Se Tino Sehgal spoglia il Guggenheim di New York

 

Gli amanti dell’architettura di Frank Lloyd Wright, e in particolare del suo gioiello assoluto, il Guggenheim Museum di New York, hanno adesso un motivo in più per recarsi nella Grande Mela: per la prima volta dai tempi della sua inaugurazione, cinquant’anni fa, la celebre rampa a spirale capovolta è infatti presentata al pubblico priva di opere d’arte. Per essere esatti, priva di opere d’arte nel senso tradizionale del termine, ovvero oggetti inanimati, come quadri, statue e istallazioni. I dipinti di Kandisky, Seurat, Picasso e Chagall, sono stati in parte dislocati negli ambienti adiacenti o prestati ad altri musei per far posto alla mostra personale  dell’artista britannico, ma berlinese d’adozione, Tino Sehgal, visitabile fino al 10 Marzo 2010. “A decidedly unusual exhibit” – “una mostra decisamente insolita”, commenta laconico con Bronxiana sagacia il guardarobiere del museo, da me interpellato, al mio arrivo. Come dargli torto: i lavori del trentaquattrenne Sehgal non si lasciano appendere ad un chiodo o mettere su un piedistallo. Sono infatti opere d’arte immateriali ed effimere, costituite dal movimento e dall’interazione di persone e non da oggetti. Opere ineffabili, di cui egli categoricamente proibisce la documentazione con qualsiasi strumento di registrazione, filmico, fotografico o sonoro, e che tuttavia – come non considerarlo un genio? – è riuscito negli anni non solo ad esporre in fondazioni e musei, ma anche a vendere, nelle gallerie come nelle case d’asta, a facoltosi collezionisti pronti a sborsare svariate decine di migliaia di euro per i suoi evanescenti lavori.  Depositato il cappotto – pagato il tributo d’obbligo alla superba bellezza dell’edificio, oggi apprezzabile come non mai nella nuda essenzialità delle sue ipnotizzanti linee concentriche – getto uno sguardo d’insieme all’opera. Nel foyer, al centro della sala, una coppia si bacia con ardore e voluttà, incurante della presenza dei numerosi astanti. Altrettanto incuranti, diverse persone risalgono lentamente gli avvitamenti del museo conversando amabilmente due a due, o in piccoli gruppetti. Tutto qui? Per innocue che possano sembrare, so bene che occorre stare in guardia con le opere di Sehgal: esse amano infatti beffarsi del suo spettatore. Penso all’imponente mostra personale  (la più grande della sua carriera) allestita dalla Fondazione Trussardi a Milano nella splendida cornice della Villa Reale (2008): qui, mimetizzati tra le guardie e il pubblico, decine di interpreti si divertivano a cogliere lo spettatore di sorpresa, trasformando la visita alla villa in un nuovo teatro dell’assurdo. O a “This is so contemporary” (2005), dove le guardie della mostra, come possedute, stupivano a sorpresa il pubblico con una danza gioiosa e spiazzante. O a “This is new”,  l’opera presentata alla Biennale di Venezia nel 2003, dove ad inscenare la beffa erano addirittura i venditori dei biglietti all’ingresso, istruiti dall’artista perché enunciassero a voce alta davanti ad ogni visitatore il titolo di una notizia pubblicata sul giornale quel giorno. Se il visitatore reagiva, il venditore di biglietti-comparsa palesava l’opera declamando: “tris is new, Tino Sehgal 2003”; se questo non avveniva, l’opera d’arte, con soddisfazione di questo insolito artista, passava completamente inosservata. Un passo di troppo, insomma, e vieni risucchiato come Alice in un corridoio magico, nel quale si precipita vorticosamente senza poter tornare più indietro. Opere che seducono come una pianta tropicale, che attrae l’ingenuo insetto con un fiore dalle labbra carnose e variopinte per poi divorarlo. Il tempo di fare tre passi sulla rampa, e, indulgendo ad un breve momento di voyeurismo,  fermarmi a contemplare il bacio appassionato, che è già è troppo tardi: sono stato fagocitato dall’opera di Sehgal. Da spettatore, ne sono diventato a mia insaputa protagonista.  Sento infatti una vocina che mi chiama alle mie spalle: “Signore, mi chiamo Cindy. Posso farle una domanda?”. Come dire di no ad una bambina dalle lunghe trecce e due occhi vispissimi resi ancor più intelligenti da un paio di occhiali laccati di rosso, in tinta con la gonnellina e le scarpette. “Certo”, rispondo, “di cosa si tratta?” . Comincia così la mia esperienza della nuova opera di Seghal, un lento risalire dei cinque gironi del Guggenheim accompagnato nel mio percorso  da cinque persone di età via via crescente, con le quali discuto della natura del “progresso”, che è anche il titolo dell’opera. Sarà il rassicurante nitore proveniente delle pareti del museo vuoto illuminate dalla luce soffusa proveniente dal lucernario, sarà l’affabilità delle mie interlocutrici, fatto sta che in questa opera d’arte ci si sta proprio bene e ci si presta con un certo divertimento alle sue regole e ai suoi giochi. E, arrivato dopo una mezzoretta in cima alla rampa,  è con un certo dispiacere che constato di non servire più all’Opera, sazia dell’energia umana con cui l’ho nutrita fino a quel momento, quando l’ultima delle mia accompagnatrici, una signora sui settantanni interessata a sviscerare il tema del progresso in chiave Freudiana, si allontana sul più bello di una conversazione, salutandomi con un beffardo movimento di dita. “E ora?”, le grido, con una punta di risentimento, per avermi, anche lei, abbandonato sul più bello. “Faccia quello che le pare”, mi sento rispondere con garbo da dietro la porta, facendomi capire che, ancora una volta, le opere di Sehgal mi avevano sedotto e abbandonato.  Mentre ripercorro a ritroso, fisicamente e mentalmente, i cinque avvitamenti della rampa del museo, un brusio di sottofondo mi ricorda improvvisamente di non essere solo. L’opera, per tutto il tempo che sono stato impegnato nelle mie conversazioni, ha continuato inesorabilmente a fagocitare nuovi esseri umani nel foyer e a risucchiarli su per la rampa, avida delle loro conversazioni e del loro vissuto.  “Il mio lavoro è soprattutto un tentativo di creare opere d’arte che siano prodotte in maniera diversa. Le opere d’arte sono sempre state oggetti e hanno seguito da sempre lo sviluppo tecnologico, dalle pitture delle caverne all’arte su internet. Con la mia opera cerco di rompere questa logica usando mezzi che erano disponibili anche prima di ogni qualsivoglia tipo di tecnologia”, spiega, tra una stretta di mano e l’altra, l’artista, che, con mia sorpresa, trovo seduto su una panchina a pochi passi dall’uscita del museo. Ma c’è di più: Sehgal considera l’arte visuale una sorta di rappresentazione in scala ridotta della nostra società, almeno per quanto riguarda i meccanismi economici che la governano. Entrambe vivono della produzione e circolazione di beni. Persino i suoi tableaux vivants, che pur denunciano e mettono a nudo, proprio con la loro effimericità, le derive della logica di mercato, sottostanno ( e beneficiano!) dei medesimi meccanismi su cui puntano il dito. Oggi si vende tutto, sembra volerci dire l’artista. Anche l’aria nella quale si ritrasformano le sue inafferrabili e irripetibili opere viventi un attimo dopo essere state inscenate, quando scompaiono senza lasciare traccia, se non nella mente di chi ne ha fatto parte.

Pubblicato su Luxury24, Marzo 2010

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