La zona morta

Dead zones

Gettare sterco animale nei campi per fertilizzarli è un gesto antichissimo, tramandatoci dai nostri avi, che nel corso dell’evoluzione ha svolto un ruolo di primaria importanza, consentendo all’Uomo di ripristinare efficacemente le sostanze nutritive nel terreno, e rendendo di fatto possibile la transizione dal nomadismo all’agricoltura e all’allevamento stanziali. A distanza di millenni, tale pratica non ha perso di utilità. In molte regioni del mondo, soprattutto le più povere, consente ai contadini privi di mezzi di migliorare la resa dei campi in maniera naturale, senza dover ricorrere ai tanto demonizzati fertilizzanti chimici azotati. Ma da tempo ormai, soprattutto nelle regioni limitrofe ai grandi centri di allevamento intensivo, si assiste ad un utilizzo improprio di questa pratica, che non mira più a “valorizzare” un prodotto di scarto, ma semplicemente risolvere in maniera sbrigativa ed economica il sempre più oneroso problema dello smaltimento del letame, di cui ci si sbarazza gettandolo in grandi quantità nei terreni agricoli, in misura decisamente superiore a quanto servirebbe per fertilizzarlo. Un problema ambientale di prim’ordine, a più livelli. Le feci degli animali allevati con tecniche intensive, ahimé, non sono più “sane e genuine” come quelle conservate gelosamente dai nostri avi: esse contengono oggi un vero e proprio cocktail di veleni, come medicinali, metalli pesanti e organismi patogeni di vario tipo, che, una volta distribuiti nei campi “per fertilizzarli”, entrano direttamente nella catena alimentare fin dalle sue prime maglie. Ma, per strano che possa sembrare,  una delle peggiori minacce per l’ambiente viene da una famiglia di composti in esse contenuti apparentemente innocui, perché privi di effetti tossici diretti su piante e animali, e anzi impiegati massicciamente dall’industria del settore proprio per favorirne la crescita. Si tratta delle cosiddette “sostanze nutrienti”  (principalmente composti ricchi di azoto, fosforo e potassio), “polverine magiche” di cui l’industria dell’allevamento, denuncia un recente report della FAO, fa un uso massiccio: si stima che a una mucca, nel corso di un anno, vengano somministrati ben 163 kg di Azoto e 22 kg di Fosforo, che vanno ad aggiungersi alle ingenti quantità già presenti nel loro mangime. Il problema ambientale nasce dal fatto che gli animali trattengono solo una parte dei nutrienti loro somministrati attraverso il cibo, compresa tra 20 e il 45% e che la percentuale restante finisce nuovamente nei terreni, dove anno dopo anno, si accumula (negli Stati Uniti, ad esempio, si stima che essi si arricchiscono ogni anno di 22 kg di P per ettaro). Una percentuale compresa tra il 3 e il 20 % dei nutrienti in eccesso nel terreno finisce poi inevitabilmente nelle acque dei fiumi e dei mari. Nascono così le tristemente note “dead zones”, immense porzioni oceaniche pressoché prive di pesci e altre forme di vita superiore, un fenomeno così macroscopico e imponente da poter essere addirittura osservato dai satelliti.

Asfissie oceaniche

Pur non essendo, come dicevamo, di per sé tossiche per gli esseri viventi, specie acquatiche incluse, le sostanze nutrienti, se presenti in eccesso, hanno il potere di squilibrare gravemente i fragili equilibri del mare, favorendo certe forme di vita a scapito di altre, con risultati catastrofici per gli ecosistemi presi nel loro complesso. Un fenomeno ben noto agli scienziati sotto il nome di “eutrofizzazione”. L’arrivo di un surplus di sostanze nutrienti nel mare e negli oceani stimola  infatti le alghe a moltiplicarsi in maniera spropositata, dando luogo a fioriture eccessive, innaturali. Quando poi le sostanze nutrienti sono state interamente consumate, le alghe muoiono e vanno incontro a decomposizione batterica, consumando in questo ultimo processo gran parte dell’ossigeno disciolto nell’acqua. Trasformando così i fondali marini in in enormi necropoli ittiche (SILVIA, per questo dovremmo cercare di trovare una bella foto). Un fenomeno che non interessa, come si potrebbe credere, solo aree limitate, come ad esempio le regioni dei delta dei fiumi più inquinati. Un recente studio pubblicato sulla rivista Science denuncia che il numero di dead zones nelle acque del pianeta ammonta ad oltre quattrocento, per una superficie complessiva pari a 245 000 km2, di poco superiore a quella del Regno Unito. Una delle più note è quella del Golfo del Messico, pari a 22 125 km2, così vasta da poter essere addirittura fotografata dallo spazio. A causarla sono le acque inquinate del fiume Mississippi, dove confluiscono gran parte degli scarichi dell’allevamento e dell’industria agricola finalizzata alla produzione di mangimi degli Stati Uniti Occidentali. Acque il cui carico di sostanze nutrienti è addirittura triplicato negli ultimi cinquant’anni. Vi è un unico risvolto positivo, si fa per ironizzare ovviamente, dell’eutrofizzazione delle acque del Golfo: lungo le sue coste i bagnanti non devono più temere gli attacchi degli squali. Come tutti gli altri grandi predatori, anche questa specie ha infatti abbandonato da tempo la regione, giudicandola, non a torto, un terreno troppo magro per meritare di essere battuto.

* * *

Pur essendo di dimensioni imponenti, quella del golfo del Messico è tuttavia lontana dall’essere la più vasta del pianeta. A detenere il triste primato è il Mar Baltico, dove si trova un’impressionante zona morta che misura oltre 70 000 Km2, pari alla superficie dell’Irlanda. Ad allarmare in particolar modo gli oceanografi Diaz e Rosenberg, i due autori del sopracitato rapporto di Science, è soprattutto la velocità con cui il loro numero è aumentato nel corso degli ultimi cinquant’anni: “se ne contavano 49 negli anni ’60, 87 negli anni ’70, 162 negli anni ’80. Oggi sono 405. Indicativamente” – commenta Diaz al telefono, “si può dire che il numero di zone morte nelle acque del pianeta raddoppia ogni dieci anni. Considerato l’aumento demografico a cui assisteremo nei prossimi decenni e l’ulteriore aumento di produzione industriale di carne, a che numero arriveremo tra vent’anni?”. La principale novità dello studio è però un’altra : l’asfissia degli oceani è un problema sempre più globale, che non affligge più esclusivamente le acque del ricco e industrializzato emisfero Nord del pianeta. Da un paio di decenni a questa parte, imponenti dead zones sono affiorate anche a largo delle coste Africane, Sud Americane e soprattutto Asiatiche, in conseguenza della diffusione di tecniche sempre più intensive di agricoltura e allevamento anche nei paesi in via di sviluppo: un fatto che non stupisce più di tanto considerando che la sola Asia contribuisce oggi per oltre il 35.5% al rilascio globale di sostanze nutrienti sul pianeta.

La parabola del Mar Nero

Ma vi è una buona notizia: gli effetti dell’eutrofizzazione sono facilmente reversibili, a patto che il flusso di nutrienti venga  opportunamente interrotto. Un caso ben esemplificato dal Mar Nero, ridotto ad immensa zona morta per molti decenni per essere stato il naturale bacino di raccolta delle acque di scarico di una vastissima regione dell’Unione Sovietica tra le più intensivamente coltivate del pianeta. «Con il collasso dell’URSS e l’abbandono dei fertilizzanti, divenuti troppo cari negli anni ‘90 a seguito dell’abbandono dell’economia pianificata, il livello di ossigeno delle acque del Mar Nero è tornato gradualmente a salire e le acque a popolarsi di pesce. La pesca nel Mar Nero è tornata ad essere nuovamente un’attività fiorente nella regione come non lo era più stata per oltre cinquant’anni», commenta Diaz, «a riprova del fatto che non è assolutamente troppo tardi per tornare indietro. Si tratta ad ogni modo di un problema globale che come tale richiede un’azione concertata di più paesi. ». La ricetta messa a punto dai due ricercatori per dare nuovamente ossigeno alle acque del pianeta si articola in vari punti, tra cui figura, ovviamente, una migliore gestione dei fertilizzanti e dello smaltimento del letame da parte dell’industria della carne.  Ma degno di nota è soprattutto l’invito a riscoprire l’importanza ecologica della vegetazione lungo il corso dei fiumi, spesso rimossa dalle autorità locali con lo scopo di favorire il deflusso delle acque e minimizzare così il rischio di inondazioni. «In realtà tali “zone cuscinetto” attorno ai corsi d’acqua svolgono una funzione importantissima, perché formano un microhabitat nel quale rimangono assorbite e metabolizzate gran parte delle sostanze nutrienti disciolte nelle acque. Ripristinare la vegetazione lungo i fiumi, oltre a migliorare la qualità dell’aria che respiriamo e a mitigare l’effetto serra, può svolgere un ruolo decisivo nel dare ossigeno a mari e oceani». Piantate dunque un albero lungo un fiume, salverete così la vita a dei pesci.

Michele Fossi

Pubblicato su Slowfood 38, Febbraio 2009


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