Studio Visit: the Campana Brothers in Sao Paolo

Con transplastic, la serie di sedie e divani in plastica e fibra naturale presentata alla galleria Albyion di Londra nel 2007, i fratelli brasiliani Humberto e Fernando Campana, i più celebri designers dell’America Latina, si sono recentemente aggiudicati il prestigioso premio di “Designers dell’anno 2008” a Miami. Tra i maggiori pregi di quel lavoro, che inscena la sconfitta della plastica davanti all’avanzata inarrestabile dell’apuì, una fibra ricavata da un’aggressiva liana brasiliana nota per aggredire, fino a soffocare, gli alberi della foresta, va sicuramente annoverato l’aver saputo sottolineare la grande, insospettata versatilità delle fibre naturali, non solo nel formare binomi con materiali sintetici molto diversi, ma anche  nel lasciarsi modellare in forme geometriche insolitamente complesse, spigolose e irte di irregolarità. Un potenziale plastico rimasto finora nascosto, e tutto da sfruttare. Per rendersene conto basta visitare l’atelier dei Campana nel colorato quartiere di Santa Cecilia, a San Paolo, un ambiente di lavoro sorprendentemente piccolo e raccolto, dove si respira ancora un’aria familiare, come di bottega e dove paglia, bambù, apuì e rafia (la fibra con cui gli indios costruiscono i tetti delle loro abitazioni), sono le protagoniste indiscusse dei numerosi progetti in cui i due fratelli sono impegnati al momento. Sui tavoli di lavoro si studia la realizzazione di lampade ottenute con paglia e taniche di benzina, oppure apuì e mattoni; centritavola realizzati a partire da pneumatici ricoperti di bambù. Troppo grandi per essere poste su un tavolo sono invece le enormi nuvole di paglia intrecciata, rigorosamente “ibridate”  con sfere di plastica incastonate al loro interno, che adesso ingombrano l’entrata dell’atelier e che  presto abbelliranno il soffitto di un facoltoso committente. Davanti al mirabile susseguirsi di rilievi e rientranze che ne frammenta la superficie, chi credeva che con l’intrecciatura in fibra si potessero realizzare solo ceste e cestini non potrà che spalancare la bocca e ricredersi. «Dopo molti anni di tentativi falliti», spiegano i due fratelli seduti su due esemplari di poltrona transplastic, «abbiamo finalmente sviluppato una tecnica per impartire alla fibra intrecciata la forma volumetrica voluta, non necessariamente sferico-ovoidale come vuole la tradizione. Siamo rimasti profondamente affascinati dalle straordinarie potenzialità plastiche di questi materiali naturali, ancora quasi completamente inesplorate, incapaci di credere che nessuno lo abbia ancora fatto. Se in transplastic le abbiamo rappresentati vincitori nei confronti della plastica, è anche perché è chiaro ormai che possono sostituirla in molte applicazioni. ». Il legame dei Campana con le fibre naturali potrebbe sembrare una passione recente, la decisione di cavalcare l’onda del successo di Miami, ma affonda in realtà le sue radici fino agli albori della loro carriera, nei primi anni ’80. «All’epoca Humberto faceva la fame disegnando gioielli», ricorda scherzosamente Fernando, di nove anni più giovane, «attività che finanziava con una piccola ditta di prodotti impagliati. Io frequentavo l’università, e lo aiutavo saltuariamente a effettuare le consegne ai clienti». Fu proprio nell’atelier di quella ditta che nacque il connubio artistico, mai più interrotto, tra i due e che furono eseguite, in paglia, le primissime sedie firmate Campana. «Creazioni che amiamo definire  “il nostro brutto anatroccolo”, perché immature e incomplete», spiega Humberto,«e che nessuna casa produttrice prese mai in considerazione per la commercializzazione in serie». Dopo aver lavorato per anni con altri materiali poveri, come la plastica, i ritagli di feltro, gli scarti di stoffa e di legno, e la corda (di cui la sedia Vermelha, interamente rivestita da generosi avviluppi di corda rossa, costituisce il più celebre degli esempi),  molti anni dopo, nel 2000, i due ritentarono la sorte con le fibre naturali  col progetto mixed series, nel quale per la prima volta misero in scena confronti inaspettati tra le fibre naturali e i materiali sintetici, ottenuti ibridando bambù e ferro, bambù e acrilico, paglia e policarbonato. Invano, perché anche a questo giro nessuna casa produttrice si dichiarò disposta a commercializzare il prodotto. L’ispirazione per l’idea vincente di transplastic giungerà  solo nel 2007, grazie, curiosamente, ad “furto”: «Nostra madre possedeva alcune di quelle orribili sedie in plastica che ormai si vede un po’ ovunque nei bar e nelle spiagge del Brasile, che ogni sera soleva disporre sul marciapiede davanti a casa per parlare con le amiche. Possibile che la mamma di due designers debba sedersi su sedie cosí brutte?, le dicevamo in continuazione. Davanti alla sua ostinazione nel non volerle cambiare, Humberto un giorno gliene sottrasse una a sua insaputa e per mesi lavorò a come rivestirla di apuì, con l’intenzione di inscenare un’aggressione parassitaria della fibra naturale ai danni della plastica, nel nome del buon gusto”. Transplastic costituisce dunque solo l’ultimo capitolo di una lunga frequentazione con le fibre naturali che sarà possibile ripercorrere cronologicamente tappa per tappa visitando entro fine Giugno la vasta retrospettiva, appena inaugurata (LA MOSTRA APRE IL 16/03/2009), che il Vitra Museum di Basilea dedica ai due designers di San Paolo. L’azzeccato titolo scelto per l’esposizione (che offrirà al visitatore una panoramica a 360° sugli ultimi venti anni di carriera dei due designers e che a partire da metà estate inizierà un cammino itinerante in giro per il mondo che durerà oltre cinque anni) è “Anticorpi”,  in onore alla tradizionale resistenza alla contaminazione con esperienze di design extra-Brasiliane che caratterizza, com’è noto, il lavoro dei Campana. «Nel cercare l’ispirazione», spiega Humberto, «gli Europei hanno il lusso di poter guardare ad una storia millenaria, mentre al Brasile, un paese giovane, ma immenso,  non resta che investigare, attingendo al proprio presente, imparando a guardare attorno a sé, e non  dietro di sé.  C’è chi ha parlato di Antropofagismo culturale, per descrivere questa naturale tendenza dell’artista Brasiliano a cercare ispirazione attingendo all’inesauribile patrimonio umano del proprio sterminato paese». A titolo di esempio, Fernando indica sulla scrivania una variopinta distesa di curiose bamboline di pezza realizzate nel povero Nord est del paese, che i due si apprestano a cucire insieme per ricavarne un’insolita copertura per una delle loro ultime sedie. « Queste bamboline sono l’emblema dell’ingenuità del nostro paese: alcune hanno la cravatta ma non il naso, altre hanno un orologio al polso ma mancano gli occhi. Le abbiamo viste e, gnam!, le abbiamo immediatamente fagocitate ». Ed è in questa cornice, certo, che va inquadrata l’attenzione dei due fratelli per materiali poveri e antichi come le fibre naturali, in particolare quelle native del Brasile, come l’apui e la rafia, spesso usate finora solo da tribù indigene.  «In un certo senso ci potremmo definire dei cannibali di idee», commenta Fernando con un sorriso. «Forse perché è nel nostro DNA: la storia del Brasile fu segnata infatti fin dall’inizio, nel lontano 1556, da un atto di cannibalismo di cui fu vittima sacerdote colonizzatore, Don Pero Fermandez Sardinha, divorato dagli Indios».  Consci tuttavia del rischio di essere a loro volta “cannibalizzati” dalla moda del settore, che già da tempo ha fatto suoi i più tipici elementi Campaniani, come l’utilizzo e l’accostamento insolito di materiali poveri e eterogenei, i due fratelli, interrogati sui loro progetti futuri,  si dichiarano intenzionati a “sfuggirle” zigzagando tra progetti molto diversi tra di loro, come la creazione di bizzarri mostriciattoli in pezza a cinque zampe per Alessi, il design di scenografie teatrali o degli interni di hotel di lusso. E anticipando la volontà di riservare alle fibre naturali il posto d’onore per il più ambizioso dei progetti in agenda: « Ci piacerebbe sfruttare ulteriormente il sorprendente potenziale plastico dell’intrecciatura in fibra per rivestire non più solo piccoli oggetti, ma, addirittura interi edifici».

Sao Paolo, Ottobre 2008

Photo credit: Michele Fossi

 

 

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