Una comunità della rete di Terra Madre al bivio. I coltivatori di cacao di Panama

  Attorno a noi, i bananeti si estendono a perdita d’occhio. La macchina sembra come galleggiare sulla superficie di uno sterminato oceano di filari che si susseguono tutti uguali, dove il blu della plastica che avvolge i caschi di banane si alterna al verde delle foglie, sopra un terreno che con tutta probabilità in un tempo non molto lontano, era occupato dalla foresta. “Qui vengono prodotte le banane di una marca americana dal bollino molto celebre”, mi spiega Abelardo Virgil, il mio compagno di viaggio, rappresentante della Cocabo, l’ unica comunità della rete di Terra Madre in territorio Panamense. “Dove andremo il paesaggio è molto diverso”, mi rassicura. Con oltre 5000 ettari coltivati, Cocabo è il più grande produttore di cacao del paese. Un’azienda decisamente pioniera: fondata nel 1952, da un gruppo di diciannove immigrati di colore delle Antille, essa rappresenta il primo esperimento di cooperativa a Panama; a questo si aggiunga che è stata la prima azienda del paese ad esportare del cacao biologico certificato, e ad aderire a “Fair Trade”, il noto marchio di commercio equo e solidale. Per raggiungerne gli head quarters, occorre prendere un piroscafo, dallo splendido arcipelago di Bocas del Toro, nell’angolo Nord-Ovest del paese, paradiso caraibico con spiagge da sogno lambite dalle mangrovie e fondali dai mille colori, fino alla vicina città di Almirante; per visitare le piantagioni di cacao dei suoi soci, occorre invece addentrarsi per chilometri nell’interno, ed arrampicarsi su per le montagne che circondano la città. Dopo aver abbandonato le piantagioni di banane, ed esserci arrampicati zigzagando per una stretta strada protetta dalla penombra della foresta, Abelardo accosta il veicolo e ne spegne il motore. Attorno a noi solo il fruscio delle foglie lievemente scosse dal vento, un’aria umida e greve, e un assordante concerto di cinguettii, gli inconfondibili ingredienti di  ogni foresta tropicale. Siamo  già arrivati a destinazione: gli arbusti del cacao sono ovunque, attorno a noi, ma pressoché invisibili, ben camuffati nel verde della foresta; mi aspettavo un’altra distesa di filari tutti uguali, ed eccomi invece con mio profondo stupore all’interno di un vero e proprio tempio della biodiversità. I produttori di cacao della comunità di Bocas del Toro – in massima parte indigeni  afferenti ai gruppi Ngöbe, Teribes e Bibrì    coltivano infatti il cacao direttamente nel sottobosco tropicale, in piantagioni ben diversificate, dove il cacao si alterna a piante medicinali, alberi da frutto o da legname – così da aumentare le entrate economiche, garantirsi la sussistenza e, non per ultimo, fortificare il raccolto. Un ruolo importante, in particolare, svolgono le piante che fanno ombra al cacao, come il banano, la cui raccolta,  a differenza di quanto avviene a pochi chilometri di distanza, qui si svolge  ancora con metodi tradizionali. “Le nostre coltivazioni di cacao svolgono un importante ruolo ecologico”, spiega Abelardo. “Costituiscono una cintura protettiva per il vicino parco naturale di Palo Seco, dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Se non ci fossimo noi, qui adesso sorgerebbero pascoli per allevamenti intensivi”. I produttori che ci  vengono incontro sono indios di etnia Ngöbe.  “Con più dell’80% di soci indios,  la cooperativa svolge da decenni il ruolo di rappresentante delle comunità indigene della regione”, spiega Aberlardo. “La cooperativa si preoccupa di rifornirli delle strumentazioni necessarie a minimizzare le perdite, ed a svolgere un lavoro pulito. Semplici ripiani di legno a più livelli per la fermentazione, che dura 5-6 giorni, e un baracchino ricoperto di un telo di plastica per l’essiccazione: si riduce a questi pochi strumenti  l’attrezzatura necessaria per ottenere dei semi commerciabili, da consegnare alla cooperativa. L’indios indica poi una cabosside, questo il nome del frutto della pianta del cacao, dalla superficie particolarmente maculata e bitorzoluta: una delle tante colpite dalla piaga che, da alcuni anni, ha messo in ginocchio i produttori di cacao nelle Americhe:  la famigerata Moniliophthora roreri, detta comunemente Monilia, un parassita che completa il suo intero ciclo di vita all’interno dei frutti del cacao, e che ne distrugge completamente i semi. “Sono le spore, portate dal vento, a contaminare i nuovi frutti, e la negligenza di un solo produttore può risultare fatale per tutti i produttori limitrofi. Il rilevamento precoce e la rimozione immediata delle cabossidi contaminate, prima che il fungo produca le spore, è la chiave per gestire la malattia.”, spiega Abelardo. Un’espressione cupa gli adombra il viso. “È un flagello, che ha messo letteralmente in ginocchio il settore”, prosegue. “Le perdite si aggirano attorno al 30% della produzione, con picchi del 70%”. “Hai mai assaggiato il frutto del cacao?”, mi chiede poi per cambiare argomento,  tagliando in due col coltello un frutto sano appena staccato dall’arbusto. Al suo interno una ventina di grossi semi avvolti da un manto di polpa bianca e zuccherina. Li assaggio, e con mio ingenuo disappunto, constato che non sanno di cioccolato.

Per gli indios Kuna di Panama, il cioccolato rappresenta una vera e propria ossessione. Per molti di loro, berne fino a quaranta tazze a settimana è la normalità, e se ne conoscono addirittura alcuni che nel corso della loro vita non hanno bevuto altro, a parte l’acqua. Un paio di anni fa gli scienziati hanno messo per la prima volta in correlazione questa loro  amara usanza con un fatto davvero sorprendente: i Kuna godono della pressione arteriosa più bassa al mondo, al punto da essere immuni, o quasi, da ictus e da gran parte di quei disturbi del sistema cardiovascolare che flagellano l’Occidente. Eppure a Panama  il cacao  stenta ad essere riconosciuto come un motivo di orgoglio nazionale: nei libri di geografia delle scuole, ad esempio,  raramente lo si menziona tra le principali colture del paese; probabilmente per un retaggio culturale del periodo in cui il paese era governato dalla classe dei grandi proprietari terrieri,  per i quali il cacao costituiva una coltura povera, praticata in massima parte dalle popolazioni indigene. A torto, perché quelle che crescono in territorio panamense, sono, a detta di molti, tra le varietà di cacao  più pregiate al mondo: Il livello di purezza del cacao prodotto nell’istmo è solitamente pari all’80%, un valore superiore a quello raggiunto dal cacao proveniente da regioni che tradizionalmente associamo a produzioni di qualità, come ad esempio l’Ecuador, la Bolivia, il Costa Rica e il Nicaragua. Un tesoro che, come spesso accade, stenta a raggiungere la visibilità che meriterebbe in un mercato dominato da grandi compratori per cui la qualità è un attributo non richiesto e spesso addirittura non desiderato. Un  non-sense esemplificato, in tutta la sua drammaticità, dal pugno sul tavolo con cui il Sig. Wood King , un esuberante nero dal cappello di paglia a tese larghe e dalla voce di tuono, membro storico dell’ufficio esecutivo della Cocabo, introduce una frase rassegnata e pesante come la pietra: “È inutile, di sola qualità non si campa più”. Al nostro rientro ai quartieri generali – dove  il ticchettio delle tastiere dei computer ed il ronzio dei ventilatori sono interrotti, di tanto in tanto, dal rumore dei semi di cacao versati fuori dai sacchi per le analisi – , le mie domande sulla qualità del cacao della Cocabo  scatenano, con mio stupore, un violento scontro tra i suoi dirigenti. Senza volerlo, ho toccato un tasto dolente. La cooperativa si trova infatti davanti ad un bivio: accettare o meno la proposta di un noto colosso della cosmetica di pagare una somma doppia rispetto a quella solita in cambio di un prodotto il più uniforme possibile. Ciò comporterebbe il passaggio ad un’unica varietà di pianta (e non più sei diverse come adesso), ed un’unica procedura per  l’essiccazione e la fermentazione dei semi.  L’industria cosmetica e farmaceutica rappresentano, per il cacao, quello che l’industria dei biocarburanti rappresenta per il mais: un mercato alternativo, non alimentare,  che alletta con il miraggio di facili guadagni, ma dove la quantità è tristemente anteposta alla qualità, e l’uniformità del prodotto alla ricchezza e varietà del suo sapore. A chi, come il Sig. King, suggerisce, seppur a malincuore, di accettare l’allettante offerta, si oppone strenuamente chi ancora crede che la qualità ed il carattere artigianale del prodotto siano i cavalli vincenti su cui puntare. Quando, non con poche difficoltà,  riesco a riprendere la parola, mi permetto di far notare che, con un prodotto di qualità straordinaria come quello prodotto da Cocabo, la via giusta da percorrere è certamente un’altra: trovare nuove nicchie di mercato interessate a pagare un prezzo più alto per la qualità straordinaria del loro cacao. E che Slow Food  potrebbe essere loro d’aiuto nella ricerca di questi compratori attenti e rispettosi della qualità. “È stato fatto ad esempio con i coltivatori di cacao della regione di Chontapla, in Messico”, racconto loro. “Grazie a Slow Food, il loro cacao adesso è acquistato da cioccolatieri Italiani che pagano volentieri un prezzo più alto per i loro semi  prodotti ancora con metodologie tradizionali.”  Siamo all’interno di una comunità del cibo , eppure, dal silenzio che improvvisamente scende nella stanza, e dallo sguardo attonito con cui tutti improvvisamente  prendono ad osservarmi, sembra che abbiano pensato a questa possibilità per la prima volta.  Segno che, nonostante Slow Food abbia già  svolto in numerose occasioni il ruolo di interfaccia  tra produttori e commercianti accomunati da un interesse per la qualità artigianale, questo suo ruolo di mediatore non è stato ancora sufficientemente percepito dai diretti interessati, persino in seno alla sua propria rete. La prossima edizione di Terra Madre offre la possibilità di pubblicizzarlo ulteriormente. Non c’è, del resto, molto tempo da perdere. Come farfalle rare, le nicchie della qualità – sia di produttori che di compratori – hanno problemi a trovarsi ed accoppiarsi. Se non si agisce in tempo, rischiano di morire di solitudine. 

Pubblicato su SLOWFOOD 47

Photo credit: Michele Fossi

 

 

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