For forests’ sake

Acquistare “Crediti di Carbonio” dai paesi tropicali per contrastare le emissioni: fa discutere la proposta della Banca Mondiale per contrastare la deforestazione. In attesa della Conferenza Internazionale sul Clima.

Potrebbe generare un immenso flusso di denaro da parte dei paesi ricchi verso quelli poveri, stimato in 30 miliardi di dollari all’anno, col quale si potrebbe contrastare efficacemente la deforestazione selvaggia nei paesi tropicali, responsabile, com’è noto, di ben un quinto delle emissioni di CO2 dell’intero pianeta. Oppure rivelarsi l’ennesima “maledizione delle risorse” per il Sud del mondo, e scatenare una nuova, strisciante forma di colonialismo: quello “del carbonio”. Sono poche le tematiche capaci di polarizzare gli animi nei forum online di ecologia come il REDD (Acronimo di “Reduced emissions from deforestation and forest degradation”), l’iniziativa di ONU e Banca Mondiale lanciata nel 2007 per contrastare la deforestazione. Alla sua base vi è un’ottima idea: aumentare il sequestro di carbonio atmosferico rallentando la deforestazione, attraverso un sistema di incentivi che renda più “conveniente” economicamente proteggere le foreste che abbatterle. La lotta alla deforestazione non è infatti solo una misura cruciale per preservare la biodiversità, il suolo dall’erosione e le riserve di acqua dolce, ma è stata indicata nel “Rapporto Stern” non solo come un passaggio obbligato, ma addirittura come “la via più economica” in mano all’umanità per contrastare il cambiamento climatico. Eppure, nonostante i buoni propositi, sono molte le organizzazioni ambientaliste, in primis Greenpeace, già sul piede di guerra. Ad allarmare gli attivisti è soprattutto la proposta, fortemente caldeggiata della Banca Mondiale, di finanziare il progetto non con fondi intergovernativi per il clima, com’è stato fino ad oggi, ma attingendo direttamente dal mercato, mediante l’istituzione di un nuovo, controverso prodotto finanziario: il “Forest Carbon Credit”. Per ogni ettaro di foresta messa al sicuro dalle seghe elettriche, i paesi tropicali potrebbero cioè vendere sul mercato internazionale del carbonio dei crediti di CO2, che le grandi aziende del mondo potrebbero acquistare per compensare le proprie emissioni. “Senza di fatto ridurle”, denuncia Greenpeace, gelando ogni entusiasmo. “Sarebbe una disfatta per il clima: tali crediti sarebbero fino al 75% più economici di quelli attualmente sul mercato, e di fatto disincentiverebbero gli investimenti in tecnologie più efficienti”. “Sarà la più grande corsa alla terra di tutti i tempi: il land-grabbing del carbonio”, preconizza un portavoce dell’associazione contadina “Via Campesina”. “Temiamo che con l’arrivo dei progetti REDD le popolazioni indigene verranno private del loro diritto all’uso comunitario delle foreste, mediante la creazione delle famigerate “Green Fortresses”, le “fortezze verdi” recintate, di cui già esistono tristi esempi in Congo ed in Indonesia”. Di certo si tratterebbe di un grande business: se equiparate per legge a enormi stock di carbonio, le foreste decuplicherebbero d’un sol colpo il loro valore commerciale. Se per la Banca Mondiale il dado ormai è tratto ed il fiume di dollari ricavato dal commercio dei “forest carbon-offsets” comincerà a scorrere presumibilmente già nel 2015, occorrerà in realtà attendere la prossima Conferenza sul Clima di Durban, che aprirà i battenti il 28 Novembre, per conoscere nel dettaglio le modalità di finanziamento del REDD. E svelarne così in parte il volto: quello del più ambizioso progetto finora intentato a difesa del clima e della biodiversità forestale, o dell’ennesimo eco-business beffardo e crudele?

Michele Fossi

Pubblicato su Vogue Italia, Novembre 2011

Photo Credit: Rinko Kawauchi, “Untitled”, from the series “Illuminance” (2009)

 

 

 

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