Ieri, Oggi, Domani: la second-hand economy contagia la moda

Condividere un abito, comprarlo usato: la second-hand economy contagia anche la moda. Una scelta ecologica, ma soprattutto di stile.

 

Con qualche anno di ritardo rispetto ad altri settori economici, l’idea portante della sharing economy – ovvero che per consumare non occorre possedere – contagia anche la moda. Una vera febbre, stando ai numeri contenuti nel recente report che ThredUp, la piattaforma americana specializzata nella vendita online di abiti usati, ha dedicato al boom della second hand economy. Negli ultimi tre anni il mercato dell’usato statunitense è cresciuto 21 volte di più rispetto a quello del retail tradizionale, con ben 24 miliardi di dollari di volume d’affari nel 2018, contro i 35 del fast fashion. Nel 2028, secondo le proiezioni, i rapporti si invertiranno, e l’usato salirà a 64 miliardi contro i 44 previsti per la moda usa-e-getta del fast market. «Solo cinque anni fa, se ce lo avessero detto, ci saremmo fatti una risata», commenta Jüdith Schüle, curatrice della mostra Fast Fashion – The Dark Sides of Fashion (al Mek di Berlino fino al 2/8). «La percezione dell’usato è cambiata radicalmente negli ultimi anni. Un tempo non lontano, non ci saremmo vantati di portare abiti di seconda mano. Oggi è vero l’opposto: poiché infinitamente più sostenibile, l’usato è il nuovo must-have del consumatore consapevole, da sfoggiare con orgoglio. Col risultato che la mescola di abiti d’alta gamma e vintage è oggi percepita come molto più cool di un look al 100 per cento stagionale e griffato». Schüle sottolinea che si tratta di un trend trasversale, capace di appassionare sia i consumatori interessati al risparmio, sia i clienti abituali dell’alta moda. «Per rendersene conto, basta partecipare ai “Clothing swap parties” che si svolgono ormai regolarmente a Berlino e in altre città della Germania: a scambiarsi gratuitamente abiti vengono persone della più diversa estrazione sociale». Lo conferma anche il rapporto ThredUp: il 26 per cento degli acquirenti di marchi quali Gucci, Chanel o Prada è solito diversificare lo shopping con articoli usati. Di riflesso, i marchi high-end sono una fetta ragguardevole dell’offerta, con Burberry, Alexander McQueen, Versace, Tom Ford e Louis Vuitton, nell’ordine, tra i più richiesti sulle piattaforme online quali, oltre a ThredUp, Rebag, Depop, Rebelle, Micolet, TheRealReal e Vestiaire Collective. Chi per second hand economy intendesse cumuli di abiti lisi e logori accumulati sui banconi dei mercati rionali, ha dunque di che ricredersi. E già che siamo a sfatare pregiudizi, è bene sottolineare che il fenomeno include sì il vivace mercato del vintage, ma è ben lontano dall’esaurirsi in esso: a dominare le vendite online sono infatti articoli appartenenti a un passato recente, comprese addirittura le ultimissime hit di cui gli amanti dello shopping compulsivo si sono già stufati. Si palesano qui due dei maggiori bisogni dell’odierno consumatore di moda: il desiderio di variare in fretta il guardaroba e la sostenibilità. Finora inconciliabili, nel second hand queste necessità si compenetrano. O, per citare Elizabeth L. Cline, autrice di The Conscious Closet: «L’usato consente di divertirsi a cambiare in fretta il guardaroba senza il senso di colpa dello spreco». Democratizzando di fatto la moda sostenibile: fino a poco tempo fa considerata un “lusso” accessibile a una minoranza illuminata e abbiente, e che oggi, con lo sdoganamento dell’usato, è per tutti. «Soprattutto, il boom del second hand sta democratizzando il piacere di essere alla moda, tout court», osserva la scrittrice Dana Thomas, autrice di Fashionopolis. «Penso in particolar modo al crescente business dell’abito in affitto: la moda a noleggio offre finalmente anche ai consumatori dal portafoglio leggero la possibilità di accedere, seppur per un lasso di tempo limitato, allo stesso livello di lusso e stile delle classi benestanti. Affittare, più di ogni altro modello di business dell’abbigliamento, realizza finalmente l’antico desiderio di Anna Wintour di consentire a quante più persone possibile di fruire della moda». A fare la parte del leone nel mercato del fashion rental sono soprattutto le piattaforme Rent The Runway (negli Usa) e Panoply (in Europa): «La prima ha dichiarato di puntare a mettere fuori mercato i marchi fast fashion – e chissà, potrebbe anche riuscirci. Non meno ambiziosi i piani della seconda piattaforma: dopo Parigi, aprirà diversi pop up store anche a Londra e collaborerà con Air France per offrire il servizio di noleggio di moda ai clienti. Ma soprattutto, entrambe puntano a diventare l’intermediario di riferimento tra case di moda e consumatori. Magari unendo le forze. Un business dal potenziale enorme». Una cosa è certa: se il fashion rental diventerà una prassi consolidata, la domanda “questo lo indosserò spesso?” non si porrà, e i consumatori saranno più inclini a osare con abiti eccentrici. Lasciando presagire che la nuova decade appena inaugurata sarà non solo più sostenibile, ma anche più emancipata e audace sul fronte dell’autoespressione.

 

Text by Michele Fossi

Published in Vogue Italia, January 2020

 

A seguire , alcuni ritratti fotografici di Suzanne Jongmans. L’artista olandese per ogni immagine realizza i costumi ispirati ai dipinti fiamminghi usando vecchi materiali da imballaggio. Il suo lavoro è raccolto nel nuovo libro “Moving through Contrast” (Lannoo Publisher), con un saggio di Karen Van Godtsenhoven, associate curator del Costume Institute del Met di New York. Dall’alto:  “Mind over Matter – Cutting Loose”.  “Mind over Matter – Solitude” ,“Mind over Matter – Gratitude” , “Kindred Spirits – Between Reality and Dreams”.

 

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