assenza di ossigeno, già noto come fertilizzante agli Indios dell’Amazonia secoli or sono. Già ribattezzato “il nuovo oro nero”, al carbone vegetale degli Indios si guarda ormai come ad una panacea di gran parte dei mali del pianeta. Gli si attribuiscono infatti potenzialità straordinarie: distribuito nei campi, consente di aumentarne la resa, la microfauna ed il livello di idratazione, contrastando così la drammatica avanzata dei deserti e scongiurando in futuro il rischio di conflitti armati per l’accaparramento di terre coltivabili. Ma è ad esso, in particolar modo, che molti ambientalisti guardano come soluzione grassroots per sequestrare anidride carbonica dall’atmosfera e riportarne il livello sotto i 350 ppm. Esiste un modo con cui “salvarci”: l’impiego diffuso del carbone vegetale”, ha profetizzato già nel 2009 sulla rivista “New Scientist” J.Lovelock, il novantunenne guru degli ambientalisti, autore de “l’ipotesi Gaia”. “Gli agricoltori dovrebbero trasformare i loro residui che contengono il Carbonio sequestrato dalle piante dall’atmosfera in carbone vegetale non più degradabile, per poi utilizzarlo nei campi. A quel punto potremo spostare grandi quantità di CO2 dall’atmosfera al suolo, riducendone via via la concentrazione”. Intrappolata stabilmente nel Biochar, l’anidride carbonica, a differenza di quanto avviene col compost, rimane infatti nella terra per secoli e millenni, fertilizzandola. Ciò che più è sorprendente, è che per produrre il “nuovo oro nero” bastano oggi i cinque pezzi di metallo, per un totale di 20$, che compongono la Lucia Stove: una stufa rudimentale – così battezzata in onore di una cagnolina a cui il suo inventore, Nat Mulcahy, sostiene di dovere la vita – che, a dispetto del prezzo, ha un’efficienza di combustione del 93%; si alimenta con sterpaglie e scarti agricoli, purché asciutti; sequestra più CO2 di quanta ne rilasci, producendo come unici scarti biochar e gas innocui per la salute. Una rivoluzione ecologica ed umanitaria, se si pensa che due miliardi e mezzo di persone, un po’ meno della metà degli abitanti del pianeta, cucinano ogni giorno su fumose stufe tradizionali alimentate a legna o carbone, le cui esalazioni causano ogni anno 1,6 milioni di vittime, in massima parte donne e bambini. Una tragedia silenziosa che ha spinto, lo scorso autunno, Hillary Clinton ad annunciare che la fondazione Clinton stanzierà oltre 53 milioni di dollari per favorire la diffusione di 100 milioni di stufe ecologiche da distribuire nei paesi in via di sviluppo. Col motto “Ridurre le emissioni del pianeta cucinando”, da poche settimane donare una LuciaStove è un nuovo, affidabile protocollo di carbon offset (www.measurableoffsets.com) riconosciuto internazionalmente. Non dovremo dunque stupirci se, in un futuro non molto lontano, durante l’acquisto di un volo on-line alla voce “Compensazione delle emissioni di CO2” ci verrà chiesto… se vogliamo regalare una stufa.

Pubblicato su Vogue Italia, Maggio 2010

Photo credit:

Le foto dall’artista e attivista J Henry Fair, raccolte nel libro “The day after tomorrow”, sembrano quadri astratti o citazioni della psichedelia anni 70. In realtà, sono scatti aerei che raccontano gli esiti devastanti del consumismo sfrenato sul pianeta. Immagini di catastrofi ambientali, come l’abbattimento della foresta del Kenogami, in Ontario, per estrarre il carbone; i resti tossici di raffinerie di alluminio; le cartiere in Louisiana…

 

 

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