La scintilla e l’incendio

“A trent’anni dalla Caduta del Muro di Berlino, il mondo appare sempre più diviso da nuove barriere, sia politiche che sociali. E torna nelle piazze la protesta giovanile, per reclamare, come allora, un cambio radicale di paradigma economico e nuove prospettive. Per capire l’oggi, vale la pena tornare all’ombra del Muro per antonomasia e rievocare, attraverso la lente della creatività, lo spirito di radicale cambiamento di quegli anni. Cominciando dalla “Bohème di Prenzlauer Berg”, immortalata dai raffinati bianchi e neri di Sven Marquardt e Sybille Bergemann: un sottobosco di outsider e creativi, tra cui il collettivo di moda  Allerlei Rauh, che seppero fare delle ristrettezze della vita nella grigia Berlino Est uno straordinario stimolo alla propria arte. E della celebrazione collettiva della propria diversità ed esuberanza creativa, un’elegante ed ironica forma di dissidenza politica”.

 

Berlino Est, maggio 1988. Nella Haus der jungen Talente si consuma uno degli eventi più memorabili della scena underground della DDR: la sfilata del collettivo estberlinese “Allerlei Rauh”. Protagonista assoluta di quel fumoso ed affollato evento, ripetuto pochi mesi dopo a grande richiesta nella Gethsemanekirche, la pelle: totalmente reinventata, attraverso fantasiose e laboriose operazioni di taglia e cuci, ed ibridata con strisce di materiale elastico, così da creare l’effetto straniante, e non scevro di sensualità, di un manto animale perfettamente aderente sul corpo delle modelle. Come inquietanti divinità telluriche emerse dalle cupe profondità di una foresta nordica, o da un dipinto di H. R. Giger, i loro capelli, impastati con l’argilla, erano acconciati in forme audaci e voluminose; ad impreziosire il tutto, l’improbabile applicazione sugli abiti di rami, piume, e persino denti animali. «Durante quelle serate, si esibì anche la band punk “Pankow”, e, tra un folla in delirio, furono celebrati dei coming out in pubblico», ricorda Frieda von Wild, stilista, insieme ad Angelika Kroker e  Katharina Reinwald, di Allerlei Rauh, e figlia della celebre fotografa Sibylle Bergemann, cui si devono alcuni degli scatti più memorabili delle creazioni del collettivo. «Col senno di poi, mi domando come abbiamo fatto a non farci arrestare! Forse perché eravamo un collettivo tutto al femminile — una “scena matriarcale, dove gli uomini figuravano solo come autisti o modelli”, come ha scritto di noi l’autore  Henryk Gericke — la polizia politica non ci ha percepito come una vera minaccia, risparmiandoci la dura repressione riservata alla scena punk. Sbagliando: l’aria di libertà che si respirava durante quelle sfilate — celebrazioni collettive della nostra stranezza, diversità e desiderio di sensualità — era potenzialmente contagiosa. La storia lo ha dimostrato in più d’una occasione: da una scintilla di insubordinazione, può divampare un incendio».

Allerlei Rauh nacque nel 1987 come emanazione di C.C.D. (“Chic. Charmant und Dauerhaft”), un avanguardistico collettivo di sole donne fondato agli inizi degli anni ’80 per dare un’interpretazione  più modaiola e femminile del punk. “C.C.D aveva un carattere ribelle ma gioioso, ed ironizzava sulla drastica mancanza di materie prime in cui ci trovavamo ad operare proponendo improbabili abiti realizzati con i materiali più disparati: dalla plastica nera usata nelle serre alle tende per la doccia, fino ai pannolini. Il progetto Allerlei Rauh aveva invece un’anima più cupa, per certi versi apocalittica. Come se, inconsciamente, intuissimo che un cambiamento epocale, non necessariamente positivo, era nell’aria. Con il moltiplicarsi delle “fughe ad Ovest” dei membri della nostra comunità creativa, il muro aveva infatti iniziato a mostrare le sue prime crepe».

Il ventinove Novembre 2019 debutta nelle sale tedesche “Schönheit und Vergänglichkeit” (“Beauty and Decay), il documentario della regista Annekathrin Hendel dedicato alla scena fashion alternativa di Berlino Est, che vede tra i protagonisti la modella Domenique Hollenstein, la “Marilyn della New Wave”, ed il fotografo (e celebre buttafuori del techno-club berlinese “Berghain”) Sven Marquardt, autore di alcuni tra i ritratti più sensuali, cupi e melanconici della Berlino underground. Il film, presentato a febbraio alla Berlinale, contiene delle riprese dell’evento organizzato nel 1989 da Allerleirauh alla Stadtbad Oderbergerstrasse, a Prenzlauer Berg: una preziosa occasione per rivivere in sala le atmosfere di quella stravagante e fumosa serata organizzata in una piscina vuota ed abbandonata.

«Altro che grigiume e apatia della DDR: quegli eventi straboccavano di vita e di colore», racconta il fotografo, che quella sera era tra i presenti. «Il titolo della mostra dedicata nel 2009 alla scena fashion di Berlino Est, “In Grenzen frei (liberi tra confini)”, cui presi parte con alcuni miei scatti, riassume perfettamente come ci sentivamo in quel periodo: imprigionati dietro frontiere invalicabili, eppure, paradossalmente, liberi, come forse non ci siamo mai più sentiti dopo. Nonostante vivessimo in una repressiva dittatura, avevamo saputo ritagliarci delle nicchie dove muoverci liberamente. È checché ne pensassero a Ovest, eravamo felici. La penuria di mezzi e risorse nutriva positivamente la nostra creatività».

Poi, la sera del 9 Novembre 1989, il fatidico “Ab sofort, da subito”, con cui il ministro della Propaganda Günter Schabowski, colto alla sprovvista durante una conferenza stampa, annunciò la libertà di circolazione con effetto immediato per gli abitanti della DDR, e con essa la Caduta del Muro. «Passata l’euforia per la conquistata libertà di movimento, noi tedeschi dell’Est ci rendemmo conto molto presto di esser stati depauperati della nostra identità», osserva Marquardt. «Di colpo ci ritrovammo ad essere stranieri in patria. Questo forte senso di spaesamento si ripercosse negativamente sulla mia arte, rendendomi per anni un fotografo demotivato e senza ispirazione, come se non avessi più niente da dire».

Esperienze come Allerlei Rauh, così come tante altre avanguardie creative della DDR, furono letteralmente spazzate via dall’ondata del nuovo che seguì il crollo del regime. «Il muro si portò via con sé il nostro bene più prezioso: il tempo», spiega von Wild. «Fino ad allora, i bisogni primari erano garantiti dallo stato; potevamo così passare le giornate insieme a creare, senza curarci troppo di “far tornare i conti”. Finalmente liberi di farlo, molti di noi iniziarono poi a viaggiare. In men che non si dica, la rete dei creativi si sfaldò davanti ai nostri occhi. Ci ritrovammo così a fare i conti con una singolare constatazione: il Muro, l’odiatissimo Muro,  aveva funto in realtà da baluardo a difesa della nostra fragile Bohème”.

 

Michele Fossi

Pubblicato su Vogue Italia, Novembre 2019

Dall’alto in senso orario.
Foto di Sybille Bergemann, costumista Angelika Kroker
per “Allerleirauh”, Berlino Est, 1988. Sven Marquardt,
“Mädchen mit Vogel”, 1985. Heike e Frieda von Wild fotografate
da Sybille Bergemann, costumista Angelika Kroker
per “Allerleirauh”, Berlino Est, 1988.

 

 

Sven Marquardt, “Mädchen im Baum”, 1987
Foto di Sybille Bergemann, costumista Angelika Kroker per “Allerleirauh”, Berlino Est, 1988.
Sven Marquardt, “Mädchen mit Vogel”, 1985.
Heike fotografata da Sybille Bergemann, costumista Angelika Kroker per “Allerleirauh”, Berlino Est, 1988.
Frieda von Wild fotografata dalla madre Sybille Bergemann, costumista Angelika Kroker per “Allerleirauh”, Berlino Est, 1988.

 

 

N E L L A P A G I N A A C C A N T O . Dall’alto in senso orario.
Foto di Sybille Bergemann, costumista Angelika Kroker
per “Allerleirauh”, Berlino Est, 1988. Sven Marquardt,
“Mädchen mit Vogel”, 1985. Heike e Frieda von Wild fotografate
da Sybille Bergemann, costumista Angelika Kroker
per “Allerleirauh”, Berlino Est, 1988.

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