Felici, si può?

È in tempi turbolenti come quelli che stiamo attraversando, quando, la felicità sembra sfuggirci di mano, che più ne avvertiamo il bisogno e ci interroghiamo sul senso ultimo di questa parola. Che l’attuale momento di criticità planetaria sia anche l’occasione per scoprirne nuove, inattese valenze? Lo abbiamo chiesto a uno dei massimi esperti in materia: l’economista britannico Sir Richard Layard, autore del libro “Can we be happier?”.

Sir Layard, viviamo tempi critici. Il COVID ha sconvolto le nostre esistenze, mettendo in ginocchio l’economia mondiale e seminando paura, malcontento e depressione. Ha cambiato anche la nostra nozione di felicità?

La pandemia, nell’immediato, ha contribuito ad un aumento di persone infelici nel mondo. Ma alla lunga, ne sono certo, si rivelerà una maestra di felicità. L’esperienza del lockdown ci ha obbligati ad una forte pausa di riflessione, e a chiederci cosa ci renda veramente felici. Molte persone hanno realizzato, per la prima volta nella loro vita, quello che gli studiosi della felicità vanno dicendo da anni: ovvero che i fattori che più influenzano il nostro benessere emotivo, a meno che non si viva nell’indigenza, sono essenzialmente la salute — sia fisica che mentale — e la qualità delle nostre relazioni affettive e sociali. Non il denaro.

Col suo carattere dirompente, questa crisi ci ha inoltre fatto uscire dal torpore, sbattendoci in faccia che il cambiamento è possibile, ed in tempi strettissimi: nell’arco di poche settimane, ci siamo scoperti capaci di adottare nuove abitudini e stili di vita, e, con un certo stupore, abbiamo visto i governi approvare politiche sociali senza precedenti. Perché non provare dunque ad essere più felici e a costruire un mondo migliore? L’esplosione di un fenomeno planetario come Black Lives Matter poche settimane dopo l’inizio della pandemia non è certo un caso. Se tutto cambia — si sono dette molte persone — perché non dovrebbe cambiare anche questo iniquo apparato discriminatorio, all’origine di così tanta infelicità?

Cosa ha provato nel vedere milioni di persone in piazza chiedere a gran voce giustizia sociale a favore della comunità di colore?

Questo movimento, in massima parte pacifico e ispirato da un principio egualitario, costituisce ai miei occhi l’ennesima conferma dell’avvento di una nuova forza nella società, che nel mio libro battezzo “cultura gentile”, che ambisce a rendere il mondo un luogo più felice.

Cosa glielo fa credere?

Negli ultimi anni, è cresciuto in maniera significativa l’interesse dei media per la felicità, così come il numero di persone che praticano meditazione e yoga o che lavorano nel settore del sostegno psicologico ed emotivo. Recentemente, tre paesi hanno adottato la felicità dei cittadini, accanto al PIL, come obiettivo nazionale: Nuova Zelanda, Scozia e Islanda. Esternare i sentimenti non è più un tabù, nemmeno per gli uomini: di recente persino i principi William e Harry hanno parlato pubblicamente, per la prima volta, del dolore per la morte della madre. Pur rappresentando ancora una minoranza, questo movimento d’opinione è in rapida crescita. Coinvolge ormai milioni di persone — insegnanti, operatori sanitari e volontari, ma anche politici e manager aziendali illuminati —  che, consapevolmente, lavorano per accrescere la felicità di coloro che li circondano, nella convinzione che nella vita ci sia qualcosa di più del reddito e del successo. E che la realtà ultima, per gli esseri umani, sia quella legata alla sfera dei sentimenti.

Nel suo libro sostiene che la “cultura gentile” ha il potenziale di aumentare la felicità complessiva sul pianeta.

La felicità è contagiosa. Il Buddha disse: “Una candela può accendere un centinaio di altre candele e continuare a bruciare altrettanto brillantemente”. L’iper-competitiva cultura dominante, incentrata com’è sulla realizzazione personale, si rivela invece un gioco a somma zero: perché uno abbia successo, qualcun altro deve fallire.

Che rapporto sussiste tra la nostra felicità e quella degli altri?

Sono intimamente interconnesse. Anna Frank ha scritto: “Chi è felice renderà felici anche gli altri… Che bello che nessuno abbia bisogno di aspettare un solo momento prima di iniziare a migliorare il mondo”.

Siamo animali sociali. Abbiamo una parte egoista, che ci induce a credere di essere il centro dell’universo e che i nostri bisogni vengano prima di tutto; un tratto, questo, fondamentale per la sopravvivenza della specie. Ma in noi alberga anche una parte altruista, che ci permette di sentire quello che sentono gli altri e di lottare per il loro bene. Mentre la cultura attuale è sbilanciata sulla prima, quella “gentile” punta a dar voce soprattutto alla seconda.

Se è una forma di “cultura”, come suggerisce il nome, può essere insegnata?

Certamente. Se vogliamo un mondo più felice, dobbiamo innanzitutto aiutare i nostri figli a sviluppare la loro intelligenza empatica ed a preservare la loro salute mentale. Fino a non molto tempo fa, promuovere l’altruismo era compito delle religioni; col venire meno della loro presa sulla società, si è venuto a creare un pericolo vuoto, che tocca alle istituzioni laiche colmare.

Del mondo materiale salva qualcosa? Gli oggetti possono contribuire a renderci felici?

Certamente, ma occorre distinguere tra gli oggetti che si limitano ad appagare, per lo più effimeramente, la nostra sete di conquista, e quelli, sicuramente una minoranza, che associamo alla sfera dei sentimenti. Sono quest’ultimi a renderci davvero felici, anche per tutta una vita! Si pensi al regalo di una persona amata, o a un oggetto acquistato durante un viaggio di cui si conserva un bel ricordo.

Lo scrittore David Wojnarowicz ha scritto: “L’inferno è un posto sulla terra. Il paradiso è un posto nella tua testa”. In tempi così incerti, cosa consiglia per preservare l’equilibrio interiore?

Tra le tecniche più potenti — è la scienza a dirlo — vi è la cosiddetta CBT  (Cognitive Behavioral Therapy), che agisce al livello del pensiero andando a creare spazio per pensieri positivi. Simile nell’approccio e nei risultati, la compassionate meditation cara ai buddisti. Non vi sono tuttavia ricette valide per tutti: occorrono vari tentativi prima di trovare la propria.

Ci confessa la sua?

Pratico la cosiddetta “benevolenza incondizionata”. Consiste nello stabilire mentalmente un contatto, più volte nella stessa giornata, con il nostro lato più empatico e generoso e di sforzarsi di provare gratitudine per la vita, in ogni suo aspetto, dolore incluso. Un potente viatico per la felicità che ho imparato dalla lettura del “Diario” di Etty Hillesul: una scrittrice ebrea olandese morta ad Auschwitz, che in questo semplice, ma efficace esercizio d’introspezione trovò le risorse interiori per non soccombere all’angoscia delle persecuzioni naziste.

 

Pubblicato su Vogue Italia, luglio 2020

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