“Beyond the body”: Tomasz Gudzowaty’s sport photography.

Due baby-ghepardo che sfiorano timidamente la loro preda ancora viva, incerti sul da farsi. L’azzanneranno? O sarà la dolcezza del cucciolo a prevalere? Immortalando quell’attimo sospeso tra la vita e la morte, che pare dilatarsi all’infinito nel tempo, il fotodocumentarista polacco Tomasz Gudzowaty nel 1999 si aggiudica un primo premio World Press Photo, imponendosi all’attenzione della comunità fotografica internazionale. «Il soggetto di quella fotografia», precisa, «non sono tanto i due cuccioli quanto la sconcertante “assenza” in loro di un qualsivoglia istinto innato ad uccidere. Rappresentare l’ “invisibile” per mezzo di un’arte visiva come la fotografia, per ardua e folle che questa sfida possa sembrare, è sempre stato uno dei miei obiettivi di foto-documentarista. Dopo alcuni anni dedicati a ritrarre la fauna africana, nei primi anni 2000 mi sono sentito pronto per affrontare la ricerca dell’ “invisibile nel visibile” in soggetti umani. L’ho trovato soprattutto nella dimensione metafisica e spirituale dello sport, che si è imposto rapidamente come il soggetto dominante di questo nuovo capitolo della mia carriera».  Nasce così “Beyond the body”, un titanico progetto ancora in fieri, inaugurato nel 2003 con un servizio dedicato ai combattimenti di Kung Fu dei monaci del tempio di Shaolin, in Cina, con cui il fotografo polacco si aggiudica quell’anno il primo di altri sette riconoscimenti World Press Photo per la sezione “Sports”. «Immortalare quei grandiosi momenti di “vittoria e sconfitta” che riempiono le colonne della stampa sportiva specializzata non è mai rientrato nei miei interessi», racconta il fotografo, che, rifuggendo gli sport mainstream, è noto per rivolgere la sua attenzione esclusivamente alle discipline meno commerciali. «Lontano dal clamore degli stadi, dove lo sport è inteso essenzialmente come strumento per acquisire fama o denaro, questa ricerca mi ha condotto nei centri di sumo di Tokyo, nelle palestre tradizionali indiane o al festival naghol a Vanuatu, spingendomi non di rado tra comunità isolate e dimenticate, alle periferie del pianeta, dove lo sport assolve a funzioni profonde e totalizzanti. Della pratica sportiva, mi interessa visualizzare l’aspetto più trascendentale: la ricerca di se stessi e di un’armonia con il creato».  Non di rado,  la fotografia sportiva di Gudzowaty si tinge dei colori della denuncia sociale. «Una mia serie celebra il lavoro visionario di Nilson Garrido, il protagonista del documentario BBC “The madman of viaducts”:  un uomo ossessionato dall’idea di costruire palestre gratuite a San Paolo per aiutare i giovani ad uscire dalla spirale della droga e della violenza. Più di recente, ho fotografato i  bambini che giocano a basket tra le lapidi di un cimitero nelle Filippine… non per amore del macabro ovviamente, ma perché tra quelle tombe vivono in pianta stabile con le loro famiglie. Sono i poverissimi eredi degli sfollati della guerra civile dei primi anni ‘80”. Anche se in occasione dell’uscita dell’omonimo libro per Steidl editore nel 2011 Gudzowaty si era lasciato sfuggire che il progetto era finalmente concluso, pochi mesi dopo, racconta, era di nuovo in viaggio per integrarlo con nuove serie: come quella dedicata agli skaters in Messico, o ai “land divers” di Vanuatu. «Mi sono arreso all’idea che, finché vi troverò interesse, il progetto continuerà ad evolversi: vive ormai di vita propria», confessa aprendosi in un sorriso. «Del resto, ho sempre ammirato la pervicacia con cui Salgado, il fotografo cui più mi sento debitore, insegue i suoi filoni di ricerca per periodi di tempo lunghissimi, nell’ottica di realizzare opere cariche di significato, volte a cogliere un’essenza, e per questo immuni all’usura del tempo. Così, anch’io, ho sempre inteso il mio lavoro”.

Michele Fossi

 

Courtesy of Steidl
Courtesy of Steidl
Courtesy of Steidl
Courtesy of Steidl

 

 

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