Una notte con gli indios Guaraní di Borraseia, in Brasile (Presidio della palma Juçara)

 

PREZIOSO È IL CUORE PIÙ DI OGNI COSA

Al mio arrivo alla spiaggia di Borasseia, nello Stato di San Paolo, in Brasile, trovo per mia fortuna degli indios Guaraní sul ciglio della strada che conoscono Adolfo, il presidente degli indios di Borasseia nonché referente del Presidio della palma Juçara, a cui avevo promesso una visita nel primo mattino. Questo con mio grande sollievo, perché per colpa di una cifra trascritta erroneamente sul taccuino, non ero riuscito a mettermi in contatto telefonicamente con lui per avvisarlo del mio ritardo di oltre otto ore e per organizzare un nuovo appuntamento. “Adolfo l’aspetta da ore nell’aldeia”, mi spiega un indio in portoghese, “Dovrà raggiungerlo nella foresta a piedi. Non potrà infatti venirla a prendere in auto perché è stato attaccato da un serpente; nel cercare di scansarlo, è caduto malamente lussandosi un’anca”. Problemi della foresta… rifletto tra me e me con una certa inquietudine, immaginando che, vista l’ora tarda, avrei dovuto per forza di cose pernottare con i Guaranì e sperimentare così di persona l’ebbrezza di dormire in un luogo dove aggressivi serpenti, deduco dal racconto dell’indio, si aggirano indisturbati. A quell’ignoto rettile sarò tuttavia eternamente grato per aver reso possibile, se pur involontariamente, il mio ingresso nella foresta al ritmo più appropriato, quello del neghittoso e svogliato passo delle donne Guaranì, incaricate di scortarmi fino alla riserva degli Indios, situata a circa un’ora di cammino, nel cuore della foresta. Un ritmo di marcia straordinariamente lento, quasi irritante in un primo momento per il mio metro Occidentale,  ma al quale presto mi abbandono, perdendomi nella contemplazione delle infinite screziature del verde della fittissima foresta, acceso a tonalità quasi innaturali dalla luce obliqua del sole al tramonto, nel rosso sangue del bastão do imperador, nel vermiglio del beco de papagaio e, soprattutto, nell’ascolto della sua voce primordiale e misteriosa, costituita da esotici cinguettii e dalle urla sovrumane delle scimmie. Nella mia mente riecheggia il proverbio cinese “Cercare di guardare i fiori dal cavallo”. Chi va piano (a piedi) non solo va sano e va lontano, ma soprattutto – ci ricorda la saggezza orientale – ha modo di gettare uno sguardo non superficiale alla realtà che lo circonda. Ci voleva il flemmatico passo delle donne Guaranì per ricordarmelo.

 

Al nostro arrivo all’aldeia del signor Adolfo (il cui vero nome in lingua Guaranì è Verá Mirim Miri), sulla Mata Atlântica è già sceso il buio più profondo.  Egli mi aspetta nella veranda antistante l’entrata dell’abitazione, affiancato da alcune donne, più anziane, inpegnate a scambiarsi una lunga pipa e la cannuccia di un boccale di acqua e erba mate. Un denso fumo scaturisce dalla legna fresca lasciata ardere davanti all’aldeia avvolgendola interamente e proteggendola dall’attacco delle micidiali zanzare che infestano la riserva. Adolfo appare fin dall’inizio chiaramente infastidito, se non offeso, del mio ritardo; l’accoglienza che mi riserva è fredda; non mi chiede, nonostante la lunga camminata e l’ora tarda, se ho fame o sete, aiutato in questo dalle signore sedute in cerchio davanti a lui, che non mi degnano neanche di uno sguardo e si guardano bene dall’includermi nella cerchia di “eletti” tra le cui mani viene fatto passare il bricco fumante dell’erba mate. Prendiamo a conversare della palma Juçara, il motivo della mia visita, ma le mie domande si perdono spesso in un sospettoso silenzio, che mi lascia imbarazzato, e mi costringe, per romperlo, a formularne immediatamente di nuove. Compito arduo visti i morsi della fame lasciatimi addosso dalla lunga camminata, e che ormai davo per scontato mi sarei dovuto tenere fino al mattino. Adolfo ad un certo punto esclama infatti: “Pensavo di farle assaggiare i nostri cuori di palma arrostiti sul fuoco, ma è arrivato così tardi…”. “Perché, avete già cenato?”, rispondo. “Qua nella foresta non abbiamo orologi, mangiamo quando abbiamo fame, e dormiamo quando abbiamo sonno”, ribatte secco e sibillino. Decido, animato forse da un banalissimo istinto di sopravvivenza, di giocare il tutto per tutto per non saltare la cena, cercando di convincerlo che, se non avevo avvertito del mio ritardo, era perché avevo trascritto un numero di telefono sbagliato, che mi affretto ad indicargli sul mio taccuino quale prova inconfutabile della veridicità delle mie parole e delle mie buone maniere. Con mia sorpresa, funziona: qualche parola in lingua Guaraní, e le donne prendono ad arrostire sul fuoco i “palmitos”, i cuori di palma che da lí a poco gusterò nell’abbraccio caldo-umido della foresta.

 

***

A svegliarmi dentro l’aldeia, ai primi barlumi di luce, è l’assordante concerto di cinguettii con cui la foresta, ad ogni alba, celebra la resurrezione del sole. Dopo aver gustato una tippá preparata sul momento, la tradizionale colazione Guaraní costituita da un impasto di farina, e acqua, fritto nell’olio di semi bollente, Adolfo e il suo genero, diciannove anni e già due figli, mi portano a passeggio nella foresta. Scopro così che i Guaranì includono tradizionalmente nel loro menù il cuore di tre varietá di palma, la Jerivá, la Pindo ovy (o palma azzurra) e la Juçara. Delle tre è quest’ultima la più pregiata, sia per il suo migliore profilo organolettico, sia perché, prodotto slow per antonomasia, prima di poterne consumare il cuore occorre attendere ben quindici anni. Un prodotto dunque fragilissimo, pericolosamente esposto al rischio di una commercializzazione che non abbia la lungimiranza di rispettare i lentissimi tempi di crescita della pianta da cui è estratto. « Circa trent’anni fa, i Guaranì, che fino a quel momento tagliavano la palma solo per l’uso personale, iniziarono a venderla agli uomini bianchi», rievoca Adolfo. «In pochi anni il numero di palme diminuì drasticamente, e ci volle poco per capire che la pianta sarebbe scomparsa del tutto dalla foresta, se non ci fossimo attenuti rigorosamente ai criteri di una produzione  sostenibile».  Oggi dunque la comunità Guaranì di Borasseia si limita a tagliare solo una piccola porzione della pianta sulla sommità del tronco, così che la stessa possa continuare a dare i semi due volte all’anno, e procede a ripiantarne costamentemente un numero pari a quelle tagliate del tutto. La raccolta dei semi, a cui non ho avuto sfortunatamente il piacere di assistere, è considerato uno dei momenti più gioiosi dell’anno, perché a farlo sono i bambini, più agili e leggeri e capaci di arrampicarsi fino ai quindici metri di altezza che la pianta può raggiungere dopo dieci-quindici anni di vita. Dopo un rinfrescante bagno nelle acque di una cascata nascosta nell’interno della foresta, giungiamo all’area destinata alla coltivazione delle palme, situata a circa 300 m di altezza, sul crinale della verde montagna che incombe sulla costa, dove le condizioni per la crescita della Juçara sono ottimali. La famiglia del signor Adolfo ne « amministra » cinquemila (e non « possiede » – precisa – poiché i Guaranì non conoscono la proprietà privata ed ogni bene appartiene alla collettività). Cinquemila è il numero, che, egli stima, sarebbe necessario ad ognuna delle 80 famiglie della comunità,  ricavare una quantità di palmito sufficiente a soddisfare le esigenze del sostentamento della famiglia, e consentire, al contempo, una commercializzazione del prodotto redditizia e duratura. Per fare questo occorre più spazio, e, soprattutto, occorrono più fondi che aiutino ad estendere il progetto ad altre comunità. « Per poter pagare gli incontri tra le varie comunitá Guaranì, perché possiamo scambiarci informazioni e sementi; e per costruire recinzioni che ci difendano dai bracconieri, che sempre più spesso invadono la riserva per rubare il prezioso vegetale». Qualche ora più tardi, seguendo il percorso inverso, vengo scortato nuovamente alla strada principale, dove già dall’alba altri membri della comunitá espongono i bei prodotti dell’artigianato Guaraní: animali intarsiati nel legno, ceste e cestini di ogni dimensione ottenuti impagliando fibre di bambù e taquara, e orecchini ornati di piume di pappagallo. In bella vista, ovviamente, dei trochetti di palma lunghi circa un metro, pronti ad essere scortecciati col machete per ricavarne sul momento il prezioso palmito da vendere agli automobilisti di passaggio. Il nipote di Adolfo ne prepara una porzione anche per me, da gustarsi nature, accompagnata da miele della foresta, come prescrive la tradizione culinaria Guaranì, che non conosce i condimenti dell’uomo bianco come il sale o lo zucchero.

 

Pubblicato su SLOWFOOD 40

Foto: Michele Fossi

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