“Per favore, mangiate meno carne”. Intervista con Rajendra Pachauri, presidente dell’IPCC

Consumare meno carne (anche bio) fa bene, a noi e alla Terra. Appello di un Nobel perla pace, per uno sviluppo sostenibile.

«Per favore, mangiate meno carne!» A lanciare questo appello non è, come si potrebbe pensare, il portavoce di un’associazione animalista, ma un premio Nobel per la pace, il Dr. Rajendra Pachauri, presidente dell’IPCC (il foro intergovernativo sul mutamento climatico dell’ONU), senz’ombra di dubbio la voce più autorevole per tutto ciò che riguarda il riscaldamento del pianeta. Una presenza eccessiva di carne nella dieta costituisce, com’è noto da tempo, una delle principali cause delle cosiddette “malattie del benessere” che affliggono i paesi “ricchi” (obesità, diabete, malattie cardiovascolari e tumore al colon). Una minaccia per la salute ma soprattutto, denuncia Pachauri, per i fragili equilibri del pianeta: «Il settore dell’allevamento figura non solo tra le prime cause di disboscamento, inquinamento di acque e suoli e perdita di biodiversità, ma è anche uno dei principali agenti del cambiamento climatico, con a suo carico il 18% delle emissioni di gas-serra prodotte dall’Uomo». Dati impressionanti, se si considera che neanche il tanto demonizzato settore dei trasporti riesce a inquinare tanto. «L’unica soluzione possibile è una contrazione della domanda. Chi è interessato a dare il proprio contributo alla lotta contro il riscaldamento climatico», prosegue Pachauri «trova nella riduzione del proprio consumo di carne la strategia in assoluto più efficace e dagli effetti più immediati per abbassare la propria carbon-print». Di gran lunga più efficiente nel tagliare le emissioni, ad esempio, della ben più pubblicizzata “dieta a km 0”, ottenuta restringendo (faticosamente) l’acquisto ai soli prodotti regionali1. E soprattutto, e questo è forse l’aspetto più degno di essere sottolineato, con effetti tangibili per il clima già nel giro di pochi anni, poiché il metano (un micidiale gas-serra di cui l’allevamento è il primo produttore) ha un tempo di permanenza nell’atmosfera di solo otto anni, a fronte degli oltre cento necessari per smaltire la CO2. Cosa fare dunque per coniugare rispetto per l’ambiente e passione per la carne a tavola? La risposta arriva da un dettagliato studio pubblicato recentemente sulla prestigiosa rivista medica Lancet2 , i cui autori calcolano che il consumo di carne, per definirsi sostenibile, non debba superare i 90 g al giorno (a fronte degli impressionanti 224 g al giorno consumati mediamente dai carnivori occidentali), di cui non più di 50 g costituiti da carne rossa, la più inquinante di tutte. Un obiettivo facilmente raggiungibile, sottolineano gli autori, introducendo la sana abitudine di eliminare la carne dal menu almeno due dì a settimana e privilegiando, nei restanti giorni, carni a minori emissioni, come il pollo e il maiale. I consumatori di carne biologica possono lavarsi la coscienza e sentirsi esentati dal vincolo morale dei “Ninety-grams-a-day”? La doccia fredda per i più irriducibili tra gli estimatori di carpacci, gulash e hamburger arriva dalla Germania, dove uno studio commissionato dal governo Tedesco3 rivela che il biologico comporta una notevole riduzione di emissioni di gas-serra solo limitatamente al caso dei vegetali (fino al 55% in meno), ma poco o nulla se ad essere presi in esame sono carne e latticini. Anzi, in alcuni casi specifici (carne di bue e toro, ad es.) le emissioni della carne biologica si rivelano a sorpresa addirittura superiori a quella ottenuta con tecniche intensive. Indipendentemente dalla metodologia di produzione dunque, il consumo di carne, quando si prende in esame gli effetti sul riscaldamento climatico, può definirsi davvero sostenibile solo se moderato.

1 Weber CL, Matthews HS, Food-miles and the relative climate impacts of food choices in the United States, Environ Sci Technol. 2008 May 15;42(10):3508-13

2 Lancet. 2007 Oct 6;370(9594):1253-63. Review

3Foodwatch-Report “Klimaretter Bio?”, scaricabile da http://www.foodwatch.de

Pubblicato su Vogue Italia, Marzo 2009

 

 

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